Che società vogliamo? Ascoltando il commento di un benzinaio...
di Beppe Borgogno

Aspettando il prossimo sabato, e nel preoccupante disordine di questi giorni che apre tanti interrogativi e rende più fragili diverse convinzioni, il commento che non ti aspetti, limpido e illuminante nella sua semplicità, mi è arrivato da un benzinaio.
Appena fatto il pieno (si sa mai, dovesse finire anche qui la benzina), mentre pago alla cassa insieme con altri automobilisti, lo sento fare un’affermazione che suona più o meno così: “L’Italia è un paese che invecchia, però tagliano sanità e assistenza; degli anziani e dei malati spesso si occupano cittadini stranieri che fanno gli infermieri negli ospedali e le badanti, però si parla di “remigrazione” per chi non è italiano; i giovani e i ragazzi, a differenza di noi, faticano a vedere nel futuro una vita migliore di quella dei loro genitori, allora protestano, e dopo quella protesta chi governa si occupa di loro ma solo per inventare qualche nuovo reato. Se le cose vanno avanti così e non cambia qualcosa, che paese saremo tra vent’anni?”.
Paradosso? Ironia gratis alla pompa di benzina? Semplificazioni poco “responsabili”? Forse. Certo però che la distanza con la retorica usata quasi ogni giorno da chi governa per descrivere la realtà italiana come se ci trovassimo in una luminosa e brillante cavalcata sembra appartenere ad una dimensione che c’entra davvero poco con quella in cui vive il benzinaio, e i clienti che in quel momento ascoltavano il suo sfogo. E in questa luce anche i “refrain” sulla sicurezza (dei confini, della città, dell’economia), scanditi da ben otto decreti e resi degli autentici tormentoni dalla comparsa di para Vannacci, come minimo stridono pensando agli scaffali vuoti nei supermercati del Sud o al saccheggio dei negozi del centro in alcune nostre città.
Non c’è dubbio: scoprirsi una società ancora più fragile di quanto si temeva fa paura, assistere a fenomeni inattesi e di cui non si riesce a capire il come e il perché, spaventa. Ricordo le parole, e la preoccupazione sincera, di un alto dirigente della Polizia di Stato alla vigilia della comparsa del cosiddetto movimento “dei forconi”: è più facile prepararsi a fronteggiare situazioni da cui ci si aspetta violenza e pericolo, piuttosto che qualcosa che si annuncia pacifico ma di cui si ignorano sia l’origine che i riferimenti. Ciò che accadde nei giorni successivi gli diede poi ragione.
Quello che sta accadendo in questi giorni un po’ vi somiglia ad allora, e ci fa sentire altrettanto indifesi con gli autotrasportatori che non rispondono alle loro sigle sindacali e si mobilitano spontaneamente, con le manifestazioni “autoconvocate” nelle città e il corollario della moltitudine di giovani, in gran parte minorenni, che sfasciano e saccheggiano apparentemente senza scopo oltre al saccheggio medesimo. Difficile venire a capo di ogni cosa, ancora di più se si commette l’errore di generalizzare e di semplificare per cercare di offrire l’illusione di una via breve per una risposta adeguata, cioè quella della semplice punizione, che da sola adeguata non è ma serve per continuare a battere sulla grancassa della propaganda.
Intendiamoci: la violenza, i saccheggi, l’aggressione alle forze dell’ordine, i danni a cose e a persone vanno puniti, senza dubbio. E si può fare senza bisogno di inventare nuovi reati, leggi speciali, e anche senza affidare all’Esercito compiti di polizia, cosa che non accadde nemmeno nei terribili anni del terrorismo. Certo, per farlo in modo adeguato occorrerebbe uscire dalla consuetudine, abusata e in ultima analisi dannosa anche per chi la pratica, di voler usare il tema della sicurezza come puro strumento di consenso. Occorrerebbe cioè arrendersi alla complessità, ed affrontarla almeno riconoscendola tale.
E allora, in assenza per il momento di certezze circa il presunto rapporto tra il disordine nostrano e le “guerre ibride” contro la società occidentale, sospetto espresso addirittura da qualche ministro e che va certamente indagato, converrebbe evitare intanto di sovrapporre e confondere fenomeni e protagonisti.
Gli autotrasportatori che protestano contro il caro carburante e si autoconvocano, pur creando disagi importanti, non sono stati finora particolarmente violenti; gli studenti che scendono in piazza hanno sacrosante ragioni per farlo: la nostra scuola per fortuna non è, come in Francia, un luogo in cui non vengono sostituiti gli insegnanti che vanno in pensione e il suo funzionamento non è stato intrappolato in un sistema mostruoso che delega ad un algoritmo l’accesso di ragazze e ragazzi all’università. Però il sistema scolastico italiano non è più l’ascensore sociale per i giovani di cui ci sarebbe invece bisogno, e a proposito di violenza, in molte scuole sono stati gli stessi ragazzi ad allontanare gruppi e persone che cercavano di inquinare la loro mobilitazione.
Poi ci sono, ed è un fenomeno diverso, I ragazzini protagonisti dei saccheggi: vanno puniti, non c’è dubbio, e anche le loro famiglie vanno chiamate alla responsabilità, ma non per questo si deve per forza e senza logica criminalizzare l’intera categoria degli adolescenti che vivono nelle nostre periferie. Anzi, meglio sarebbe se fossero le periferie stesse a diventare protagoniste di riflessioni ed azioni, per lavorare su ciò che c’è bisogno di correggere.
Cominciando magari a riflettere meglio su alcune recenti ricerche secondo le quali il 26,7% dei sedicenni di oggi (figli di italiani o di stranieri, è relativo) è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Ovvero, per tradurla in numeri, sono circa 2 milioni i bambini e i ragazzi sotto i 16 anni che vivono in condizioni economiche e sociali precarie, prevalentemente proprio nelle nostre periferie.
Non sono dati che servono a giustificare chi ha razziato scarpe, abiti ed alcolici in un supermercato, né a dimenticare che anche una punizione giusta ha un valore educativo. Attenzione però al rischio di fare cose che servono a poco se non si accompagnano ad una azione coerente sul piano dell’educazione e delle condizioni materiali di vita, soprattutto se esse sono inaccettabili.
Ciò che accade in questi giorni testimonia, per molti versi, il fallimento di chi sta governando, ma è anche un bel banco di prova per l’opposizione.
Fa sorridere chi sceglie, dentro un quadro così complicato, la via della polemica piatta, sostenendo che sarebbe l’opposizione (a questo punto in compagnia degli attori della “guerra ibrida” e dei poteri criminali che manovrerebbero gli autotrasportatori, secondo la narrazione della destra nostrana, affermazione che merita in ogni caso di essere verificata) a tirare le fila delle manifestazioni di questi giorni,
Piuttosto, se il “campo largo”, ancora fermo sulla linea del “via”, non ci farà capire che il suo programma lo sta costruendo, oltre che su tutto il resto, anche attraverso una lettura di ciò che sta accadendo nel quotidiano, per immaginare risposte adeguate, avrà ragione chi sostiene che il suo è un dibattito lunare, lontano dalla realtà e astratto. Con il rischio concreto allora che le primarie, anziché un esercizio democratico, appaiano qualcosa che proietta l’opposizione ancora di più in uno spazio indefinito, un po’ come accadde appunto nel 2013, quando le primarie che elessero Matteo Renzi a segretario del PD si affiancarono all’esordio del movimento “dei forconi”, precedendolo di un solo giorno e dando l’idea plastica di due paesi profondamente diversi tra loro.
Oppure, se serve, si può sempre chiedere la disponibilità del benzinaio.











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