Reza Pahlavi è solo una carta a favore del regime iraniano
Secondo la Resistenza iraniana è una falsa alternativa che favorisce gli ayatollah
di Tullio Monti

La campagna mediatica è da due anni martellante e assai dispendiosa. Parliamo di quella messa in campo dai solertissimi sostenitori di Reza “Ciro” Pahlavi. Cioè a favore del figlio dell’ultimo Shah di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. Un dittatore. Anzi, il il dittatore criminale dell’Iran prima della Rivoluzione Islamica del 1979 che ha precipitato l'Iran nell’abisso di un'altra dittatura di natura teocratica islamista. E a seguito delle polemiche a livello internazionale sulla provenienza dei cospicui finanziamenti alla campagna di "Ciro" volta ad accreditarlo come una possibile alternativa al regime teocratico iraniano, ha destato clamore la proposta di Pahlavi di realizzare una sorta di alleanza con la parte del regime iraniano più crudele nei confronti del popolo iraniano, i Guardiani della Rivoluzione più noti come Pasdaran, al fine di realizzare un presunto “cambio di regime”, di cui egli sarebbe naturalmente il garante democratico.
Ora, si impongono alcuni rilievi che proviamo a mettere in ordine. In primis, il fatto che Pahlavi non ha mai minimamente criticato la politica dittatoriale e repressiva del regime del padre, che egli anzi rivendica orgogliosamente come democratica e modernizzante, non tenendo in alcun conto evidentemente le circa 50.000 vittime di quel regime, in cui giocava un ruolo repressivo fondamentale la famigerata polizia politica segreta Savak. Secondo, che con molta probabilità, se si usa il buon senso, parte dei fondi che sostengono la sua campagna internazionale - per tentare di tornare al potere in Iran, senza alcun movimento organizzato all’interno del paese che lo sostenga – derivano e provengono ancora dalle sue scorte finanziarie che egli ereditò dal padre, fuggito frettolosamente dal suo paese nel 1979, portando con sé circa 75 milioni di dollari, letteralmente derubati al popolo iraniano. Una cifra per l'epoca enorme che ha consentito a Reza “Ciro” Pahlavi di vivere negli USA, tra lussi ed agi inimmaginabili, e senza mai dover lavorare un sol giorno in tutta la sua esistenza. Terzo, non sono da sottacere i numerosi e documentati episodi di aggressioni violente posti in essere da esponenti dei sostenitori di Pahlavi nei confronti di sostenitori della Resistenza organizzata iraniana, democratica e laica, facente capo al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI). Quarto, il discutibile entusiasmo con cui Pahlavi ha salutato la guerra scatenata da Donald Trump contro l’Iran, che non ha prodotto alcun risultato e non ha scalfito il regime, se non quello di ricompattare ancor di più il regime stesso, che – venute meno alcune figure apicali legate al clero sciita – ha visto emergere come vero nucleo duro del regime stesso proprio quei Pasdaran con cui Pahlavi vorrebbe allearsi per portare alla democrazia l’Iran. Ultimo, in sintesi, l'interrogativo più che legittimo sul tipo di credibilità e legittimità democratica possa avere un personaggio come Pahlavi, sia dal punto di vista delle garanzie democratiche, che della trasparenza dei suoi rapporti e contatti, fuori e dentro l’Iran.
Queste considerazioni riprendono un recente articolo del Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI)[1] sulla "pretesa leadership" di Reza Pahlavi, teso a distogliere "l’attenzione dalle forze democratiche organizzate, senza offrire un mezzo credibile per rimuovere il regime dei mullah", ma offrendo all'opposto a Teheran "un vantaggio politico". Del resto, avere sostenitori non conferisce un mandato nazionale, né l’organizzazione necessaria per sostituire una dittatura, e come ha dimostrato Reuters in recenti inchieste, non esiste "alcun evidente movimento di massa organizzato all’interno dell’Iran pronto a portare Pahlavi al potere. Non è stata dimostrata alcuna seria prospettiva di restaurazione della monarchia rovesciata nel 1979. La campagna di Pahlavi assorbe comunque attenzione e sostegno politico che potrebbero altrimenti rafforzare l’opposizione democratica organizzata. Il suo significato pratico risiede in questa deviazione, piuttosto che in un percorso credibile verso il potere".[1] Le stesse affermazioni di Pahlavi illustrano questa distanza. Né possono essere considerate valide le visualizzazioni on line, laddove Pahlavi cita al Council on Foreign Relations, nell’ottobre 2025, 1,5 milioni di visite al sito web nell’arco di ventiquattro ore come prova di unità. "Un simile traffico non può dimostrare un seguito rappresentativo" e più esperti hanno segnalato un’amplificazione artificiale attorno ai suoi account e attribuito alcuni profili apparentemente favorevoli a Pahlavi a operatori legati al regime che lavorano dall’Iran.
Il CNRI esamina poi il sostegno di Pahlavi alla guerra rivelatore di una sua debolezza nella pretesa di leadership. "Il 27 febbraio 2026 ha dichiarato alla ABC che un’azione militare poteva essere un «intervento
umanitario» per proteggere vite e accelerare il crollo del regime. In un’intervista a luglio, Reuters lo ha incalzato sulla sua successiva descrizione della guerra come «la svolta che aspettavamo da tutto questo tempo». Ha difeso il suo passaggio al sostegno dell’intervento citando l’uccisione di manifestanti da parte del regime a gennaio. Il nesso è chiaro: senza un’organizzazione dimostrata all’interno dell’Iran capace di rovesciare il regime e garantire una transizione, Pahlavi fa forte affidamento sulla potenza militare straniera
per superare tale debolezza, prospettando sé stesso come il leader successivo.
Il quotidiano britannico The Guardian ha inoltre riferito che sostenitori di Pahlavi fuori dall’Iran esibivano emblemi della SAVAK, il cui ricorso alla tortura e alla repressione è stato documentato da Amnesty International. Celebrarla offende le vittime e indebolisce le affermazioni secondo cui un ritorno alla monarchia favorirebbe la libertà. In altre parole, un n progetto di restaurazione senza un serio percorso attendibile verso il successo può comunque soppiantare l’opposizione democratica organizzata nel dibattito pubblico. La visibilità di Pahlavi, gli attacchi contro altre voci dell’opposizione e la dipendenza dall’intervento straniero oscurano il lavoro delle forze che si organizzano per il cambiamento. Il regime degli ayatollah ha ragioni politiche per accogliere favorevolmente tale confusione, e l’infiltrazione segnalata nelle reti favorevoli a Pahlavi offre un mezzo per alimentarla".
Da ricordare infine, come è stato già pubblicato su La Porta di Vetro[2] che il 14 ottobre a Berlino, in una conferenza sulla crisi in Iran, parlamentari tedeschi, ex parlamentari, diplomatici, analisti politici e attivisti iraniani hanno "criticato aspramente i tentativi di promuovere Reza Pahlavi e la restaurazione della monarchia deposta", mettendo in guardia "contro le campagne volte a demonizzare o emarginare la Resistenza organizzata e ha chiesto azioni più incisive contro le esecuzioni, la repressione transnazionale e l’impunità per i crimini contro l’umanità". E tramite un videomessaggio, la signora Maryam Rajavi, presidente-eletta del CNRI, ha contestato l’appeasement (ovvero la condiscendenza con il regime) e puntato il dito contro una guerra dall’esterno inutile a risolvere la crisi iraniana e ad avviare un reale cambiamento in senso democratico a Teheran.
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