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Anatomia dello spread e deficit, dalla propaganda alla realtà

14 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Nuove "perle" alla collana del governo Meloni

di Rocco Artifoni


Quando a metà maggio 2025 lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi era sceso sotto 100 punti base (cioè una differenza di interessi dell’1%), la presidente del consiglio dei ministri Giorgia Meloni era intervenuta alla Camera rimarcando l’evento con una storica dichiarazione: “Significa che i titoli di stato italiani vengono considerati più sicuri dei titoli di stato tedeschi”.

Un’affermazione totalmente scorretta, a tal punto che persino il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, che le sedeva di fianco, ha scosso visibilmente la testa. Così tutti hanno capito che Giorgia Meloni ignora che cosa sia lo spread, il che è grave per chi presiede il governo del Paese che ha il debito pubblico più alto in Europa.

In questi giorni ci potremmo legittimamente aspettare che - per correttezza e par condicio d’informazione - la presidente del consiglio dei ministri prendesse nuovamente la parola per segnalare che lo spread purtroppo è risalito sopra la soglia di 100 punti base, con tutte le conseguenze del caso. Ma è facile scommettere che ciò non avverrà.

L’ISTAT ha recentemente confermato che nel 2025 il deficit della pubblica amministrazione italiana è stato del 3,1% e di conseguenza anche nel 2026 l’Italia resterà all’interno della procedura di infrazione per non aver rispettato il parametro europeo, che prevede deficit inferiori al 3%.

Gli esponenti della maggioranza di governo hanno fatto a gara tra chi se l’è presa con l’Europa, che impone questi “paletti” che danneggiano l’Italia, e chi ha puntato il dito contro l’ISTAT, che ha fornito una percentuale discutibile e comunque avrebbe potuto certificarne un’altra, magari per dare una mano al governo e al Paese.

Pare che nessuno si sia chiesto per quale ragione lo spread sia tornato sopra i 100 punti e nemmeno le conseguenze di un deficit al 3,1%. La realtà è che l’aumento dello spread è collegato all’aumento degli interessi sui titoli di stato italiani e che di conseguenza un deficit elevato implica maggiori interessi sul debito pubblico.

L’ISTAT ha anche certificato che nel 2025 la pressione fiscale ha raggiunto il 42,9%, con un aumento dello 0,7% rispetto al 2024. Gli esponenti del governo e della coalizione di maggioranza spesso parlano di tasse che calano, ma i numeri della realtà li smentiscono in modo evidente.

A tal proposito è il caso di segnalare anche l’annunciata sospensione per il 2027 della tassa per il bollo auto/moto e la reiterata ipotesi di ridurre l’aliquota IRPEF per lo scaglione di redditi tra 50mila e 60mila euro. Quest’ultima proposta viene motivata come sostegno al ceto medio, ma ne usufruirebbero pienamente i contribuenti più ricchi, quelli con redditi superiori a 60mila euro, che sono il 5% di chi presenta una dichiarazione dei redditi.

Sicuramente ci sarà il plauso dei contribuenti favoriti da questi tagli di tasse, ma ovviamente bisognerebbe chiedersi come verranno trovati i soldi di questi mancati gettiti: riduzione di alcune spese, aumento di altre imposte o nuovo debito?

Al momento non è dato sapere. Il governo racconta soltanto ciò che potrebbe piacere agli elettori. Preferisce tacere sui dispiaceri. Purtroppo ha ragione Stephen Colbert, uno sceneggiatore statunitense: “I fatti non contano, solo le percezioni sono importanti, è un dato di fatto”.

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