top of page
logo.jpg

Sicurezza: l'emergenza si supera con investimenti e formazione

13 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

di Antonio Nicolosi*


L’analisi di Alberto Scafella contiene considerazioni che meritano attenzione, ma il problema della sicurezza nelle nostre città richiede una lettura più ampia, che tenga conto della storia, delle carenze strutturali e delle nuove forme di violenza urbana.[1]

È vero, i militari non sono poliziotti e le rispettive professionalità non possono essere considerate intercambiabili. Ma da questa premessa non discende che il loro impiego in supporto alle forze di polizia sia inutile o inappropriato. Quando le piazze italiane diventano teatro di violenze, aggressioni e tensioni, ogni risorsa disponibile, purché impiegata secondo le competenze e le regole previste, può contribuire alla sicurezza collettiva.

Il vero problema è capire perché siamo arrivati a dover ricorrere sistematicamente a misure di supporto. La carenza di organico delle forze dell’ordine esiste e non nasce oggi. Le politiche di contenimento delle assunzioni e di riduzione del ricambio generazionale, avviate negli anni delle restrizioni alla spesa pubblica e del governo Monti, hanno contribuito a creare una situazione che non si risolve dall’oggi al domani. Negli ultimi anni sono stati avviati concorsi e procedure straordinarie per recuperare personale. Tuttavia, anche accelerando le assunzioni, esiste un limite concreto alla capacità formativa delle scuole: strutture, istruttori, alloggi e infrastrutture non possono accogliere contemporaneamente un numero illimitato di giovani aspiranti.

Formare un carabiniere o un poliziotto richiede tempo, preparazione e risorse. Non basta bandire un concorso per avere immediatamente personale operativo sul territorio. Per questo motivo, attribuire all’impiego dell’Esercito la responsabilità delle difficoltà della sicurezza pubblica significa rischiare di confondere gli effetti con le cause. I militari impegnati nelle città svolgono prevalentemente una funzione di presidio e deterrenza, in ausilio alle forze di polizia. Non sostituiscono gli investigatori, non risolvono da soli le criticità dell’ordine pubblico e non possono essere considerati la risposta definitiva alla delinquenza. Ma possono contribuire a liberare risorse e a rafforzare la presenza sul territorio, soprattutto quando le forze di polizia sono contemporaneamente impegnate in numerose piazze e in molteplici servizi. La vera sfida, però, non è soltanto presidiare le piazze. È impedire che la violenza si organizzi e si ripeta. È qui che occorre investire con maggiore decisione sull’intelligence, sull’attività informativa, sull’analisi dei segnali di rischio e sul coordinamento tra gli apparati di sicurezza. Bisogna comprendere chi alimenta le tensioni, come si formano i gruppi violenti, quali canali utilizzano per organizzarsi e se esistano collegamenti tra episodi apparentemente distinti.

Non possiamo affermare, in assenza di riscontri, che dietro ogni manifestazione violenta vi sia una regia organizzata. Sarebbe altrettanto superficiale, tuttavia, escludere a priori che in determinati contesti possano esserci coordinamento, pianificazione o soggetti interessati ad alimentare lo scontro. È un’ipotesi che deve essere verificata attraverso elementi concreti, attività investigative e informazioni attendibili, non liquidata come una suggestione politica. Quando si ripetono aggressioni, attacchi alle forze dell’ordine e azioni coordinate in contesti diversi, la domanda da porsi non è soltanto quanti uomini siano presenti in strada, ma anche quanto si sia riusciti a prevenire ciò che sarebbe accaduto.

Perché arrivare sul posto è necessario. Arrivarci prima, quando le informazioni consentono di anticipare il rischio, è ancora più importante.

Ritengo quindi che servano maggiori investimenti nelle strutture formative e condizioni operative che consentano a carabinieri e poliziotti di svolgere i propri compiti senza essere costantemente costretti a rincorrere emergenze. La sicurezza non si costruisce contrapponendo militari e forze di polizia. Si costruisce mettendo ciascuno nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio ruolo, come si legge in filigrana nell'intervento di ieri, martedì 20 ottobre, del Quirinale sul nuovo decreto legge, rafforzando la cooperazione e affrontando le cause che alimentano l’insicurezza. L’Esercito può essere un supporto, ma non può diventare la soluzione permanente alle carenze del sistema. E la presenza delle divise, da sola, non basta se manca una strategia capace di prevenire la violenza. La priorità deve essere una sola: proteggere i cittadini, tutelare chi opera in uniforme e impedire che le piazze italiane diventino territori nei quali la violenza pretende di dettare le proprie regole.


*Segretario Generale UNARMA – Associazione Sindacale Carabinieri


Note

Commenti


L'associazione
pdv_cover_edited.jpg

Approfondisci la nostra storia

Post recenti
bottom of page