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Nella ferita aperta del No Tav, il rifiuto del conflitto nella nostra società

di Savino Pezzotta


In Italia il conflitto non è un incidente: è la materia viva della democrazia. Lo si vede nei territori che resistono, nei comitati che non si lasciano addomesticare, nelle lotte che non si piegano alla retorica dell’ordine. E lo si vede, da anni, nella Val di Susa: un luogo dove la democrazia non è un rituale, ma un corpo che si espone.

La vicenda No Tav è diventata il paradigma di un equivoco nazionale: confondere il conflitto con la violenza. Ogni volta che la valle si mobilita, il discorso pubblico si chiude in una formula: “scontri”, “tensioni”, “ordine pubblico”. Come se la presenza di un dissenso radicale fosse di per sé una minaccia, come se la democrazia dovesse funzionare solo quando tutti sono d’accordo.

Ma il conflitto non è un problema da eliminare. È la condizione creaturale della vita comune. La democrazia non si indebolisce quando incontra il dissenso; si indebolisce quando lo reprime, quando lo riduce a devianza, quando lo trasforma in emergenza da gestire con dispositivi securitari.

La Val di Susa lo mostra con una chiarezza che fa male: il contrasto con i violenti non può diventare negazione del conflitto. Perché se la risposta alla violenza è la repressione del dissenso, allora la democrazia smette di essere democrazia e diventa amministrazione della paura. Il punto non è difendere la violenza — che non ha nulla di generativo — ma impedire che la sua presenza venga usata per cancellare la legittimità del conflitto politico.

Il conflitto, quando è radicato nei corpi, nei territori, nelle comunità, è una forma di cura: cura della terra, cura della dignità, cura della possibilità di decidere insieme. È una pratica di giudizio condiviso, non un sabotaggio dell’ordine. È ciò che accade quando una comunità dice: “Questa opera non è neutra, questo progetto non è inevitabile, questa decisione non può essere presa senza di noi”.

La democrazia italiana ha paura del conflitto, perché ha paura della creaturalità: della finitudine, della contingenza, della dipendenza reciproca. Preferisce la narrazione dell’unità, della stabilità, della normalità. Ma questa nostalgia dell’armonia è proprio ciò che la rende fragile: una democrazia che non tollera la frizione è una democrazia che non sa più ascoltare.

La teologia politica che serve oggi non è quella che cerca protezioni, pacificazioni, immunizzazioni. È quella che riconosce che la vita comune nasce dalla negoziazione continua delle differenze. Che il conflitto non è il contrario della pace, ma il suo laboratorio. Che la democrazia non è un corpo puro, ma un corpo esposto.

E allora la lezione della Val di Susa è questa: non si difende la democrazia eliminando il conflitto, ma abitandolo. Non si difende la comunità reprimendo il dissenso, ma ascoltandolo. Non si difende la pace negando la frizione, ma trasformandola.

La democrazia italiana non ha bisogno di nuove retoriche dell’ordine. Ha bisogno di una politica che sappia stare nella tensione senza scivolare nella ferocia. Una politica che non confonda la violenza con il conflitto. Una politica che riconosca che la vita comune, per essere viva, deve essere attraversata.

 

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