Emergenza piazze violente: ritorna l'ora dell’Esercito "tappabuchi"
di Alberto Scafella

Cinquecento militari per la sicurezza: tra nostalgie antimilitariste, propaganda muscolare e l’eterna tentazione di risolvere tutto con una divisa. Ci risiamo. Bastano cinquecento militari in più per affiancare le forze di polizia nelle attività di pubblica sicurezza e, puntuale come la convocazione di un talk show, si apre il grande circo della politica italiana. Da una parte gli antimilitaristi, convinti che si stia assistendo all’occupazione militare delle città e al preludio di una autocrazia in mimetica; dall’altra, gli entusiasti della soluzione muscolare, quelli per cui ogni problema nazionale può essere risolto con una divisa, un ordine secco e, possibilmente, una telecamera accesa. In mezzo, come sempre, il buon senso, "specie" non protetta, specialmente in Italia e che, a differenza dei militari, non viene neppure schierato in servizio.
Il problema, infatti, non è ideologico. Non è una questione di antimilitarismo da salotto o di militarismo da campagna elettorale. La domanda è molto più concreta: perché continuiamo a ricorrere all’Esercito per supplire alle carenze di un sistema di sicurezza pubblica che dovrebbe essere in grado di svolgere autonomamente i propri compiti?
Parlo anche per esperienza diretta. Da ufficiale ho partecipato all’operazione Vespri Siciliani e conosco le difficoltà concrete di questo genere d’impiego. Un’esperienza che dovrebbe suggerire prudenza a chi considera l’utilizzo dei militari nella sicurezza interna una soluzione semplice, quasi bastasse trasferire un reparto dalla caserma alla strada. Infatti, le operazioni Vespri Siciliani e Strade Sicure hanno mostrato quanto sia delicato il coordinamento tra personale militare e forze di polizia. Ordinamenti, procedure, responsabilità e modalità d’intervento sono differenti. E soprattutto, operare in un contesto di pubblica sicurezza non equivale a operare in un teatro di conflitto armato. Cambiano le regole d’ingaggio, i limiti dell’intervento e il rapporto con la popolazione. Cambia, soprattutto, la soglia entro cui una reazione è legittima, proporzionata e professionalmente corretta.
Un soldato è addestrato per assolvere missioni militari; un operatore di polizia è formato per affrontare situazioni di ordine pubblico secondo competenze specifiche. Le due professionalità possono cooperare, ma non sono intercambiabili per decreto ministeriale.
E qui arriva la domanda che meriterebbe maggiore attenzione: siamo davvero certi che un militare sia preparato ad affrontare una folla ostile, insulti, provocazioni personali e tentativi deliberati di provocare uno scontro? La logica suggerisce che un militare sia essere perfettamente addestrato per il proprio incarico, ma è la stessa logica a suggerire che non possa avere ancora l’esperienza necessaria per gestire una piazza, particolarmente aggressiva.
Prossima domanda: le forze di polizia sono davvero troppo poche? Ogni volta che si discute di sicurezza, la risposta è invariabile: manca personale. Mancano agenti, pattuglie, uomini e donne sul territorio. E allora chiamiamo l’Esercito. Ma siamo proprio sicuri che il problema sia soltanto quantitativo? L’Arma dei Carabinieri, che svolge anche funzioni di polizia giudiziaria, dispone di un organico numericamente superiore a quello dell’Esercito. A questo si aggiungono Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e polizie locali, con competenze e responsabilità differenti. Allora la domanda rimane sul tappeto: se gli apparati sono tanti, perché la carenza di personale operativo viene continuamente indicata come un’emergenza Insomma, si tratta di questioni che richiedono dati e verifiche, non risposte automatiche. Perché se il problema riguarda anche la distribuzione del personale, aumentare il numero delle divise presenti nelle strade, senza che si affronti il resto, rischia di essere soltanto un rimedio temporaneo. Il soldato non è un agente di polizia in prestito.
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