Il generale, la pistola e in futuro il manuale del Salvatore della Patria
di Alberto Scafella

Un partito solitamente cerca voti. Al massimo organizza una festa, un congresso o una cena con tessera inclusa. Uno dei dirigenti di Futuro Nazionale, invece, ha pensato di cominciare dal poligono. A Tolve, in Basilicata, una ventina di chilometri dal capoluogo potentino, il movimento ha organizzato quella che è stata chiamata “Accademia dei Futuristi”: una lezione sulla conoscenza e sull’uso consapevole delle armi, una sessione pratica e infine un “Trofeo dei Futuristi”. Gli organizzatori hanno precisato che si è trattato di tiro sportivo, non di addestramento militare, e che l’iniziativa non era stata concordata preventivamente con il loro capo, il generale Roberto Vannacci.
Tutto legittimo, naturalmente. Il tiro è uno sport e il poligono è il luogo deputato per praticarlo, sotto la supervisione di istruttori qualificati. Ma quando un’arma entra nel programma di aggregazione di un movimento politico, il tema non è più soltanto sportivo. Diventa culturale, simbolico e istituzionale. Perché una cosa è andare al poligono per praticare una disciplina con la doverosa licenza prevista dalla legge. Un’altra è trasformare il poligono in una tappa del percorso politico: dopo il simbolo, ecco il programma, di qui la tessera e il congresso, infine il bersaglio...
C’era una volta il partito politico. Aveva un simbolo, un programma, un congresso, una tessera e, almeno nella Prima Repubblica, un’idea di società. Poi è arrivato il generale dei para Roberto Vannacci. E improvvisamente la politica italiana, sulla scia delle sue letture della società - imperfetta e insicura - ha scoperto che mancava qualcosa di fondamentale: la familiarità con la pistola, che non è un giocattolo, ma uno strumento che può uccidere. E proprio per questa ragione dovrebbe appartenere innanzitutto alla cultura professionale di chi ha il compito di garantire la sicurezza e la difesa della Patria.
Forze Armate, Forze di polizia, professionisti della sicurezza, cioè coloro che devono difendere i cittadini e gli interessi dello Stato. Non i cittadini che devono improvvisarsi difensori dello Stato per conto proprio o, in una eventuale "evoluzione" della specie per conto terzi.
È questa, forse, la differenza fondamentale tra una Repubblica organizzata e una società che comincia a pensare che ciascuno debba provvedere da sé alla propria sicurezza. Perché quando lo Stato funziona, il cittadino non ha bisogno di trasformarsi in un combattente. Ha bisogno di sapere che qualcuno, professionalmente preparato, è stato incaricato di proteggerlo.
E qui arriva una vecchia regola che chi ha avuto veramente a che fare con le armi conosce bene: l’arma più pericolosa è quella scarica. Perché quella carica la tratti con rispetto. Quella scarica, invece, può generare la leggerezza. Ed è proprio la leggerezza, quando si parla di armi, a essere pericolosa. Per questo lascia una certa perplessità vedere l’arma entrare nel repertorio simbolico di un movimento politico. Non perché il tiro sportivo debba essere demonizzato. Al contrario: è una disciplina seria, regolamentata, che richiede controllo, concentrazione e responsabilità. Ma perché una cosa è andare al poligono per praticare uno sport. Un’altra è trasformare il poligono in un luogo di aggregazione politica. Allora sorge spontanea la domanda: siamo ancora davanti a un partito che organizza una giornata al poligono o stiamo assistendo alla nascita del primo movimento politico con corso introduttivo all’arma corta?
Benvenuti nel futuro. Del resto, il futuro vannacciano sembra avere una risposta per quasi tutto. Non a caso
nel programma di Futuro Nazionale compaiono moduli scolastici di “educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale” e attività volontarie di formazione militare con valenza civica. Anche qui, intendiamoci: educare i giovani al senso del dovere, alla disciplina, alla sicurezza e alla conoscenza delle istituzioni militari può essere una cosa seria. Ma la scuola non è una caserma, né la sua anticamera. Gli studenti non sono reclute.
E soprattutto l’educazione alla cittadinanza non può essere confusa con l’addestramento. Perché una democrazia prima di essere difesa con le armi, si difende studiando la Costituzione per rispettare le istituzioni e assumersi le responsabilità di cittadino, con i doveri e il diritto al dissenso.
Il problema, dunque, non è la pistola, ma l'idea sottostante, cioè che la sicurezza si trasformi in bisogno personale e che la politica debba trasformarsi in una specie di palestra permanente di disciplina, forza e combattività.
Ora, manca soltanto la proposta di un prossimo modulo "civico" su “come salvare la Patria in dieci lezioni”.
Naturalmente con esame finale e bersaglio mobile.










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