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XX Settembre 1870, una data trascurata della nostra Storia

1 giorno fa
Tempo di lettura: 8 min

di Tullio Monti


Breccia di Porta Pia @Pubblico dominio in Wikipedia
Breccia di Porta Pia @Pubblico dominio in Wikipedia

Una rilettura del giorno dopo, di quel 20 settembre 1870, data che si è un po' smarrita nella memoria del nostro Paese. Il che è curioso, perché quel martedì di 156 anni fa, vi fu la Presa di Roma (attraverso la Breccia di Porta Pia, dal nome dello squarcio nelle mura vaticane aperto dall’artiglieria) con la conquista del Lazio da parte dell’esercito italiano, che costituì l’evento storico che sancì la conquista con le armi di Roma, la sua annessione allo Stato italiano, di cui poi divenne capitale nel 1871 (con lo spostamento da Firenze, che fu capitale di “transizione” dal 1865 al 1871) e la fine del potere temporale dei papi e dello Stato della Chiesa: si trattò di una avvenimento di straordinaria importanza nazionale ed internazionale e dalle numerose conseguenze istituzionali, diplomatiche politiche, religiose e sociali, che avrebbe costituito uno dei pilastri su cui lo stato liberale fondò il carattere della propria laicità.

La questione di Roma capitale era già stata posta con chiarezza da Cavour nel 1861, ma le trattative con la santa sede non ebbero alcun esito e Cavour tentò di convincere Napoleone III, imperatore di Francia, a togliere da Roma il presidio francese che vi stazionava a protezione del papa e dello stato pontificio.

Dopo la morte di Cavour, a metà del 1861, il nuovo governo di Bettino Ricasoli cercò di riaprire i contatti con il Segretario di stato pontificio, il cardinale Giacomo Antonelli (il Primo ministro e vero capo dello Stato Pontificio, chiamato “il Papa Rosso” e “il Richelieu italiano”, mai ordinato sacerdote, poi finanziatore del brigantaggio anti-italiano con i soldi del Re di Napoli), il quale tuttavia fu fermo nel rispondere “Quanto a fare accordi con gli espropriatori, noi non lo faremo mai”.

A seguito dello stallo delle iniziative diplomatiche, si verificarono alcuni tentativi di azione da parte dei mazziniani e di Garibaldi, il quale tentò dalla Calabria di risalire l’Italia per conquistare Roma, ma, dopo un breve conflitto a fuoco, a cui i garibaldini non risposero, il nizzardo venne fermato e ferito leggermente dalle truppe italiane sull’Aspromonte, comandate dal generale Enrico Cialdini – suo sempiterno nemico – e guidate sul campo dal colonnello Emilio Pallavicini.

Anche il governo Minghetti nel 1863 riprese le trattative con Napoleone III, che portarono finalmente alla stipulazione della Convenzione di Settembre, in base alla quale Napoleone garantiva il ritiro delle truppe francesi e lo stato italiano assicurava di non invadere lo stato pontificio: a garanzia del rispetto di tale impegno lo stato italiano si vincolava a trasferire la propria capitale da Torino a Firenze. Trapelata la notizia, nella capitale subalpina si verificarono forti disordini che furono repressi nel sangue dall’esercito e dai carabinieri: nella Strage di Torino (21/22 settembre 1864), seguita alle affollatissime manifestazioni spontanee di piazza, le truppe spararono sulla folla, causando 62 morti e 138 feriti. Il governo Minghetti dovette dimettersi, sostituito da quello del generale Alfonso La Marmora.

Nel 1867 Garibaldi fece un altro tentativo di conquistare Roma, sbarcando in Lazio, ma venne sconfitto dai francesi, che sbarcarono a Civitavecchia e dai pontifici nella battaglia di Mentana: i francesi, violando la Convenzione di Settembre, lasciarono poi alcune guarnigioni e presidi nel Lazio.

Alla fine del 1869 si insediò il nuovo governo di Giovanni Lanza, mentre nel luglio del 1870 Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia: le truppe francesi a quel punto abbandonarono il Lazio. L’imperatore francese venne sconfitto e fatto prigioniero dai prussiani nella battaglia di Sedan (1/2 settembre), provocando la caduta dell’impero e la proclamazione in Francia della Terza Repubblica. Tale nuovo fatto spianò all’Italia la strada per la conquista di Roma. Il segretario di stato pontificio Antonelli cercò di convincere gli stati europei ad intervenire presso il governo italiano nel tentativo di dissuaderlo dalla conquista di Roma, ma i governi europei si limitarono a non rispondere a tale invito o a dichiarare non essere la cosa di loro interesse.

Il governo presieduto dal piemontese di ferro, di Casale Monferrato, Giovanni Lanza (cattolico, esponente della Destra Storica), col pieno appoggio di Vittorio Emanuele II, procedette allora alla costituzione di un Corpo d’armata per l’Italia centrale, alla cui guida venne posto il generale Raffaele Cadorna - detto il Vecchio, padre di Luigi Cadorna di Caporetto e nonno di Raffaele Cadorna, capo partigiano militare e monarchico nel CLN – (veterano della Prima Guerra d’Indipendenza coi volontari in Lombardia, poi di Crimea, di San Martino, poi contro il brigantaggio in Abruzzo e contro la rivolta di Palermo, poi nominato senatore a vita e conte, cattolico conservatore, esponente della Destra storica feroce, che odiava i garibaldini, pur avendo dovuto inquadrarli nell’Esercito Regio, in seguito all’accordo tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II); Cadorna aveva l’ordine di prendere Roma, ma senza sparare sulla Città Leonina (Vaticano e Castel Sant’Angelo), sede del Papa.

Vennero inoltre nominati i comandanti delle cinque divisioni che costituivano l’esercito italiano, agli ordini dei generali Emilio Ferrero (cuneese, veterano di Novara, Peschiera, Crimea e futuro senatore e ministro della Guerra nei governi Cairoli e De Pretis), Gustavo Mazè de la Roche (torinese, veterano di San Martino, della lotta al brigantaggio in Puglia, ministro della Guerra nel governo De Pretis III), Enrico Cosenz (di Gaeta, ex ufficiale borbonico, veterano di Venezia con Guglielmo Pepe, garibaldino di ferro della prima ora, fin dal 1859, comandante del 1° Reggimento dei Cacciatori delle Alpi a Varese e San Fermo, alto ufficiale dei Mille, poi generale dell’Esercito Regio, di cui sarà  il primo Capo di Stato Maggiore, poi deputato e senatore, Collare dell’Annunziata), Diego Angioletti (toscano, veterano della Seconda e Terza Guerra d’Indipendenza, ministro della Marina nel Governo La Marmora, poi senatore) e Nino Bixio (genovese, ex braccio destro di Garibaldi coi Mille, anticlericale dichiarato e massone, scapigliato ed indisciplinato, senatore, ebbe come secondo il generale Giacomo Medici; Cadorna lo tenne lontano dalla Città Leonina per evitare che egli – come aveva anticipato di voler fare - vi sparasse contro, ma egli continuerà a sparare sulla città, fino ad entrarvi, anche dopo la bandiera bianca dei Pontifici).

Il totale delle truppe italiane ammontava a 50.000 unità (Fanteria, 7.000 bersaglieri – 6 battaglioni in prima linea e 6 di riserva -  e artiglieria con 130 cannoni rigati), mentre le truppe pontificie assommavano a circa 13.600 militari, suddivisi fra circa 7.000 italiani e circa 6.600 stranieri, di cui 4.000 Zuavi pontifici francesi e 2.600 della Legione d’Antibes (1.000 tedeschi e poi belgi e olandesi), tutti sotto il comando del generale tedesco, di Baden, Hermann Kanzler, fervente cattolico che si era arruolato nell’esercito pontificio, fino a diventare ministro della Guerra papale, il vincitore di Mentana contro Garibaldi). Vi fu un ultimo tentativo diplomatico del governo italiano, il 9 settembre, ma la lettera di Vittorio Emanuele II a Pio IX, consegnata ad Antonelli dal conte Ponza di San Martino non sortì alcun effetto, avendo egli pronunciato, a nome del papa, la seguente frase all’emissario italiano che consegnava la missiva reale: “Non Possumus. Io posso cedere alla violenza, ma dare la mia sanzione a un’ingiustizia, mai”.

L’11 settembre iniziarono le operazioni militari di Cadorna, senza alcuna dichiarazione di guerra formale: il generale Ferrero occupò Viterbo, Bixio (il primo a varcare i confini pontifici) Civitavecchia e Agnoletti Frosinone e Velletri; il 15 settembre Cadorna inviò una lettera a Kanzler, chiedendogli di acconsentire all’occupazione pacifica di Roma, ma egli rispose che l’avrebbe difesa con tutti i suoi mezzi a disposizione. Il 20 settembre avvenne l’attacco a Roma, sferrato in diversi punti. La Divisione Ferrero si dispose a sud, davanti alle Mura Aureliane, tra Porte san Giovanni e i Tre Archi/Porta San Lorenzo e fu la prima ad aprire il fuoco di artiglieria; la Divisione Angioletti, a fianco di quella di Ferrero, contro Porta San Giovanni; la Divisione di Mazè de la Roche disposta nel settore nord, contro Porta Pia (fu la prima ad entrare in Roma, preceduta dai bersaglieri e guidata sulla Breccia dal suo comandante a spada sguainata); la Divisione di Cosenz, anch’essa a nord, contro Porta Salaria; la Divisione di Bixio, posta sulla Cassia, come riserva, lontana dalla Città.

Pio IX aveva minacciato di scomunicare chiunque avesse comandato di aprire il fuoco sulla città: tale compito venne pertanto affidato al capitano d’artiglieria d’assedio Giacomo Segre, al comando della Quarta Batteria del 7° Reggimento Artiglieria da Campagna, ebreo di Saluzzo (che visse poi a Chieri, congedandosi dall’esercito col grado di colonnello e venendo sepolto nella porzione ebraica del cimitero di Chieri, ove ancora si trova la sua tomba), che in quanto di religione ebraica non sarebbe incorso in nessuna scomunica.

Dopo varie ore di cannoneggiamenti su tutto il perimetro della città (a scopo dissimulativo) a partire dalle 5 di mattina, finalmente, nei pressi della Porta Pia, dopo 888 cannonate in quel settore, venne aperta una breccia di circa trenta metri nelle mura, attraverso la quale le truppe italiane, con alla testa i bersaglieri, entrarono in Roma, incontrando una debole resistenza e venendo accolti trionfalmente dalla popolazione, stufa dei soprusi delle truppe pontificie e del dominio assolutistico ed illiberale di Pio IX. Al seguito dei bersaglieri entrò in Roma a Porta Pia anche il colportore valdese Enrico Luraschi, dipendente della Società Biblica Britannica, con un carretto pieno di bibbie tradotte in italiano trainato da un grosso cane bianco di razza maremmana, cui egli aveva dato il nome di Pio IX.

La battaglia della Presa di Roma durò dalle 5 del mattino alle 10, quando venne alzata la bandiera bianca su San Pietro; alle 17,30 il generale Kanzler firmò la resa ed il 21 settembre Cadorna prese possesso di Roma, ordinando che venisse evacuata dalle truppe pontificie.  La presa di Roma costò la vita di 49 morti, con 141 feriti, da parte delle truppe italiane, mentre l’esercito pontificio contò 20 morti e 49 feriti. Pio IX decise di non riconoscere la sovranità italiana su Roma ed il 2 ottobre si svolse il plebiscito per l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia, che venne approvato da 133.681 voti a favore, contro 1.507 voti contrari: tutti gli stati europei accettarono di buon grado la nuova situazione italiana.

Il 1° novembre Pio IX emanò l’enciclica “Respicientes ea”, con la quale dichiarava “ingiusta, violenta, nulla e invalida” l’occupazione dello stato pontificio, per poi dichiararsi successivamente “prigioniero politico del Governo italiano”. Nel 1874 poi emanò il “Non expedit”, con cui vietava ai cattolici italiani la partecipazione, sia attiva che passiva, alla vita politica ed alle elezioni italiane: tale divieto venne poi eliminato progressivamente da Leone XIII soltanto in tarda età giolittiana, nel 1919. Molti cattolici italiani, soprattutto i “modernisti”, fra i quali Alessandro Manzoni, accolsero favorevolmente la fine del potere temporale dei papi.

La presa di Roma, con alla testa un generale cattolico come Cadorna ed un generale massone come Bixio, con il contributo di un comandante d’artiglieria ebreo come Giacomo Segre ed il ruolo svolto da un colportore valdese come Enrico Luraschi, rappresenta plasticamente il contributo che tutti i cittadini italiani, delle diverse confessioni religiose ed appartenenze culturali, diedero al Risorgimento italiano, per l’unificazione della patria e la laicizzazione dello stato.

Con la Presa di Roma e del Lazio scompariva dalla storia lo Stato della Chiesa, che per 1.114 anni, dal 756 al 1870, aveva attraversato lo stivale italiano occupando quasi un terzo della sua superficie e costituendo nei secoli il più formidabile ostacolo all’unificazione politica degli italiani, con le sue continue e reiterate chiamate sul suolo italiano delle varie potenze straniere cattoliche (Franchi, Sacro Romano Impero, Normanni, Angioini francesi, Spagna, Austria, Borboni di Napoli, Francia) che, di volta in volta, invadendo la penisola e poi installando la propria dominazione, facevano il gioco dello Stato Pontificio e dei suoi papi re: nel 756 infatti, Pipino il Breve, re dei Franchi, chiamato in Italia da papa Stefano II, sconfisse i Longobardi di Astolfo e donò al papa 22 città (tra le quali Ravenna, Perugia, Parma, Reggio Emilia, Mantova, Ancona, Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia), che costituirono ufficialmente lo Stato Pontificio, da Roma alla Romagna, per 44.000 kmq.

Fu l’unica vera rivoluzione italiana, fatta da borghesi, liberali, monarchici e non di rado cattolici o massoni. In tutte le principali città italiane venne istituita - ed esiste ancor oggi -  una via XX Settembre, che collega il centro cittadino al duomo, alla cattedrale o alla maggiore chiesa cattolica, segno tangibile della autonomia e della supremazia dello stato sulla chiesa; per molti anni (fino al 1930) quella del XX Settembre fu la principale festività civile dello Stato italiano liberale, che segnava anche la conquistata laicità dello stato, poi sostituita dall’anniversario dell’11 Febbraio, data del Concordato fra lo Stato italiano, governato dal fascismo, e la Chiesa cattolica, che si riprese parte dei suoi antichi privilegi, pur senza tornare a possedere uno Stato pontificio, se non il piccolo Stato della Città del Vaticano (44 ettari).

C'è da domandarsi se non sarebbe opportuno ripristinare la festività civile (o almeno la Ricorrenza civile) del XX Settembre 1870, come data fondante dell’Unità italiana e della laicità dello stato.


 

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