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"La grande rimonta": dentro c'è tutta la vita di Lula

1 giorno fa
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 18 ore fa

Quarto mandato presidenziale per l'anziano leader del Partido dos Trabalhadores (PT)

di Jacopo Bottacchi

“Non sapevano che fosse impossibile, così lo hanno fatto”. Serve aprire il cassetto degli aforismi attribuiti a Mark Twain per commentare il risultato delle elezioni brasiliane. Lula ha completato una rimonta incredibile al secondo turno, venendo eletto per la quarta volta presidente della Repubblica. Difficile raccontare quanto successo nella notte italiana senza cedere alla retorica, anche perché i numeri dimostrano la portata storica di questo voto.[1]


Da quasi cinquant'anni sulla scena politica brasiliana

Lula, che compirà 81 anni domani, martedì 27 ottobre, terminerà il mandato nel 2030: saranno più di 50 anni al centro della vita politica nazionale, dalla sua prima “apparizione” sulla scena nei grandi scioperi dell’ABC paulista del 1978, un record difficilmente eguagliabile in contesti democratici.

Di questi 50 anni, 16 saranno trascorsi al governo, secondo solo a Getúlio Vargas (Presidente tra il 1930 e il 1945, e tra il 1951 e il 1954 poi), che tuttavia nel primo dei due mandati aveva governato come leader autoritario, per poi essere travolto da una grave crisi politica e morire suicida. Ai 16 anni, se ne devono aggiungere altri sei di governo del PT con Dilma Rousseff.

Ma si tratta di una notte storica anche perché, per la prima volta, un candidato ha ribaltato il risultato del primo turno. Quella appena trascorsa sarà l’ultima elezione con il nome di Lula sulla scheda elettorale: la vittoria gli consente inoltre di migliorare il suo “tabellino elettorale”, fino a ieri in “pareggio”, con tre sconfitte e tre vittorie alle presidenziali.

Per analizzare a fondo le ragioni del voto serviranno tempo e analisi più raffinate sui flussi elettorali. A prima vista, due sono state le chiavi: la riduzione dell’astensione, calata di quasi due punti rispetto al primo turno (un altro record), e la capacità del presidente di riconquistare voti nelle grandi città, senza perdere - anzi incrementando - quelli provenienti dal suo tradizionale bacino elettorale, il nordest.


Il grande sconfitto, il bolsonarismo

Non possiamo non parlare del grande sconfitto, il senatore Flávio Bolsonaro.[2] Al termine di una campagna elettorale modesta, che ha messo in evidenza soprattutto le debolezze dell’erede designato di Jair Bolsonaro, Flávio vedrà il suo ruolo fortemente ridimensionato.

Dopo la gioia del primo turno, in cui quasi tutti i Bolsonaro erano stati eletti, la “punta di diamante” rimane esclusa, senza alcun incarico politico e priva anche del foro privilegiado - il diritto a non essere giudicato da tribunali ordinari, ma dal Supremo Tribunal Federal (STF) - che avrebbe sicuramente gradito, visti i numerosi problemi legali che lo riguardano.

Sulle ragioni della vittoria di Lula hanno probabilmente pesato il “cambio di passo” della campagna, di cui avevamo scritto,[3] e il miglior utilizzo dei social network; per il bolsonarismo, invece, la sconfitta sarà difficile da processare e da metabolizzare. Le lotte interne, calmate solo dall’investitura diretta di Jair al figlio, sono destinate a esplodere di nuovo.

Quanto alle uscite fuori luogo di queste settimane, è impossibile dire se abbiano pesato su Flávio, anche perché nessuno in Brasile poteva dire di “non conoscerlo” sotto quel profilo, visto che i brasiliani sono abituati a uscite ben peggiori. Su tutte quelle del padre Jair.

Si può credere che, se il primo turno è stato un “referendum” sulla popolarità di Lula e del suo governo, questo ballottaggio sia stato un giudizio dell’elettorato sul bolsonarismo: con un paese che virava fortemente a destra, i brasiliani hanno preferito non consegnare anche la presidenza a Flávio, probabilmente memori dell’operato disastroso ed eversivo dell'ex capitano dei parà.


Riserve sulla gestione delle operazioni di voto

E, a proposito di saggezza popolare, dato che “la mela non cade lontano dall’albero”, anche Flávio si è affrettato, come da copione, a non riconoscere la legittimità del voto, appellandosi alla gestione - francamente al limite della farsa - delle operazioni di voto da parte del Tribunal Superior Eleitoral (TSE) e dell’STF.

Per tutta la giornata di domenica si sono rincorse voci di sabotaggi alle operazioni di voto, in particolare in alcune grandi città, Salvador de Bahia su tutte, dove secondo la coalizione lulista gli autobus – gratuiti nei giorni di voto, per favorire la partecipazione – sarebbero stati bloccati dalle amministrazioni locali.

Accuse difficilmente dimostrabili, al di là dei disagi effettivamente riportati da molti elettori per i tempi di attesa inusuali, che hanno tuttavia portato il Partido dos Trabalhadores a chiedere un “tempo di recupero” per le operazioni di voto. Alla richiesta si è associato anche il gruppo bolsonarista, riferendosi però ad alcune località del sud e del sudest, dove il maltempo aveva ostacolato il voto.

Il Tribunale Elettorale ha deciso di non decidere; lo stesso non vale per l’STF, nella persona di Cristiano Zanin, sorteggiato come responsabile della decisione. Zanin ha ordinato di prolungare le operazioni di voto di due ore, ma ha trasmesso la sua “sentenza” alle 17:01 (ora di Brasília), un minuto dopo la chiusura delle urne. Da quel momento è stato il caos, con diversi seggi che avevano ormai chiuso le operazioni di voto e non erano più in grado, per ragioni tecniche, di riavviare le urne elettroniche.

La decisione di Zanin, giustificata come “bipartisan” alla luce delle reciproche richieste delle due campagne, è stata il segno più evidente del protagonismo dei giudici nella politica nazionale, ormai divenuto tratto strutturale da più di dieci anni.

I tempi della decisione, il caos che ne è seguito e il fatto che Zanin fosse stato nominato dallo stesso Lula, di cui in precedenza era stato avvocato, hanno alimentato (e prevedibilmente alimenteranno) le teorie cospiratorie degli sconfitti. L’ampio margine di vittoria di Lula (4,4 milioni di voti) dovrebbe però servire, agli occhi della società brasiliana, a ridurre le accuse a quelle di un pessimo perdente.


Cosa attende ora Lula?

Come avevamo anticipato, quello alle porte sarà forse il più difficile dei mandati presidenziali di Lula. Con un Congresso fortemente conservatore, il lavoro quotidiano del presidente sarà particolarmente complesso. Lula sarà probabilmente chiamato a un’operazione di responsabilità fiscale, anche dopo un anno di scelte economiche fortemente espansive della spesa pubblica, adottate in parte a fini di consenso.

La priorità potrebbe essere la riduzione dei tassi di interesse, storicamente molto alti e in forte crescita in questi mesi; secondo i principali commentatori economici l’unica via possibile è una razionalizzazione della spesa pubblica e, forse, una riforma pensionistica. Ma la “spending review” tanto evocata per garantire la sostenibilità economica del paese dovrebbe coinvolgere, almeno nelle intenzioni, anche il Congresso, con una revisione delle emendas parlamentares: i singoli deputati e senatori sono spesso riusciti ad assicurarsi, in cambio del loro appoggio a questa o quella maggioranza, ingenti somme per progetti vaghi e di dubbia utilità.

Sarebbe inoltre necessaria e urgente una riforma della giustizia, impresa tutt’altro che semplice. Dal punto di vista puramente politico, già dalle prime ore si è iniziato a parlare della necessità di “meno PT” all’interno del governo e in particolare della “cucina di governo”, il nomignolo con cui viene chiamato il nucleo duro intorno a Lula. Gli alleati, o potenziali alleati, stanno insomma già presentando il conto, segnalando a Lula quale strada seguire se non vuole “avere problemi”. Uno scenario, come dicevamo, tutt’altro che rassicurante. Ma, dopo i risultati del primo turno, il migliore possibile.

“Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”.


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