Quousque tandem abutere? …Fino a quando i popoli dovranno sopportare la prepotenza dei potenti?
- Caterina Mele
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di Caterina Mele

Da non molti giorni è trascorsa la ricorrenza del 14 luglio, festa nazionale francese in ricordo della presa della Bastiglia. Il 14 luglio del 1789 segna simbolicamente l’inizio della Rivoluzione Francese, con cui si conclude l’Ancient Régime e la fine dell’assolutismo monarchico. Dopo nulla sarà più come prima, nel corso di due secoli circa, faticosamente e a prezzo del sangue, i popoli europei e occidentali, conquisteranno progressivamente diritti, civili e politici, fino alla costituzione delle moderne democrazie.
Immersi in un neo feudalesimo
Tuttavia oggi, trascorso il primo quarto del XXI secolo la situazione generale delle democrazie occidentali vive uno stato di salute preoccupante. Presidenti e ministri europei e americani, con il loro codazzo di famigli e lacchè, si fanno ritrarre sorridenti e intoccabili, nei luoghi più sontuosi e simbolici del potere assoluto, come la Reggia di Versailles, a raffigurare anche plasticamente il ritorno in una forma nuova, di re, regine e imperatori, sempre più lontani e distanti da quel popolo che in teoria dovrebbero rappresentare.
Il potere globale si esplica attraverso una forma di neo-feudalesimo, in cui pochi plutocrati detengono il controllo del mondo attraverso un complesso sistema finanziario e tecnocratico, reso possibile dall’accumulo di enormi capitali, con algoritmi e lobbies, che violano i diritti nazionali e internazionali e sottraggono, o rendono inefficaci ai governi le loro prerogative peculiari di indirizzo politico, sociale ed economico.
La progressiva distruzione dei sistemi di welfare, conquistati a caro prezzo dai nostri padri, in Italia, ma anche negli altri paesi europei, lo smantellamento della scuola e della sanità pubblica, la precarietà e il lavoro povero, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo e la distruzione ambientale, rispondono a logiche di profitto e di capitale sovranazionale e trasversale, a cui i governi, in teoria democraticamente eletti, non possono e spesso non vogliono opporsi.
La stessa Unione Europea, nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale come strumento per promuovere la pace e l’unificazione dei popoli sopravvissuti alle devastazioni belliche, sta tradendo da tempo i suoi valori fondativi, che dovrebbero essere basati sul “rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze…”[1], e sta calpestando l’art.3 del Trattato di Lisbona che recita che “L'Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”.
Si parte da lontano
Il percorso che ha tracciato l’involuzione attuale parte da lontano e non è condensabile in queste poche righe. Dal momento però che la memoria collettiva spesso tende ad essere a breve, brevissimo termine, può essere utile richiamare alcuni pochi accadimenti degli ultimi 15 anni in Europa e in Italia, da cui è possibile intuire elementi di anticipazione della odierna torsione valoriale dell’Occidente.
Il primo grande e palese vulnus democratico e umanitario inferto dalle istituzioni europee ad una sua popolazione risale al 2010, con il draconiano piano di ristrutturazione del debito pubblico, imposto dalla cosiddetta troika, la Commissione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale alla Grecia. Le misure di austerità furono così spietate da infliggere colpi durissimi ai diritti umani, politici e civili dei cittadini greci e agli standard democratici in vari settori economici e sociali. I tagli imposti alla spesa pubblica riguardarono i servizi essenziali come quello sanitario, senza alcuna considerazione per il mantenimento dei livelli minimi di assistenza e per il rispetto dei diritti della popolazione.
La disoccupazione raggiunse un livello senza precedenti, del 28% nel settembre del 2013, raggiungendo il 60,8% tra i più giovani. Il minimo salariale venne ridotto del 22% per tutti i lavoratori con più di 25 anni e del 32% per i più giovani, mentre le riforme che dovevano rendere il mercato del lavoro più “flessibile” di fatto diminuirono la protezione dei diritti dei lavoratori, in un quadro generale che provocò un aumento significativo delle disuguaglianze[2].
L’austerità in Italia
In quegli stessi anni – che seguirono la crisi dei mutui subprime americani e il fallimento della Lehman Brothers - nel 2012, il governo Monti firmando il fiscal compact europeo inaugurava l’austerità in Italia e l’avvio della progressiva distruzione delle politiche di welfare di stampo keynesiano faticosamente conquistate nel corso di decenni dalle generazioni che ci avevano preceduto. Il ricatto dello spread (una spada di Damocle ancora attuabile), lo spregio e la derisione dei paesi “frugali” adoratori dell’austerità sui cosiddetti PIGS (o PIIGS), che come l’Italia avevano un alto debito pubblico - malgrado l’Italia fosse paese fondatore dell’Unione e contributore netto delle finanze europee - introdussero in grande stile la stagione della devastazione dei diritti sociali, civili ed economici conquistati nel corso di un secolo di lotte dei lavoratori.
Iniziò con il dramma degli esodati e la messa in discussione del diritto a una pensione dignitosa, continuò con il lavoro flessibile e precario (dopo il Job Act del Governo Renzi) che oggi, senza la tutela di un salario minimo, ha creato, soprattutto a danno dei giovani, delle condizioni di lavoro non garantito, privo di protezione sociale e sottopagato, a cui si affiancò il progressivo e continuo definanziamento e smantellamento della sanità, dell’istruzione e dell’università pubblica. Oggi il risultato di queste politiche, che accomunano destra e sinistra, è che le disuguaglianze sono aumentate, il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera dei nuclei familiari del nostro Paese (il rapporto era pari a 6,3 alla fine del 2010) e il 5% più ricco con il 47,7% della ricchezza nazionale possiede quasi il 20% in più della ricchezza detenuta dal 90% più povero [3], nello stesso tempo i salari reali degli italiani si trovano in fondo alla classifica dei paesi europei e dell’area Ocse[4].
Il costo del riarmo e delle spese militari
Mentre le politiche economiche e fiscali europee ed italiane hanno devastato l’economia civile, lo stato di diritto e la tutela delle famiglie, sul comparto della difesa è stato inferto un colpo ancora più drammatico, con il ritorno della guerra, voluta dalle élites economiche e finanziarie globali, ampiamente insediate in Europa, che con il mercato degli armamenti stanno vivendo una nuova età dell’oro. Il welfare è stato sostituito dal warfare. La guerra russo-ucraina che coinvolge indirettamente i paesi NATO europei a seguito degli indirizzi americani, il genocidio a Gaza e il conflitto continuo nella regione palestinese e della Cisgiordania, la guerra USA-Iran, sono il preludio di quanto si sta cercando di fare accettare all’intera popolazione europea, promuovere la normalizzazione dell’orrore della guerra, persino di quella nucleare, sul proprio territorio.
La spesa militare globale sta crescendo ininterrottamente da almeno 13 anni, i dati SIPRI[5] mostrano un trend in crescita soprattutto nei paesi NATO e in particolare nei Paesi NATO dell’Unione europea. I paesi NATO-UE sono passati da 145 miliardi di euro di spese militari nel 2014 a 215 miliardi nel 2023, con un aumento del 48% in termini reali. Nel complesso dei paesi NATO dell’Unione Europea, tra il 2013 e il 2023, il PIL reale è aumentato del 12% (poco più dell’1% annuo in media), l’occupazione totale del 9% e le spese militari del 46%, quattro volte di più del reddito nazionale[6].
L’incremento degli investimenti in armi ha poi subito un’accelerazione notevole a partire dal 2022, con la guerra russo-ucraina. Per quanto riguarda la spesa militare globale, in questi ultimi anni siamo passati da un record all’altro: da 2243 miliardi di dollari nel 2023 a quasi 2900 miliardi di dollari nel 2025 e continua a crescere, il carico militare globale, ovvero la spesa in rapporto al Pil, è salito al 2,5%, toccando il livello più alto dal 2009[7]. In Italia nel 2026 la spesa militare diretta ha raggiunto i 33,4 miliardi di euro e negli ultimi tre anni il Governo ha stanziato 36,4 miliardi per 78 programmi di riarmo, inoltre gli accordi sottoscritti con la NATO impegnano per le spese militari il 5% del PIL nazionale entro il 2035, con un costo di circa 500 miliardi di euro[8].
Tutto questo mentre si stentano a trovare fondi per la sanità, le pensioni, la scuola e l’università pubblica, per non parlare dei soli 100 miliardi di dollari stanziati a livello globale per il cambiamento climatico. A ciò si aggiunge il piano di riarmo europeo Rearm Europe o Readiness 2030 varato dalla Commissione europea nello scorso anno che potrebbe comportare una spesa complessiva di 800 miliardi di euro a gravare in più sui governi dei paesi dell’Unione, a discapito di tutte le altre spese produttive e sociali a favore delle popolazioni.
Poiché stiamo parlando di armi, aggiungiamo inoltre che attualmente nel mondo sono presenti, oltre a quelle “convenzionali” ma comunque letali, circa 12.187 testate nucleari[9] e di queste 10.000 sono pronte all’uso, basterebbero poche decine di esse per distruggere tutta la nostra civiltà e la biosfera terrestre in modo completo e irreversibile.
Questo nuovo feudalesimo plutocratico e tecnocratico transnazionale, di cui i governi europei sono vassalli in misura più o meno stretta, con il suo enorme potere economico e finanziario, sta letteralmente decidendo delle sorti e della vita e della morte di miliardi di uomini e di tutte le specie viventi che popolano la Terra. E dunque, fino a quando tutti noi saremo disposti a chinare passivamente la testa e a sopportare indifferenti o rassegnati questo stato di cose?
Note
[1] art.2, Trattato di Lisbona, 2007
[2] FIDH, Hellenic League for Human Right, Downgrading rights: the cost of austerity in Greece, 2014
[3] Rapporto Oxfam 2025 su dati della Banca d’Italia
[4] OECD Employment Outlook 2026 - Geographic Disparities in Jobs and Incomes
[5] Stockolm International Peace Research Institute
[6] Greenpeace & Sbilanciamoci, Economia a mano armata 2024, Spesa militare e industria delle armi in Europa e in Italia, 2024
[7] SIPRI, World Military Expeditures, 2025
[8] Annuario Milex 2026
[9] Federation of American Scientists (FAS), 2026











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