Iran, morte e solo morte, non si ferma la macchina delle esecuzioni

Scrive il Manifesto nell'edizione di ieri, sabato 17 ottobre: "Najmeh Amini ha 23 anni, è una studentessa curda di economia ed è rinchiusa nel carcere di Vakilabad, a Mashhad. È stata condannata a morte per un post sui social giudicato un «insulto al Profeta». In un altro procedimento le sono stati inflitti oltre dodici anni di carcere".[1]
Secondo una fonte vicina alla famiglia, citata dall’organizzazione statunitense Human Rights Activists in Iran (HRAI), Amini è stata riconosciuta colpevole di sab ol-nabi, l’accusa di insulto al profeta Maometto.
Najmeh Amini è una studentessa di contabilità, arrestata l'8 gennaio scorso, durante le proteste in patria. [2] La giovane sarebbe stata arrestata dopo un monitoraggio online da parte della polizia informatica iraniana (Fata). Il contenuto esatto dei suoi post, tuttavia, non è stato reso pubblico. Le proteste di gennaio sono state definite «un bagno di sangue» dal giornalista del mensile The Atlantic e ricercatore iraniano residente negli Stati Uniti.[3]
Annunci di morte ed esecuzioni. Melika Azizi, 18 anni, è stata impiccata alcuni giorni fa, dopo una condanna a morte per moharebeh (guerra contro Dio). Al giudice, nel corso del processo, ha dato prova di un assoluto coraggio, sfidando la teocrazia dominante con una frase che è un lapidario atto d'accusa: “Avete lasciato che così tanti giovani versassero il loro sangue. Come posso restare in silenzio? Non mi importa. Uccidetemi pure”. Anche Melika era stata arrestata nel gennaio scorso. Prima di essere ceduta alla mano del boia, era passata dalle mani dei suoi aguzzini, ripetutamente stuprata per accreditare la falsa interpretazione del Corano che le donne violentate non raggiungono il Paradiso. Un'interpretazione distorta della parola del Profeta. Al contrario, la legge islamica considera un crimine l'atto violento e riconosce la punizione del colpevole. Ma il fanatismo ideologico se coniugato ad un potere patologico che usa qualunque mezzo per conservarsi produce le peggiori nefandezze.
Ricorda ancora il Manifesto che "Ali-Sina Mostafavi, alpinista e musicista di Bam, è stato impiccato il 14 ottobre nel carcere di Kerman, il giorno dopo essere stato trasferito in isolamento. Arrestato il 25 aprile, era stato condannato anche lui per moharebeh. "La Corte suprema aveva confermato la pena il 28 settembre. La magistratura lo accusava di aver partecipato alle proteste di gennaio e inviato immagini ai media all’estero".[4]
La repressione dell'integralismo religioso iraniano preme nuovamente sull'acceleratore. A favorirlo è anche la guerra e le tensioni in Medio oriente scatenate dal presidente americano Donald Trump su istigazione del premier israeliano Bernjamin Netanyahu, dove l'uno è puparo dell'altro reciprocamente, entrambi felici di essere in commedia nel fare precipitare l'umanità nel baratro per i propri insaziabili interessi. Dal Secondo dopoguerra, nessuno incubo si era avvicinato alle nostre porte con il massimo del realismo come quello incarnato da Trump e da Netanyahu, doppiamente colpevoli perché usano la democrazia come scudo personale. L'autocrate Putin li segue a ruota. È doveroso dirlo e scriverlo ogni giorno se non si vuole essere travolti dalla paura di essere uccisi da un algoritmo, da un cellulare, da un cercapersone, o da un più diretto sicario, e ritrovarsi a dover rinunciare alla libertà e alla dignità.
Libertà e dignità, la diade cui non rinunciano gli oppositori del regime di Teheran, nonostante l'uso su scala industriale della forca. Tra il 10 ottobre 2025 e l’8 ottobre 2026 Hrana (Human Rights Activists News Agency), agenzia di stampa ufficiale dell'organizzazione non governativa Human Rights Activists in Iran ha documentato almeno 2.003 esecuzioni in Iran, il 29% in più rispetto all’anno precedente.
Lo scorso 14 ottobre, in una riunione sulla crisi politica in Iran che si è tenuta a Berlino, organizzata da parlamentari tedeschi, ex parlamentari, diplomatici, analisti politici e attivisti iraniani, è stata chiesto da parte delle opposizioni in esilio "un cambiamento radicale nella politica tedesca ed europea nei confronti di Teheran e un maggiore riconoscimento della Resistenza iraniana strutturata", e sono stati criticati aspramente i tentativi di promuovere Reza Pahlavi e la restaurazione della monarchia deposta nel 1979 che mirao a demonizzare o emarginare la Resistenza organizzata.
In un videomessaggio, la signora Maryam Rajavi, presidente-eletta del CNRI (Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana) ha puntato il dito contro l’appeasement (ovvero la condiscendenza con il regime) e le suggestioni di una guerra condotta dall’esterno per risolvere la crisi iraniana. Secondo Rajavi, il futuro dell’Iran non passa dallo scontro del regime con potenze straniere, da una lotta all'interno della società iraniana.
«Da quarantasette anni, in Iran si sta consumando un conflitto profondo e prolungato, che costituisce la vera battaglia, di gran lunga superiore a qualsiasi conflitto esterno», ha affermato. «Si tratta della guerra fondamentale tra il popolo iraniano e il fascismo religioso». Sempre Rajavi ha osservato, riproponendo il dramma delle esecuzioni, diventate lo strumento principale per reprimere gli oppositori e prevenire un’altra rivolta a livello nazionale.
Per la leader della CNRI «la sfida e la resistenza pubblica, guidata in particolare dalle giovani generazioni che si oppongono al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, continuano ad espandersi, e negli ultimi mesi, le Unità di Resistenza hanno intensificato significativamente i loro attacchi contro le installazioni del regime e la loro opposizione all’apparato statale».
Note










Commenti