No Tav e Val di Susa, il "laboratorio" dove la guerriglia dura da 25 anni
- Alberto Scafella
- 27 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Alla ricerca di uno Stato autorevole che non si limiti a inseguire la violenza
di Alberto Scafella

C’è qualcosa di profondamente italiano nel modo in cui affrontiamo la violenza contro i cantieri della TAV in Val di Susa. Da circa venticinque anni il copione è immutabile. Arriva un gruppo organizzato, partono assalti, pietre, bombe carta, razzi, devastazioni. Le forze dell’ordine respingono gli attacchi. Il giorno dopo la politica si indigna, condanna, si divide sulle responsabilità e promette che “non accadrà più”. Poi accade ancora. E ancora. E ancora. La cosa più sorprendente non sono gli assalti. La cosa più sorprendente è che continuiamo a definirli sorprendenti.
Una democrazia ha il dovere di garantire il diritto di manifestare. Ma una democrazia ha anche il dovere di impedire che una protesta diventi il terreno di caccia di professionisti del disordine sociale che nulla ha a che vedere con il dissenso civile. Ed è qui che nasce una domanda inevitabile. La Val di Susa non è un continente. Non è una metropoli sconfinata. È un territorio con accessi ben individuabili, obiettivi conosciuti, dinamiche che si ripetono da anni. Se gli attacchi seguono da decenni modalità ricorrenti, è legittimo chiedersi se gli strumenti di prevenzione possano essere ulteriormente rafforzati. Non per trasformare il Paese in uno Stato di polizia, ma per fare ciò che ogni Stato moderno dovrebbe fare: impedire che la violenza diventi un appuntamento fisso.
In questo quadro, il tema non è evocare suggestioni belliche, ma interrogarsi sulla qualità della prevenzione. In ambito di sicurezza, esistono da sempre approcci di analisi che studiano i comportamenti ricorrenti, le dinamiche dei gruppi, le fasi di escalation e le vulnerabilità di un territorio. Sono strumenti che appartengono alla cultura strategica e che, in contesti complessi, servono proprio a ridurre il rischio che lo scontro si ripeta secondo schemi prevedibili. Il punto, allora, non è immaginare una “guerra” in Val di Susa, ma chiedersi se la conoscenza accumulata in anni di episodi ripetuti venga tradotta in una capacità di prevenzione realmente strutturata. Perché quando un fenomeno si ripresenta con caratteristiche simili nel tempo, la questione non è più soltanto operativa: diventa strategica.
In questo senso, il ruolo dei servizi di informazione e sicurezza, AISE e AISI, merita una riflessione meno rituale del consueto elogio alla loro professionalità. Nessuno mette in discussione il valore degli operatori, né la complessità del loro lavoro, che si svolge spesso in condizioni difficili e con risultati importanti in molti altri contesti. Tuttavia, proprio perché si tratta di strutture centrali nella prevenzione delle minacce, è legittimo interrogarsi su una criticità evidente: la difficoltà nel trasformare la conoscenza del territorio e dei fenomeni radicali legati alla Val di Susa in una capacità di anticipazione stabile e continuativa.
Ora, non si tratta di attribuire responsabilità semplicistiche o di immaginare che i servizi possano sostituirsi alle forze di polizia sul campo. Ma quando per un quarto di secolo si ripetono dinamiche sostanzialmente analoghe, la sensazione è che la filiera informativa e preventiva, che dovrebbe andare dall’analisi alla previsione operativa, non riesca sempre a produrre un salto di qualità adeguato alla persistenza del fenomeno. Ed è proprio qui che si misura la distanza tra la percezione di controllo e la realtà di una prevenzione che appare spesso intermittente, più reattiva che anticipatoria.
L’intelligence, per definizione, non nasce per raccontare ciò che è già successo. Nasce per comprendere fenomeni, anticipare rischi e fornire elementi utili alle decisioni. Nessun servizio informativo può prevedere ogni singolo reato o neutralizzare ogni minaccia. Sarebbe una pretesa irrealistica. Ma quando uno stesso schema si ripete per un quarto di secolo, è naturale chiedersi se esistano margini per rendere la prevenzione più efficace e meno esposta alla logica dell’emergenza.
La politica, invece, sembra aver scelto un’altra strada. Condannare. Solidarizzare. Promettere. Aspettare il prossimo assalto. È una liturgia perfetta. Anzi, è la liturgia, talmente perfetta da essere diventata rassicurante. Ognuno recita la propria parte. C’è chi denuncia la repressione, chi denuncia l’eversione, chi invoca il dialogo, chi chiede il pugno duro. Manca - ed è qui che sorge spontanea la domanda - quasi sempre qualcuno che chieda una cosa molto meno spettacolare: una strategia di lungo periodo. Perché la sicurezza non si misura soltanto dal numero di agenti schierati quando gli scontri sono già iniziati. Si misura dalla capacità dello Stato di ridurre le occasioni in cui quegli scontri possano verificarsi. È questa la differenza tra reagire e governare.
Un principio classico della pianificazione strategica di tipo militare insegna che la migliore gestione del conflitto è quella che ne riduce la probabilità, intervenendo prima che le condizioni lo rendano inevitabile. Vale nei contesti militari, ma vale anche nella gestione dell’ordine pubblico: la prevenzione non elimina ogni rischio, ma può ridurre la ripetizione sistematica degli eventi critici.
Dopo venticinque anni di assalti, quindi, la domanda non è se serva un’altra conferenza stampa. La domanda è se qualcuno abbia finalmente deciso di rompere un copione che conoscono tutti a memoria, tranne, apparentemente, lo Stato. Perché uno Stato autorevole non è quello che arriva sempre per ultimo.
È quello che riesce a non far partire lo spettacolo della violenza.











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