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Il "Cadornismo" del governo Meloni, ossia la filosofia dello scaricabarile

Aggiornamento: 45 minuti fa

Ci sarà sempre qualcuno su cui riversare le colpe se le cose non funzionano

di Gian Paolo Masone


Il Cadornismo, espressione già diffusa nel linguaggio militare e politico dell'epoca della Grande Guerra, definisce la convinzione dogmatica che un'azione si realizzerà per il solo fatto che chi detiene il comando la ritiene giusta, razionale e opportuna. La conseguenza fisiologica di questo approccio è che, quando la decisione fallisce dinanzi alla prova della realtà, la responsabilità viene sistematicamente scaricata verso il basso, ossia su chi avrebbe dovuto eseguire l'ordine. Il generale Luigi Cadorna, successore al vertice dell'Esercito italiano del generale Alberto Pollio, filotedesco, prematuramente (e misteriosamente) morto a Torino nel luglio del 1914, incarnò perfettamente questa visione, scambiando sostanzialmente l’autoritarismo per strategia e imputando i disastrosi insuccessi bellici al presunto "tradimento" o alla viltà dei soldati, anziché alla totale carenza di preparazione logistica e tattica.


Gramsci lo elevò a categoria politica

Il concetto non fu dunque inventato da Antonio Gramsci, ma fu il pensatore sardo e fondatore del Partito comunista d'Italia a elevarlo a categoria analitica sociopolitica nei suoi Quaderni del carcere[1]. Gramsci trasferì il cadornismo dalle trincee della Prima guerra mondiale alla prassi politica, definendolo come quel vizio burocratico e ideologico che scambia gli enunciati normativi per trasformazioni reali della società. Per Gramsci, la vera azione politica non può limitarsi alla proclamazione di principio o al testo di legge, ma deve farsi carico responsabilmente di tutti gli attriti, gli impedimenti strutturali e le forze frenanti presenti nel tessuto sociale ed economico.

La recente approvazione del provvedimento in materia penitenziaria, che modifica il Dpr 309/1990 destinato a coinvolgere circa diecimila detenuti con problemi di tossicodipendenza, riporta inevitabilmente alla mente l'attualità di questa riflessione. Se da un lato è innegabile che la struttura carceraria rappresenti il luogo meno idoneo per affrontare le patologie della dipendenza — dove il sovraffollamento esaspera il disagio e ostacola il lavoro di operatori sanitari e educatori —, dall'altro appare evidente che un reinserimento o una misura alternativa per un numero così cospicuo di persone richiederebbe un preventivo o contestuale potenziamento delle strutture territoriali. I SERD e le comunità terapeutiche esterne versano già oggi in gravissime difficoltà organiche ed economiche nel far fronte alle richieste ordinarie, figurarsi nel prendere in carico soggetti con storie di marginalità penale.

Poiché una seria opera di rafforzamento della rete sociosanitaria esterna non è stata neppure calendarizzata, pur di fronte a cautele normative formali e facilmente eludibili, è del tutto ragionevole prevedere che quei reati di strada che alimentano l'allarme sociale subiranno un rapido incremento. La contraddizione diventa ancora più stridente se si considera che a firmare tali norme è un governo che fa della sicurezza urbana la propria bandiera identitaria e che, al contempo, non perde occasione per criticare la magistratura ogni qual volta non convalida un fermo o applica le tutele previste dal codice.

In questo schema si manifesta compiutamente ciò che si può definire cadornismo meloniano. L'esecutivo promulga la legge, inserisce garanzie puramente burocratiche e avvia la scarcerazione di migliaia di detenuti dipendenti da sostanze senza predisporre le infrastrutture necessarie; quando la realtà presenterà il conto con l'inevitabile aumento della recidiva, la colpa verrà imputata alla presunta indulgenza dei giudici o all'inefficienza delle forze dell'ordine.


Prima si spara e poi, eventualmente, si prenderà la mira

Non si tratta di una critica di maniera, bensì dell'evidenza di una cifra stilistica costante dell'attuale compagine di governo in materia di giustizia penale. Basta analizzare l'applicazione del Decreto Caivano: all'inasprimento delle pene e all'aumento smisurato degli ingressi di minorenni negli istituti di pena non è seguito alcun piano straordinario di edilizia penitenziaria minorile, né l'assunzione del personale educativo o di custodia necessario. Il risultato è che gli Istituti Penali per Minorenni stanno iniziando a mostrare le medesime criticità drammatiche delle carceri per adulti.[2]

Analogamente, l'annunciata volontà di modificare le norme sull'imputabilità nella fascia tra i quattordici e i diciotto anni segue il medesimo binario ideologico: si varano norme repressive per intercettare il favore dell'opinione pubblica e dei media, disinteressandosi completamente delle condizioni materiali e rieducative necessarie per dare attuazione alla pena. Si promulga la legge per dimostrare che il governo è presente, affidando al caso e all'emergenza la gestione delle conseguenze.

Una dinamica analoga si è vista di recente nella gestione dell'ordine pubblico in Val di Susa. Nonostante le forze di polizia siano state dotate di poteri di intervento preventivo sempre più ampi, gli scontri hanno raggiunto livelli di violenza con pochi precedenti, mentre l'esiguo numero di arresti a fronte dell'alto numero di agenti feriti testimonia una regia politica e operativa errata, che scarica sui funzionari e sugli agenti in campo il prezzo di scelte strategiche sbagliate.

In questo caso, più che a Gramsci, il pensiero corre direttamente a Dante Alighieri. Nel canto XVI del Purgatorio, di fronte ai dubbi dell'Alighieri sulla decadenza morale e civile del suo tempo, Marco Lombardo offre una diagnosi che suona tragicamente contemporanea: "Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?". Un monito che ricorda come la moltiplicazione dei testi normativi sia del tutto vana se manca la volontà strutturale, economica e amministrativa di dar loro reale ed efficace esecuzione

 

Note

[1] Quaderni 7, 13 e 15

[2] Rapporto Antigone:”…l’ afflusso straordinario ha fatto precipitare l'intero circuito penale minorile nel fenomeno del sovraffollamento, condizione storicamente estranea a questa tipologia di carceri. Istituti come Treviso, il Beccaria di Milano, Firenze e Quartucciu a Cagliari registrano tassi di affollamento che variano dal 140% fino a sfiorare il 190% dei posti regolamentari. La risposta gestionale si è spesso tradotta nell'aggiunta casuale di brandine nelle celle e nella riduzione degli spazi comuni originariamente destinati alle attività didattiche, formative o ricreative.

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