Dietro le vetrine infrante, anche la fragilità del mondo adulto
di Maria Teresa Fenoglio e Alice Milano

Un gruppo di adolescenti rompe le vetrine, danneggia un negozio, trasforma una strada in uno spazio di paura. Quando i protagonisti sono figli di immigrati, il discorso pubblico si concentra rapidamente sulle loro origini. Ma la definizione di “seconda generazione” dice poco di loro: molti sono nati e cresciuti qui, hanno frequentato le nostre scuole, assorbito desideri e promesse della nostra società. Sarebbe sbagliato omologarli: assomigliano a tutti gli altri della loro età, italiani compresi. E una cosa va capita. Il corpo degli adolescenti, tutti gli adolescenti, è un corpo potente. Spaventa prima di tutto loro. È anche il corpo dei ballerini, degli atleti e della carne da cannone. Ma il corpo privo di parola è pre-storico. Una miccia accesa.
Disinvestimento sociale progressivo
È piuttosto del mondo adulto che dobbiamo interrogarci, quello nel quale oggi stanno crescendo, e che si muove intorno a loro: i padri e le madri del tempo presente e insegnanti, non dimenticando che nella scuola incontrano soprattutto donne, difficile oggetto di identificazione per i maschi, ed educatori.
Il disinvestimento nella scuola e nell’educativa territoriale, comprese le regioni tradizionalmente più evolute in tema di welfare, è stato progressivo e costante. Agli educatori, sempre meno numerosi, chiediamo di presidiare periferie, prevenire la violenza, costruire fiducia, accompagnare situazioni familiari difficili: compiti complessi, che richiedono preparazione, continuità e accesso alla supervisione. Il lavoro educativo è spesso affidato a personale esiguo, sottopagato e precario. Gli educatori professionali dotati del titolo adeguato oggi sono in numero così scarso che vengono impiegati solo in casi difficili.
Per la “normale amministrazione”, ad esempio la gestione delle attività nei centri giovanili, là dove esistono, gli Enti Locali oggi assumono personale anche tra i soli diplomati, senza garantire un’adeguata formazione. Così, alla crescente difficoltà del compito corrisponde un impoverimento delle risorse per affrontarlo. Questa fragilità strutturale investe anche la relazione educativa. Un educatore può riconoscere nei ragazzi qualcosa della propria condizione: scarso riconoscimento sociale, precarietà, sensazione di non avere voce. Se tale vicinanza può alimentare sensibilità ed empatia, questa può facilmente tradursi, in assenza di adeguata preparazione, in difficoltà a regolare la propria identificazione coi ragazzi stessi.
Questa fragilità della funzione adulta è del resto diffusa anche in molti altri adulti attorno a loro, manifestandosi sia sotto forma di indulgenza (sono vittime da giustificare) che di frettoloso autoritarismo (in galera subito).
Come da tempo segnalato, la nostra epoca è segnata da una vistosa assenza, a livello sociale, della “posizione adulta” necessaria per introdurre un limite, sostenere un conflitto, chiedere conto di un comportamento e dare una direzione. Le buone intenzioni hanno bisogno di modelli, strumenti e istituzioni che le sostengano.
Quando a mancare sono adulti credibili
È la “ funzione paterna” a introdurre il limite, creando il nesso tra desiderio e responsabilità, tra esistenza propria e quella altrui. Può essere esercitata da un padre e una madre, un insegnante, un educatore, ma anche da una comunità nel suo insieme. Si indebolisce non solo quando i singoli adulti rinunciano al proprio compito, ma anche quando le istituzioni, la scuola, lo Stato, la politica, perdono credibilità e le regole sembrano valere soprattutto per chi ha meno potere.
Un adolescente è in grado di accettare una rinuncia, purché senta di avere un posto nel mondo comune, un mondo che gli appartiene. Per alcuni figli dell’immigrazione, alla fatica propria dell’età si aggiunge l’esperienza di essere considerati continuamente estranei, anche nel paese in cui sono cresciuti. Questa frattura, anche se non determina, da sola, la violenza, può rendere più difficile l’appartenenza. È vero, i social offrono modelli immediatamente disponibili: denaro esibito, dominio, notorietà, capacità di incutere timore. Ma è quando mancano adulti credibili e opportunità concrete di riconoscimento che questi modelli acquisiscono una forza sproporzionata.
Alle vetrine infrante occorre rispondere con protezione, responsabilità e percorsi di riparazione. Ma la prevenzione richiede un investimento duraturo: educatori preparati e dignitosamente retribuiti, supervisione, scuole sostenute, luoghi di incontro e possibilità reali di futuro. Chiedere ai ragazzi di rispettare il mondo comune comporta, per gli adulti, il dovere di renderlo abitabile e di esserci con autorevolezza.











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