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Paolo Borsellino, i troppi angoli oscuri sulla strage di Via d'Amelio

  • Vice
  • 15 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

A trentaquattro anni dall'agguato al magistrato e alla sua scorta


di Vice


"Ho capito tutto... mi uccideranno, ma non sarà una vendetta di mafia". Paolo Borsellino aveva cominciato a ripetere la frase con ritmata e comprensibile ossessività pochi giorni prima di quel crudele 19 luglio del 1992 che avrebbe spezzato la sua vita e quella della sua scorta.

Il suo fraterno amico Giovanni Falcone era stato sepolto il 23 maggio, con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti che lo seguivano a Palermo sotto il peso sollevato da mezza tonnellata di tritolo sull'autostrada che unisce il capoluogo siciliano a Mazara del Vallo nei pressi di Capaci, piccolo comune familiare ai soli palermitani, che da quel 23 maggio avrebbe ricevuto notorietà internazionale.

Tra le due stragi corrono cinquantasette giorni. Un lasso di tempo che non è stato purtroppo amico del magistrato per offrire allo Stato, ma non per sua responsabilità, una leggibile chiave d'interpretazione degli innumerevoli intrecci e complicità sotterranei con Cosa Nostra che hanno guidato la mano nell'eliminazione sua e di Giovanni Falcone.

Anzi. Da quel 19 luglio lo Stato si sarebbe mosso nella direzione opposta, opponendo alla verità indagini e inchieste colabrodo, sfociate in ricostruzioni artefatte fondate su dichiarazioni di falsi pentiti, accantonando le rivelazioni circostanziate di veri pentiti, per risultare nei mesi successivi prigioniero della logica bombarola dei mafiosi corleonesi di Riina, Provenzano, Bagarella, Giovanni Brusca.

Quel "Ho capito tutto... mi uccideranno, ma non sarà una vendetta di mafia" si è così diluito in una ragnatela di processi sullo sfondo di una trattativa Stato-Mafia che Paolo Borsellino aveva intuito, ma non esternato compiutamente, e con ragione, percependo in quei caldi giorni di luglio isolamento, incomprensione, se non addirittura avversione, ai piani alti della Procura di Palermo. E ancora oggi, a trentaquattro anni dal dramma che travolse emotivamente come uno tsunami il Paese, quel delicato puzzle della ricostruzione giudiziaria presenta incastri scomposti, indelicatamente scoloriti non appena si guarda ai pezzi della famosa agenda rossa scomparsa, soprattutto nei confronti dei famigliari di Paolo Borsellino.

Paradosso vuole, che lo Stato, le istituzioni, il governo, sapessero delle minacce sia a Falcone, sia a Borsellino all'interno di una strategia sanguinaria promossa da Cosa Nostra, Ma non vi furono provvedimenti conseguenti. A Falcone venne negato l'elicottero per evitare le trappole viarie dall'aeroporto di Punta Raisi alla sua abitazione e in via D'Amelio, strada budello senza una doppia uscita, in cui viveva la madre del magistrato, non furono adottate le necessarie misure di sicurezza.

Il passato non si può riscrivere. Ma sul presente si può e si deve intervenire. Non è mai troppo tardi. Lo si deve a Paolo Borsellino e a Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio) Vincenzo Fabio Li Muli; a Giovanni Falcone, a Francesco Morvillo e a Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

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