Sicurezza: il governo celebra l'AISI, la migliore intelligence del mondo
Ma il contenimento degli incidenti nelle manifestazioni di ieri non riduce le domande sul ruolo dell'Agenzia per la mancata prevenzione delle settimane scorse
di Alberto Scafella

Se l’AISI - Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna - è davvero, come sostiene il governo, la migliore agenzia di intelligence del mondo, bisogna riconoscere che qualcosa ha funzionato. Almeno ieri. Però, a questo punto, è d'obbligo l'interrogativo sui "buchi" precedenti contrassegnati da violenze, danneggiamenti, aggressioni agli agenti e gravi disordini minimamente attenuati dalla prevenzione. Infatti, identificazioni, interventi mirati e un dispositivo di sicurezza rafforzato hanno garantito un risultato positivo, e sarebbe sciocco negarlo. Il merito va riconosciuto alle forze impegnate sul campo e a chi ha predisposto un dispositivo più efficace. Dopodiché, si è comunque costretti ad ammettere che nel nostro Paese la prevenzione sembra funzionare con effetto ritardato: prima si lascia che la situazione degeneri, poi si adottano le misure necessarie per evitare che accada di nuovo. Una tecnica che potremmo definire “intelligence con effetto postumo”.
Se ieri, sabato 24 ottobre, erano utili più uomini con tutto il corollario di informazioni e una pianificazione più adeguata, è ragionevole domandarsi perché misure analoghe non siano state predisposte prima. Non si pretende che l’intelligence preveda ogni gesto impulsivo o ogni episodio isolato. Tuttavia è legittima la domanda se fossero già disponibili informazioni su gruppi organizzati, su collegamenti, su modalità operative e su possibili obiettivi. E, soprattutto, se tali informazioni siano state trasmesse in tempo utile a chi doveva predisporre la sicurezza.
L’AISI si occupa della sicurezza interna, ma non gestisce direttamente l’ordine pubblico nelle piazze, affidato alle autorità di pubblica sicurezza, alle forze di polizia e agli organismi investigativi competenti. Questo chiarimento è corretto, ma non può trasformarsi in uno scaricabarile istituzionale. Se l’AISI è davvero l’agenzia d’eccellenza descritta dal governo, dovrebbe contribuire a individuare in anticipo reti, soggetti e minacce capaci di trasformare una manifestazione in un teatro di violenza.
Ora le informazioni pubbliche non consentono di stabilire se l’AISI abbia fallito in passato, né di attribuirle direttamente la responsabilità degli scontri. Proprio la sua presunta eccellenza impone però di verificare dove possa essersi inceppata la catena: nella raccolta dei dati, nella loro valutazione, nella condivisione con gli organismi competenti o nella trasformazione delle informazioni in decisioni operative?
Allo stesso tempo, l’AISI non può essere il capro espiatorio di ogni disordine. Ma non può nemmeno essere celebrata quando tutto va bene e sottratta a ogni domanda quando la prevenzione arriva a scoppio ritardato. Ieri, la macchina dello Stato ha reagito e, almeno in parte, ha trovato una risposta più efficace. Il dato meno positivo è che sembra aver trovato il manuale d’istruzioni soltanto dopo aver perso qualche pezzo per strada. Insomma, si tratta di capire quali scelte abbiano funzionato e se possano diventare una prassi stabile, invece di rimanere allo stadio di risposta emergenziale.
Non serve pretendere dall’AISI l’impossibile. Serve coerenza tra la propaganda istituzionale e i risultati. Se si definisce un’agenzia “la migliore del mondo”, bisogna accettare che quella definizione comporti anche una maggiore responsabilità nel momento in cui la prevenzione non funziona.
Quindi, il governo dovrebbe spiegare perché una minaccia così evidente sia stata affrontata soprattutto dopo essersi già manifestata. Se bastava avere più di tutto, corre il sospetto che la “migliore agenzia del mondo” abbia avuto bisogno di vedere il disastro in diretta per aggiornare il calendario.
Altrimenti non è prevenzione: è soltanto la spiegazione, a posteriori, di ciò che non si è saputo evitare, con l’aggravante di celebrare il successo che odora di propaganda per aver limitato i danni dopo aver lasciato che cominciassero.










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