Israele al voto per capire se può "ritornare" a essere democratico
Aggiornamento: 1 ora fa
Un reportage di Igor Boni (Europa Radicale) di ritorno da Tel Aviv

Urne aperte in Israele. Prime elezioni dal 7 ottobre 2023 in un Paese spaccato e lacerato da tre anni di offensive militari su più fronti (Libano e Iran), da un genocidio che imperversa senza soluzione di continuità sulla popolazione di Gaza (quasi 75 mila mila vittime e centinaia di migliaia di feriti) e da una violenta aggressione dei coloni israeliani in Cisgiordania per sradicare l'esistenza dei palestinesi.
I sondaggi esprimono incertezza nel confronto tra i due blocchi che vede contrapporsi il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, inseguito da un mandato di cattura del Tribunale penale internazionale, leader della coalizione di destra, e Gadi Eisenkot, esponente dei progressisti. Decisive o meno, chi può mai stabilirlo?, queste elezioni sono per Israele un'occasione importante per decidere che cosa essere: o continuare sulla strada dell'odio che uomini Netanyahu e Ben Gvir lastricano con i cadaveri dei chi ritengono loro nemici, allontanando sempre più il loro Paese dal consesso civile, o dare vita al cambiamento, invertire la rotta omicida imposta dall'attuale governo, ristabilire canoni reali di democrazia, far prevalere un clima di pace e avviare il dialogo con i palestinesi.
Sulla situazione che regna in Israele, presentiamo un reportage di Igor Boni, esponente dei Radicali, di ritorno da Tel Aviv, dopo avere visitato Gerusalemme e alcune zone della Cisgiordania.

Dal 14 al 17 ottobre con Europa Radicale abbiamo realizzato la missione politica che abbiamo intitolato Offensiva di Pace, iniziativa che abbiamo portato a Tel Aviv e Gerusalemme, dal Mar Morto fino alla Cisgiordania. Una proposta politica che punta alla pace, non ad una semplice tregua, che rappresenta giocoforza una pausa tra una guerra e l'altra. Un risultato che deve essere ottenuto da un reciproco riconoscimento: i Palestinesi devono tagliare i fili con l'Iran e le formazioni terroriste di Hamas ed Hezbollah e riconoscere a Israele il pieno diritto di esistere in sicurezza. Devono trovare una nuova leadership (oggi non si vede all'orizzonte) e costruire un percorso democratico; l'unico che può garantire a Israele di non vedere nuovi 7 ottobre.
Dal canto suo Israele deve emarginare fanatici fondamentalisti oggi rappresentati a pieno titolo dal governo di ultradestra di Netanyahu e smetterla con le occupazioni abusive dei coloni in Cisgiordania. Laicità dello stato, democrazia e stato di diritto sono gli obiettivi da tenere ben fermi.
Le elezioni di oggi, 27 ottobre, le più importanti dalla nascita dello stato di Israele, possono aprire una crepa di speranza; siamo stati in quei luoghi durante la campagna elettorale proprio per dare il nostro piccolo contributo a un cambiamento che riteniamo necessario.
Gli incontri che abbiamo ottenuto e realizzato sono stati ai massimi livelli. A Gerusalemme abbiamo incontrato il "Jerusalem Open House for Pride and Tolerance", l'ONG della comunità LGBTQ+ della città, che mette insieme attivisti Israeliani e Palestinesi sostenendo, informando, fornendo assistenza, anche sanitaria, a ragazzi e ragazze di ogni etnia e religione, in particolare quelli che devono superare lo stigma nelle loro comunità più retrograde. Nello stesso giorno abbiamo incontrato Gershon Baskin, uno dei maggiori conoscitori della realtà israelo-palestinese, essendo stato per molti anni uno dei più influenti mediatori tra le parti.

Siamo stati a Beit Jala, in Cisgiordania, per incontrare il "Parents Circle Families Forum", una esperienza letteralmente incredibile: israeliane e palestinesi che hanno perduto i loro familiari, i loro figli, a causa del conflitto, che lavorano insieme, elaborano progetti, portano avanti attività, organizzano incontri di dialogo. Ci dicono che sono l'unica associazione al mondo che non è felice di veder aumentare il numero dei propri membri, ma che se loro sono in grado di lavorare insieme, avendo scelto la strada della convivenza e non quella della vendetta, non c'è motivo per cui non possano farlo gli altri. Chiediamo loro un messaggio per le nostre opinioni pubbliche, la risposta è netta e senza esitazioni: "Smettetela di portare la nostra guerra nelle vostre piazze!"
Tornando a Gerusalemme abbiamo superato un check point, invalicabile per i palestinesi dopo il 7 ottobre (dalla parte opposta i territori palestinesi sono vietati ai cittadini israeliani). Allo "Yad Vashem: World Holocaust Center, Jerusalem" ci ha accolto la direttrice del Dipartimento per l'Europa e la cooperazione internazionale. La visita di questo luogo dovrebbe essere un obbligo per i vari antisemiti sparsi per il mondo.
Il giorno successivo, a Tel Aviv, abbiamo incontrato le donne dell'associazione israeliana "Women Wage Peace", che insieme alla controparte palestinese "Women of the Sun" hanno dato vita a "Mothers' Call", un appello ai popoli israeliano e palestinese e ai loro leader per la risoluzione del conflitto, con iniziative nonviolente come le marce a piedi scalzi (se ne è tenuta u
na anche a Roma). Ci siamo dati appuntamento proprio a Roma a inizio aprile 2027 per iniziative comuni.

Nella Tel Aviv multietnica abbiamo avuto un incontro ufficiale con gli esponenti di "Hadash", uno dei partiti arabi-israeliani che si presenta alle elezioni all'interno della coalizione "Lista Unita". Mauricio Lapchik, direttore della campagna, ha lanciato un appello rivolto alle nostre opinioni pubbliche per "una vera uguaglianza dal fiume al mare per israeliani e palestinesi".
Sul Mar Morto abbiamo partecipato al Federalist Peace Summit organizzato da "Democracy and Federalism Hub Palestine e Federal Future", una fantastica iniziativa di giovani e meno giovani palestinesi e israeliani che vedono nel federalismo uno strumento straordinario e concreto per arrivare a una convivenza pacifica.
All'Ambasciata d'Italia, abbiamo avuto un importante e denso scambio con l'Ambasciatore Luca Ferrari, il Vice Capo Missione Massimo Baldassarre e il Consigliere per gli Affari Politici Andrea Pascali che ci hanno fatto un quadro della complessità del Paese e delle incognite relative al prossimo appuntamento elettorale.
È stata poi la volta di "Aleh Yarok-Green Leaf", il partito antiproibizionista e libertario che presenta dei candidati in coalizione con "Israel First". Con loro abbiamo parlato di legalizzazione, regolamentazione e terapie con sostanze psichedeliche per soldati e veterani con disturbo da stress post-traumatico, realizzando quanto su questi temi siamo indietro e ci sia molto da fare abbantendo tabù.
Per chiudere la serie degli incontri politici/elettorali abbiamo parlato con Emilie Moatti, candidata dei Democrats, il partito di opposizione di centrosinistra. Con lei Daniel Shek, ex diplomatico, già ambasciatore in Francia, che ha conosciuto Marco Pannella, e Roberto Della Rocca, dirigente dei Democrats e prezioso commentatore per gli italiani dell’attualità politica in Israele. Anche con loro un intenso scambio di opinioni e un'ulteriore occasione per leggere quanto accade – e quanto potrà accadere dopo le elezioni – con maggiore contezza. E anche con loro torna, per l'ennesima volta, il concetto "dal fiume al mare" come luogo di necessaria convivenza per palestinesi e israeliani. Europa Radicale e i Democrats hanno stretto un accordo di collaborazione per il prossimo futuro.

A fine missione una camminata per le vie di Jaffa ci fa incrociare la parte più araba della città, con le donne sedute ai caffè a fumare il narghilè con le amiche. Un'immagine che ci accompagnerà per il resto del viaggio. Che termina all'aeroporto dove alle poliziotte di frontiera, durante il controllo di rito, non nascondiamo la nostra avversione nei confronti del Governo di Netanyahu... ciononostante ci lasciano ripartire.
Torniamo con la consapevolezza che il fulcro, l'essenza della nostra "Offensiva di pace" è molto più radicata di quanto avremmo potuto immaginare e che la valorizzazione delle parti già pronte a collaborare e a convivere è fondamentale, tanto quanto trasferire questo messaggio alle nostre opinioni pubbliche che spesso sono più radicalizzate di quanto visto in Israele e Cisgiordania.
Quello che ci hanno detto le due mamme palestinese e israeliana di Parents Circle lo prendiamo come sintesi di questa missione, che non dimenticheremo: "Stop bringing our war into your cities". Smettetela di portare la nostra guerra nelle vostre piazze!
Igor Boni











Commenti