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Bab el-Mandeb: il paradosso di un Occidente che non sa decidere

18 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

testo e vignetta di Alberto Scafella


C’è qualcosa che non torna nella strategia occidentale in Medio Oriente. Si discute, si negozia e si interviene, direttamente o indirettamente, in Iran, in Libano e a Gaza, mentre davanti agli Houthi, una formazione armata che minaccia una delle principali arterie commerciali del pianeta, l’Occidente sembra accontentarsi soprattutto di difendersi.

Perché? Gli Houthi sono radicati nello Yemen, dispongono di missili, droni e di una struttura militare ormai consolidata. Non sono però una potenza in grado di sostenere un confronto convenzionale con le forze occidentali. La loro forza sta altrove: nella capacità di utilizzare il territorio, sfruttare la geografia e imporre costi sproporzionati a chi controlla il mare. Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Le navi occidentali intercettano missili e droni, proteggono i mercantili e pattugliano il Mar Rosso. Una strategia necessaria, ma prevalentemente difensiva. Si protegge la nave minacciata senza eliminare definitivamente la capacità di minacciare. È una guerra di logoramento nella quale l’attaccante può spendere relativamente poco per costringere il difensore a impiegare sistemi sofisticati e costosi. Ma Bab el-Mandeb non è una questione yemenita. È una delle porte attraverso cui l’Asia comunica con il Mediterraneo e con l’Europa. Se una milizia può condizionare il traffico attraverso questo passaggio, può incidere sui tempi delle consegne, sui costi dei trasporti, sulle assicurazioni e, indirettamente, sui prezzi dell’energia e delle merci.

Non serve conquistare un Paese occidentale per colpirne l’economia. Basta riuscire a rallentarne le rotte commerciali. E allora perché non affrontare il problema alla radice? Se gli Houthi sono fortemente insediati sul territorio, una strategia esclusivamente navale o aerea rischia di non essere risolutiva. Una possibile alternativa sarebbe sostenere una vera offensiva terrestre delle forze yemenite contrarie agli Houthi, oggi sostenute dall'Arabia Saudita, fornendo intelligence, addestramento, logistica, copertura aerea e sistemi d’arma occidentali. L’obiettivo non dovrebbe essere l’occupazione occidentale dello Yemen, né una nuova guerra senza termine. L'ultima ha provocato una crisi umanitaria di proporzioni impressionanti. Dovrebbe essere quella di consentire agli stessi yemeniti di recuperare le aree strategiche dalle quali viene esercitata la minaccia sul Mar Rosso.

Lo Yemen è un Paese difficile, frammentato e segnato da circa 12 anni di guerra civile. E da una corruzione che ha favorito la nascita e la crescita degli Houthi, che ora hanno conquistato anche gli accessi al Mar Rosso. Con la ripresa degli scontri, dopo un periodo di tregua (relativa), gli Houthi hanno dimostrato di saper resistere a forze superiori e di poter trasformare il territorio in uno strumento di guerra. Non a caso, i loro attacchi missilistici hanno colpito diverse città nel sud dell'Arabia Saudita e hanno provocato gravi incendi in alcuni impianti petroliferi. Da parte sua, le forze armate saudite hanno scatenato ondate di pesanti raid aerei contro le postazioni Houthi in Yemen.

Quindi, per questo occorre distinguere tra distruggere alcune capacità militari e modificare realmente l’equilibrio sul terreno. Il primo obiettivo può essere raggiunto con bombardamenti e operazioni mirate. Il secondo richiede una strategia terrestre e soprattutto un progetto politico per il dopo. Ed è qui che il confronto con Iran, Libano e Gaza diventa inevitabile.

L’Occidente accetta di misurarsi con scenari geopolitici enormemente complessi quando ritiene che siano in gioco interessi strategici essenziali. Nel caso degli Houthi, invece, sembra prevalere il timore che qualsiasi azione più incisiva possa trasformare una crisi regionale in una guerra più ampia. È una prudenza comprensibile. Ma può diventare controproducente. Perché la deterrenza non consiste soltanto nel possedere portaerei, missili, aerei e satelliti. Consiste nel convincere l’avversario che, superata una determinata soglia, quelle capacità verranno utilizzate. Se questa certezza viene meno, anche una forza militarmente molto inferiore può acquisire un’importante leva strategica.

Gli Houthi non devono sconfiggere le flotte occidentali. Devono soltanto dimostrare di poterle tenere impegnate e rendere insicura una rotta commerciale mondiale. È una differenza decisiva. La vera questione, quindi, non è se l’Occidente abbia la forza per affrontare gli Houthi. La forza militare c’è. La questione è se esista una volontà politica di trasformare quella superiorità in un risultato strategico. Perché proteggere una nave significa evitare una sconfitta. Togliere al nemico la capacità di minacciare la rotta che quella nave percorre significa vincere la partita. E Bab el-Mandeb potrebbe diventare il luogo nel quale si misura non soltanto la sicurezza della navigazione, ma la credibilità stessa dell’Occidente.

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