Detto in pochissime parole. La Seconda carica dello Stato e la morte dell'agente Marino
di Indiscreto controcorrente

Si sta rivelando un grande affresco storico per il clamore suscitato e il ripescaggio sempre più ricco di particolari sui fatti del 12 aprile 1973, il cui epilogo crudele fu l'uccisione dell'agente di polizia Antonio Marino, la querela che il Presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa ha presentato nei confronti di Michela Ponzani, docente universitaria, storica e conduttrice televisiva.
L'antefatto. Secondo la Seconda carica dello Stato, in una trasmissione televisiva Michela Ponzani avrebbe ricostruito scorrettamente i drammatici eventi del famoso "giovedi nero", adombrando responsabilità personali sulla morte di Antonio Marino, 23 anni, originario del Casertano,[1] colpito in via Bellotti da una bomba SRCM trafugata da un magazzino dell'Esercito, e consegnata agli autori dell'omicidio da un terrorista di estrema destra, come appurarono le indagini che portarono agli arresti e alla condanna di Vittorio Loi, figlio dell'ex campione di pugilato Duilio Loi, e di Maurizio Murelli, entrambi militanti di destra.

Ora, paradosso della conseguenza, il ping-pong di dichiarazioni che ne è seguito sta fornendo sempre più informazioni sul quel drammatico passato, tendenzialmente riesumato soltanto da commemorazioni ufficiali, raramente storicizzate.
Da una parte c'è il Presidente del Senato, classe 1947 da Paternò, in provincia di Catania, ex ufficiale di complemento dell'Esercito, militante e dirigente del Movimento sociale italiano, socio fondatore di Fratelli d'Italia, che non arretra sulla querela; dall'altra la docente universitaria, ferma nel ribadire la correttezza delle sue parole, ricorda di non avergli mai attribuito colpe dolose, ma di essersi limitata a riportare la sua presenza in piazza.
Una presenza accreditata sul piano politico prima ancora che dalle foto o dai documenti dell'inchiesta della Procura di Milano che inevitabilmente attraversò la maggiore dei dirigenti missini quel giorno in corteo, perché La Russa era una figura apicale nell'organizzazione del Fronte della Gioventù di Milano, costola del Msi di Milano, e quantomeno informato che la manifestazione non fosse autorizzata per motivi di ordine pubblico. Dunque, non un corpo estraneo nelle stanze del Movimento sociale italiano, il partito fondato nel 1946 da figure di rilievo della Repubblica sociale italiana, il cui segretario dell'epoca era Giorgio Almirante, nel 1944 capo gabinetto del Ministero della cultura popolare di Salò presieduto da Fernando Mezzasoma.

Dei distinguo che avanza La Russa a difesa della sua reputazione, come richiamo alla verità, e come punto a suo favore, c'è l'affermazione di essersi adoperato per evitare incidenti in quella circostanza; affermazione che in assenza di prove contrarie non può essere messa in discussione, mai; allo stesso tempo la frase implicitamente ammette che vi fosse un pericolo, cosa peraltro altrettanto implicita per una qualsivoglia manifestazione non autorizzata. Cosa da poco, se l'affrontiamo con il metro di misura con cui si discute oggi di ordine pubblico e di manifestazioni autorizzate.
Questo il perimetro ridotto, scarnificato, degli eventi e dei personaggi che riassume quel torbido episodio del 1973, uno dei tanti di un periodo immerso nel sangue di attentati terroristici e violenze non solo neofasciste (alcuni giorni dopo, nella notte tra il 15 e 16 aprile, muoiono nel rogo di Primavalle a Roma i fratelli Mattei, figli del segretario della locale sezione del Msi; l'attentato è opera di militanti di Potere Operaio) in quella che è passata alla storia come la Strategia della Tensione.
Ora, è innegabile che l'affermazione - la volontà di evitare incidenti - avesse avuto già nel passato più conferme. Finanche quella dell'onorevole Franco Maria Servello, all'epoca commissario della federazione milanese del Msi, nonostante fosse stato immortalato dagli obiettivi nel mezzo degli scontri con le forze dell'ordine in quel 12 aprile. Si tratta dello stesso Servello che in interviste, e chiamato alla sbarra nel processo del 1978 sugli avvenimenti, ribadì l'estraneità del suo partito a coltivare rapporti con frange violente della galassia eversiva di destra, alcune delle quali presero in quegli anni la china dell'azione terroristica.
Tuttavia dalla precisazione della Seconda carica dello Stato e dalle testimonianze del passato, che hanno il pregio e la correttezza di precisare ruoli personali e orientamenti di partito in quel drammatico contesto politico, non sono sufficienti ad uscire, come da una porta girevole, da una storia complessa, in cui agivano a più strati complicità e connivenze oscure e ambigue, come dimostrò all'epoca l'inchiesta sull'omicidio del sostituto procuratore della Repubblica di Milano Guido Viola.
A questi dettagli si deve aggiungere la madre di tutte le responsabilità collettive di quel pomeriggio di odio e di sangue: la partecipazione in prima fila del senatore Ciccio Franco, passato direttamente dalle barricate di Reggio Calabria agli scranni di Palazzo Madama per i meriti acquisiti nell'estate calda del 1972 con la fascia e l'elmetto di epico capopopolo, e di titolare del copyright "boia chi molla". Un grido di guerra con cui guidava masse stordite dalla propaganda populiste e prezzolate nelle strade reggine all'assalto delle forze dell'ordine, con una continuità e frequenza periodica che costrinse lo Stato a mandare i cingolati dell'esercito nel febbraio del 1973 per sedare i tumulti cavalcati proprio dall'estrema destra e dal Msi.

Di quel 12 aprile 1973 titolo e sommario del giorno dopo de La Stampa fissano la natura di quei tempi e la capacità di rifarsi verginità e lifting politico nel nostro Paese: "Bombe di fascisti contro la polizia un agente morto, 2 feriti a Milano". A un comizio (vietato) del Msi, con Ciccio Franco venuto da Reggio. Bombe di fascisti contro la polizia. Nel pomeriggio il senatore missino Ciccio Franco doveva tenere un discorso, ma il prefetto aveva vietato la manifestazione. Centinaia di missini tentano ugualmente di raggiungere Piazza Tricolore: tutt'intorno agenti e carabinieri. I fascisti cominciano a lanciare sassi e fanno barricate, gli agenti rispondono con i candelotti. Alle 18,45 la tragedia: i fascisti lanciano tre bombe a mano, due cadono in mezzo agli agenti, squarciano il petto ad Antonio Marino e feriscono i compagni vicini; la terza non esplode. Altri dodici poliziotti feriti dalle schegge, un ragazzo di quattordici anni colpito al fegato da un proiettile". L'editoriale del compianto Carlo Casalegno è fulminante: "Criminali".
Morale. Se non si corresse il rischio di apparire ironici per il rispetto che si deve alle istituzioni, dovremmo ringraziare il presidente del Senato La Russa che dà modo di togliere la polvere da uno dei tanti angoli oscuri che rappresentano la pesante eredità, autentiche pagine nere, di un Paese restio a fare i conti con il proprio passato. E ciò, al netto delle polemiche, rimane proprio, come rivendica la Seconda carica dello Stato, una verità incontrovertibile.
Note
[1]Nel 2009 Antonio Marino è stato insignito della Medaglia d'oro al merito civile alla memoria. La motivazione ufficiale valorizza il suo gesto nel tentativo di proteggere un collega dall'ordigno e il sacrificio della propria vita durante il servizio.
A Milano, nel luogo dell'uccisione in via Bellotti, è stata inaugurata una lapide commemorativa. Nel 2010 è stato inoltre intitolato ad Antonio Marino un giardino pubblico in piazza Fratelli Bandiera. La Polizia di Stato, il Comune di Milano e le associazioni impegnate nella conservazione della memoria delle vittime del terrorismo e della violenza politica organizzano iniziative commemorative in occasione dell'anniversario della sua morte. Antonio Marino (poliziotto) - Wikipedia











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