Il dopo elezioni in Israele: ora il Paese è almeno a un trivio
Aggiornamento: 33 minuti fa
di Igor Boni

Andando in Israele e Cisgiordania con la missione "Offensiva di pace", che abbiamo organizzato e realizzato con Europa Radicale dal 14 al 17 ottobre, abbiamo portato con noi la consapevolezza dell'importanza cruciale delle elezioni politiche che si sono svolte in Israele il 27 ottobre scorso. La decisione di andare sul campo durante la campagna elettorale per incontrare associazioni che operano facendo lavorare insieme israeliani e palestinesi, arabi musulmani ed ebrei, e per interloquire con alcuni partiti della opposizione al governo di Netanyahu, derivava proprio dalla nostra duplice convinzione. La prima che occorre respingere qualsiasi riflesso antisemita e sostenere la sicurezza e la democrazia di Israele e dall'altra lavorare per una alternativa al governo di ultradestra che chiuda una parentesi istituzionale tremenda che ha visto ministri attuare comportamenti letteralmente fascisti e razzisti.
Il risultato elettorale rispetto alle previsioni dei molti che abbiamo incontrato ha visto un migliore posizionamento del Likud, il partito di Netanyahu, ma nel complesso le forze di maggioranza hanno perso parecchio terreno e non possono più costruire il futuro governo. Una buona notizia. D'altra parte la coalizione dei partiti sionisti contro il governo ha avuto un risultato inferiore alle aspettative, mentre il blocco dei due partiti arabi ha raggiunto percentuali e seggi che divengono letteralmente l'ago della bilancia dei futuri equilibri.
La riflessione a caldo, o quasi a caldo, è innanzitutto che la fragile democrazia di Israele per ora ha retto e vedere che i cittadini arabi (2 milioni su 7,5 milioni di abitanti) si sono recati alle urne non può che essere visto come un risultato positivo. Cittadini arabi che se guardiamo l'intera area possono votare liberamente solo in Israele e che questa volta hanno scelto di votare in massa anche contro le scempiaggini dei vari Ben-Gvir (ministro della Sicurezza nazionale) e Smotrich (ministro delle Finanze).
Ora però il Paese è almeno a un trivio. Costituire un governo delle opposizioni con i partiti arabi (o con l'appoggio esterno dei partiti arabi) parrebbe la cosa più auspicabile, ma non è certo questione semplice in un territorio che ha vissuto il 7 ottobre ed è sottoposto a una sorta di guerra permanente. I nostri incontri con esponenti dei Democrats hanno costruito un legame che dobbiamo e vogliamo far crescere, anche perché è proprio da quella formazione politica che arrivano maggiori le spinte per un accordo di questa natura, che aprirebbe a mio avviso la strada per un reciproco riconoscimento. Ma in queste ore, mentre scriviamo, Gadi Eisenkot ha aperto la collaborazione ai due partiti arabi. Eisenlot è il leader delle opposizioni e capo del partito Yashar che ha ottenuto 21 seggi, secondo partito di Israele alle spalle del Likud di Netanyahu che ha ottenuto 27 seggi.
Altra ipotesi è quella di un governo di unità nazionale che tenga fuori i partiti arabi e contemporaneamente metta da parte Netanyahu, che ha ottenuto un'ottima affermazione personale essenzialmente a scapito delle formazioni estremiste di destra che pare non abbiano possibilità di rientrare in gioco. Questa è una ipotesi certamente migliore del governo attuale, ma non rappresenta una vera e propria svolta.
La terza ipotesi, quella meno auspicabile per chi scrive, è il ritorno alle urne tra 6 mesi, se si sarà in presenza di uno stallo politico senza uscita. Un'opzione assai rischiosa perché rischia di rimettere in gioco chi oggi non è più in gioco.
Per quanto ci riguarda continueremo a tenere alta la fiammella di un approccio a questo conflitto che rifiuta di sedersi su una delle due curve opposte. Ripetiamo che non esiste pace se non si accetta, gli uni nei confronti degli altri, di riconoscere il diritto di esistere, di autodeterminarsi, e di vivere liberamente. Se dentro lo stato di Israele le contraddizioni e le difficoltà sono evidenti c'è infine da sottolineare come il diritto di scegliere i propri rappresentanti per il Palestinesi di Gaza e Cisgiordania sia negato da oltre 20 anni e che le elezioni, fissate per novembre di quest'anno, siano state rinviate all'autunno prossimo. Occorre che nasca e si affermi una nuova leadership palestinese che tagli ogni cordone con i terroristi di Hamas e con l'Iran; ed evidentemente questa leadership futura non può essere rappresentata da Abu Mazen e dai suoi figli, che all'opposto si ripropone al potere, come si può leggere in un'intervista rilasciata proprio oggi, domenica 1° domenica, su un quotidiano italiano.
Sarebbe infine non solo auspicabile ma necessario - come ci hanno raccomandato in Cisgiordania le madri di figli uccisi durante il conflitto (madri israeliane e palestinesi insieme) - non portare la loro guerra nelle nostre piazze, con una radicalizzazione che produce solo ulteriore violenza e nessun aiuto per la soluzione pacifica del conflitto. Le opinioni pubbliche occidentali contano e oggi sono per lo più una parte del problema e non della soluzione.










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