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Sicurezza ed Esercito: affrontiamo prima i fatti dei sospetti

4 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min

di Antonio Nicolosi*


Nell’articolo «Manifestazioni di piazza, ora il governo si esalta per i parà»,[1] Giuseppe Misuraca contesta la decisione del Governo di impiegare 500 paracadutisti della Folgore per rafforzare la sicurezza a Milano. Oltre a interrogarsi sulla scelta del reparto, richiama vicende del passato e ipotizza possibili motivazioni ideologiche.

Viene spontanea una domanda: ma come la si fa, la si sbaglia? Se mancano operatori delle forze dell’ordine, si denuncia l’insicurezza. Se si impiega l’Esercito a supporto della sicurezza, si grida alla militarizzazione. Se si scelgono i paracadutisti della Folgore, si contesta anche la scelta del reparto, cosa che si adombra anche nell'articolo di Michele Corrado, tra l'altro già ufficiale superiore della Brigata Folgore[2].

Prima delle polemiche, però, occorre chiarire che cosa fa concretamente l’Esercito.

I militari possono essere impiegati, nell’ambito delle operazioni autorizzate, per presidiare obiettivi sensibili, vigilare su infrastrutture e affiancare le forze di polizia nei servizi di controllo del territorio. In questo modo contribuiscono alla sicurezza e consentono di destinare più operatori di polizia alle attività che richiedono competenze specifiche di ordine pubblico e polizia giudiziaria. Un conto è presidiare un’area o sorvegliare un obiettivo; un altro è gestire una manifestazione, contenere gli scontri e coordinare gli interventi di ordine pubblico. Questi ultimi compiti spettano alle autorità di pubblica sicurezza e alle forze di polizia, secondo le rispettive competenze. I militari non diventano automaticamente responsabili della gestione di una piazza perché sono presenti sul territorio.

Questo non significa che ogni impiego dell’Esercito sia opportuno per definizione. È legittimo chiedere quali siano le esigenze concrete, quali compiti vengano assegnati e se il dispositivo sia proporzionato. Ma la valutazione deve partire dai fatti, non dall’equazione automatica tra presenza militare e deriva autoritaria.

Lo stesso vale per la Folgore. Si può discutere se fosse il reparto più adatto, ma attribuire alla scelta una matrice ideologica richiede prove concrete. I trascorsi di singoli esponenti o le vicende storiche non dimostrano, da soli, le motivazioni di una decisione attuale. La sicurezza dei cittadini merita serietà: né allarmismi preventivi, né fiducia incondizionata. Servono regole chiare, compiti definiti e responsabilità verificabili.

Se si chiede allo Stato di garantire più sicurezza, bisogna anche discutere con concretezza gli strumenti con cui intende farlo. Ecco perché l’articolo di Misuraca merita una risposta nel merito. Interrogarsi sulle scelte del Governo è legittimo, ma trasformare ogni decisione in un sospetto politico non aiuta a capire se quella scelta sia efficace o meno.

La sicurezza si valuta sui compiti, sui risultati e sul rispetto della legge, non sulle etichette. Perché, quando ogni decisione viene giudicata sbagliata a prescindere, il confronto lascia spazio al pregiudizio.


*Segretario Generale UNARMA – Associazione Sindacale Carabinieri


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