SETTIMANA FINANZIARIA. Usa, peggiora la fiducia dei consumatori
a cura di Stefano E. Rossi

La piazza finanziaria per antonomasia, Wall Street, l’11 settembre resta aperta. Si ferma solo per un minuto di silenzio, dopo la campanella di avvio attività. La ferita aperta venticinque anni fa non si è ancora rimarginata. Da allora, gli indici di borsa americani sono stati rimpinzati di titoli tecnologici super-performanti e si sono settuplicati di valore. Ma è ancora palpabile il vuoto creato dal crollo delle torri gemelle, nel quale precipitano senza sosta cascate di acqua, che carezzano i nomi incisi sul marmo nero di migliaia di lavoratori del Financial District.
L’indice S&P500 è salito, in un quarto di secolo, del +767% ma l’attuale situazione socio economica del Paese non può dirsi figlia della stessa euforia. Anzi. L’Università del Michigan persevera con il suo rigoroso responso sulle condizioni e sulle aspettative dei consumatori. Ad agosto è ripreso il declino. Il sentiment, cioè l’indice di fiducia, sul proprio destino economico da parte dei cittadini statunitensi peggiora a 51,7. Era a 58,2 un anno fa (-11,2%). La base è 100, fissata nel dopoguerra del 1945. A inizio secolo era addirittura arrivato a 110,1 ma il mondo di allora era tutta un’altra cosa.
Come ai tempi dell’attentato, negli Stati Uniti ora governa un Presidente repubblicano. Stavolta, però, si fa strada il timore che potrebbe essere lui a far crollare quel che è rimasto in piedi attorno alle macerie di Ground Zero. E stiamo parlando di solide fondamenta e cioè quelle del tempio della finanza mondiale, della prima potenza economica, del più imponente apparato militare terrestre e spaziale.
Debito pubblico americano fuori controllo
Il primo tassello barcollante che sta facendo le spese delle politiche economiche della Casa Bianca sono i conti pubblici. L’aumento dell’indebitamento è fuori controllo. Per la prima volta negli Usa gli interessi sul debito pubblico hanno superato la soglia dei 1,25 miliardi di dollari l’anno. Il costo del debito erode il 18,2% delle entrate totali dello Stato.
La spesa dello Stato che cresce a causa della sfiducia dei risparmiatori si ripercuote sulla crescita dei tassi. Noi italiani lo sappiamo bene. Da sempre siamo esperti in fatto di spread.
Negli Usa il Treasury Bond decennale preoccupa. Per raffreddare il tasso di mercato del titolo, ormai arrivato al 4,97%, si può agire ampliando la domanda. Maggiori saranno le richieste, minore sarà il prezzo di offerta che si riuscirà a spuntare. Quindi, per ottenere questo risultato, il ministro del Tesoro Scott Bessent ha annunciato un imponente riacquisto di titoli da parte dello Stato. Ma è fallito nei propri intenti. Infatti, nonostante il proclama dell’immane sforzo economico pari a 6 miliardi di dollari, i tassi, indifferenti, hanno proseguito la loro corsa all’insù.
Ma i motivi del sentiment negativo non finiscono qui. Ci sono il deragliamento del prezzo del petrolio e le aspettative di un rialzo dei tassi entro fine mese. La partita è sempre più complicata. Scott Bessent ci gioca su e dice sono io che do le carte. Non c’è dubbio che questo governo Usa le abbia mischiati proprio ben bene! Vedremo se poi arriverà qualcuno che accoppa... i mazzi. Lo scopriremo alle elezioni di Mid Term. Mancano solo 53 giorni, domeniche comprese. E non sembra che per il presidente e per i suoi fedelissimi le cose si stiano mettendo al meglio.
Intanto i negozi MAGA (Make America Great Again) che hanno finanziato la campagna elettorale di Trump sono in crisi. I titolari accusano i consumatori di una flessione dell’entusiasmo di un tempo. Sempre meno sono i clienti che entrano e i costi di gestione e d’approvvigionamento degli articoli sono sempre più alti. E così, gli Store chiudono i battenti. Chi resiste, si augura di arrivare alla fine del mandato presidenziale, che si concluderà nel 2029. Sostengono che quando Trump lascerà la Casa Bianca, i sostenitori MAGA agiranno in preda alla nostalgia e torneranno ad acquistare i suoi gadgets.
Prezzo del gas sotto osservazione
In Europa la Banca Centrale ha alzato i tassi del +0,25%. Il tasso dei depositi è così salito a 2,50% e quello di rifinanziamento marginale a 2,65%. L’aumento, guidato dai timori inflazionistici, era già stato scontato dai mercati. E il tasso Euribor a tre mesi, sul quale si calcolano gli interessi dei mutui variabili, si aggiorna posizionandosi più in su: 2,64%.
Questa settimana l’oro si è mantenuto stabile a 4.349 dollari l’oncia (120 euro al grammo). Il dollaro resta fermo a 1,16 contro l’euro. A Londra il petrolio Brent ha chiuso a 104,47 dollari al barile, con una variazione del +8,51%. Giovedì aveva sfiorato quota 110 dollari. Il greggio a New York è salito del +9,30% (99,99 dollari/barile) e il gas Dutch TTF ad Amsterdam del +10.51% (79,52 dollari al MWh). In Italia il prezzo medio della benzina self-service è 2,072 euro al litro, il gasolio 2,185.
Il gas è sotto osservazione. Ad aumentare i prezzi e le incertezze è la situazione degli stoccaggi. Sono ancora scarsi nell’Ue e la stagione autunno-invernale si avvicina. Oggi la media europea è al 67,63% della capienza. Germania e Olanda sono appena sopra il 50%. Va bene invece per l’Italia, che ha un grado di saturazione dell’84,14%. Nonostante questo, però, lo pagheremo caro a causa delle regole di indicizzazione al prezzo del mercato internazionale, che continua a salire.
L’Istat ha diffuso l’andamento delle produzioni agricole nell’ultimo ventennio. A livello nazionale, dal 2006 al 2025 le superfici seminative più diffuse si sono sensibilmente ridotte sia per estensione che per produzione: mais -51,2% di superficie coltivata e -42,7% produzione (ma il mais ceroso sale del +46%); per il frumento tenero, il calo è rispettivamente del -21,4 % e -12,3%. Ancor più marcata la discesa per la frutta, come per le pesche (-40,7%), con un picco del -60,6% nella produzione delle pere. In contro tendenza i kiwi (+17,8%) e le mele (+13,2%). Sale la produzione di latte del +27,2%, nonostante il calo del numero dei capi (-12,2%). È indice della maggiore produttività media dei bovini, dovuta alla selezione genetica.
Le mani di Poste Italiane su Telecom Italia
A Piazza Affari brilla Lottomatica. Con l’acquisto della spagnola Cisra, il gruppo dei giochi si trova in mano le carte giuste. La società stima di conseguire, nel primo triennio dalla fusione, un margine lordo incrementale compreso tra i 200 e i 300 milioni di euro. il titolo sale nella sola giornata di lunedì del +7%.
Si è chiusa l’Opas promossa da Poste Italiane su Telecom Italia. Hanno aderito i titolari di azioni Tim pari a una quota capitale del 46,5%. Sommata alla partecipazione già a mani Poste Italiane, pari al 20,1%, la società può ora contare sul controllo del 66,6% del capitale di Telecom Italia. Secondo la prassi, il periodo di adesione sarà riaperto agli azionisti TIM, che potranno ancora aderire alle precedenti condizioni tra il 21 e il 25 settembre.
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB
I Tori: Lottomatica +12,61%, Inwit +5,66%,
Gli Orsi: Brunello Cucinelli -5,33%, Buzzi -4,57%.
FTSE MIB: +0,79% (valore indice: 52.512)











Commenti