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Guerriglia metropolitana, l'analisi sociale non oscuri la realtà

1 giorno fa
Tempo di lettura: 3 min

di Antonio Nicolosi*


Apprezzo l'analisi, ma non condivido l’impostazione di Guerriglia metropolitana, se le domande superano le risposte, apparso ieri, lunedì 19 ottobre.[1] All'articolo non nego spunti di riflessione nell'affrontare le cause sociali, culturali ed economiche della violenza, ma la lettura sociologica e politica degli avvenimenti va integrata con una chiara identificazione delle responsabilità individuali che non devono svilire il diritto di una società democratica a essere difesa da chi la aggredisce.

In tutta Europa cresce il dissenso. Il carovita, la pressione sui salari, l’incertezza economica e l’aumento dei costi energetici stanno mettendo a dura prova famiglie, lavoratori e imprese. Ma rischia di scivolare nello schematismo l'attribuzione della crisi esclusivamente alle scelte dei governi europei. Il quadro internazionale pesa enormemente. Le tensioni e i conflitti in Medio Oriente, le ripercussioni sui traffici energetici e la guerra tra Russia e Ucraina incidono sui mercati, sull’approvvigionamento e sui prezzi. La stessa Commissione europea ha riconosciuto l’impatto del conflitto in Medio Oriente sui costi energetici.

Questo non equivale ad assolvere i governi dalle proprie responsabilità. Significa distinguere ciò che dipende dalle decisioni politiche nazionali ed europee da ciò che è determinato da crisi internazionali sulle quali i singoli governi non hanno un controllo diretto. Le istituzioni devono essere giudicate per le risposte che danno, per la capacità di proteggere il potere d’acquisto e per le misure che adottano a sostegno di chi è maggiormente in difficoltà. Ma c’è una distinzione che non può essere cancellata: il disagio sociale spiega una parte del malcontento, non giustifica la violenza. Il diritto di manifestare è un pilastro della democrazia. Saccheggiare negozi, devastare strade, aggredire persone e colpire gli operatori delle Forze dell’ordine non è esercizio del dissenso. È un’altra cosa, con responsabilità che devono essere accertate e conseguenze che devono essere affrontate secondo la legge.

Non possiamo accettare che ogni episodio di violenza venga ricondotto alla mancanza di prospettive, al disagio giovanile, ai social network o a un sistema economico privo di valori. Sono elementi che meritano di essere studiati, ma non possono diventare una spiegazione universale capace di mettere in secondo piano le scelte di chi decide di devastare, saccheggiare o aggredire.

I Carabinieri e gli altri operatori di polizia non sono un bersaglio sul quale scaricare la rabbia collettiva. Sono donne e uomini chiamati a garantire la sicurezza di tutti, compresi coloro che manifestano pacificamente. Quando uno di essi viene ferito, non si è davanti a un dettaglio della cronaca, né a un semplice effetto collaterale del conflitto sociale. Si è davanti a una persona che subisce violenza mentre svolge un compito al servizio della collettività e della Nazione. La vera questione non è scegliere tra politiche sociali e sicurezza, è avere entrambe. Servono interventi seri contro il carovita, sostegno ai salari, opportunità concrete per i giovani e una strategia energetica capace di ridurre la vulnerabilità europea agli shock internazionali. Ma servono anche prevenzione, capacità investigativa, certezza delle conseguenze previste dalla legge e tutela effettiva di chi garantisce l’ordine pubblico.

C’è poi un’altra domanda che investe indistintamente i cittadini: chi trae vantaggio dalla trasformazione delle proteste in scontri? Quali dinamiche organizzative favoriscono il passaggio dalla manifestazione pacifica alla guerriglia urbana? Quali strumenti possono impedire che gruppi violenti sequestrino, di fatto, lo spazio pubblico e il diritto degli altri cittadini a vivere in sicurezza? Sono interrogativi che richiedono fatti, indagini e risposte, non soltanto interpretazioni sociologiche.

Certo, la crisi sociale, e aggiungo anche quelle legate al rapporto genitori-figli, vanno affrontata. Le responsabilità politiche vanno discusse; le disuguaglianze vanno ridotte. Ma la legalità non è un valore negoziabile e la sicurezza non è una concessione del potere: è una condizione essenziale per l’esercizio delle libertà di tutti. Perché il disagio merita ascolto, il dissenso merita rispetto, ma la violenza non può diventare una forma di legittimazione politica. Non lo era negli anni Settanta e Ottanta, non lo deve diventare oggi. E chi indossa una divisa per proteggere i cittadini non può essere lasciato solo, né trasformato nel capro espiatorio di problemi che la società e la politica devono affrontare insieme.


*Segretario generale UNARMA - Associazione sindacale carabinieri


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