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Il massacro dimenticato di Al-Fāshir e la libertà di dimenticare

2 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

di Emanuele Davide Ruffino


Martedì scorso, 27 ottobre, correva il primo anniversario del più cruento massacro, secondo l’ONU, di questi ultimi anni senza che quotidiani, settimanali o altri organi di informazione ne abbiano dato notizia (forse è questa la notizia!). Una pulizia etnica operata dalle Forze di Supporto Rapido (RSF) dopo la conquista della città di Al-Fāshir capitale del Darfur Settentrionale, in Sudan. La città è rimasta sotto un rigido assedio per 18 mesi, con un blocco sistematico del cibo e degli aiuti umanitari a partire da maggio 2024 fino alla caduta avvenuta il 26 ottobre 2025, con la fuga dei reparti dell'esercito sudanese. Solo negli ultimi tre giorni il bilancio delle vittime ha sicuramente superato 6.000 unità, secondo le stime dell'Ufficio dell'Alto Commissario ONU per i diritti umani (OHCHR), che precisa come sia quasi impossibile stabilire il numero esatto (la guerra nel Sud Sudan ha già provocato centinaia di migliaia di morti). Il rapporto delle Nazioni Unite ha raccolto prove inequivocabili che indicano un vero e proprio genocidio perpetrato contro le popolazioni non arabe, in particolare le comunità Zaghawa e Fur, etichettate come falangay, espressione dispregiativa, impiegata come insulto razziale ed etnico per etichettare, deumanizzare e colpire i civili appartenenti a gruppi etnici non arabi.

Sono stati documentati decine di casi di stupro di massa, esecuzioni sommarie, torture, reclutamento forzato di minori e ostaggi tenuti all'interno di container (come nel caso della struttura di Mina al-Bari) ma stranamente il fatto non sconvolge il mondo cristiano-occidentale, nonostante le vittime siano di religione cristiana, la religione che insegna che ogni vita umana presenta un valore assoluto, “indipendentemente da tutto” (forse è per questo che la notizia non ha audience?).

È sicuramente obbrobrioso fare una classica dei massacri più orrendi basandosi sul numero dei morti, ma non ci si può non interrogare del perché quello più cruento, ad un solo anno di distanza, sia stato ignorato dalla stragrande maggioranza dei mass media e dell’opinione pubblica. Sarebbe un crimine affermare che una vita vale di più di un'altra, ma altrettanto grave e considerare una vita meno importante di un'altra e il silenzio sul massacro di Al-Fāshir sembra invece certificare questa situazione.


@Dinamik - modified File:Sudan_(orthographic_projection).svg Wikipedia
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Evidentemente la sensibilità delle coscienze di noi cristiani-occidentali non è condizionata dal numero dei morti o dalla brutalità con cui vengono ammazzati o dalla religione di appartenenza (anche se è la nostra religione), ma allora occorre chiedersi che cos’è che risveglia la nostra coscienza?

Noi oggi godiamo, per lo meno in Italia, di una libertà di stampa che per quanto in progressiva regressione (dal 49° del 2025 al 56° posto nel mondo, secondo la classifica globale della libertà di stampa del World Press Freedom Index 2026 pubblicato da Reporters sans frontières) che forse comporta anche una libertà di “non stampa”, nel senso che certe notizie si possono non dare, senza che nessuno lo obblighi o lo impedisca (una censura al contrario). Se fa onore alla cultura cristiana occuparsi anche delle tragedie di chi ha un credo diverso, perché tutte le vite umana devono avere pari dignità, non si fa onore alla verità dimenticarsene alcune, anche perché la situazione nel Darfur è tutt’altro che risolta.

Ad un anno dai fatti, Al-Fāshir è una "città fantasma", una distesa di rovine, dove i pochi superstiti combattono contro la fame e le malattie infettive, pressoché dimenticati dalla solidarietà internazionale e dalle luci della ribalta, mentre i responsabili continuano a rimanere impuniti anche agli occhi dell’opinione pubblica che neanche viene informata di quello che succede. Uniche eccezione, per altro sporadiche e poco citate, sono le preghiere dei Papi, prima di Francesco e poi di Leone XIV, per le disumane condizioni di vita di quello che resta di quelle popolazioni. Insieme con gli articoli meritori dell'Osservatore Romano dedicati alla crisi umanitaria in Sudan, ultimo quello pubblicato oggi, venerdì 30 ottobre, dedicato agli studenti, e ai loro drammi, del Comboni College di Khartoum.

Quanto accaduto sembra comprovare che la vita di una persona, o di centinaia di migliaia di persone, viene valutata in base alla necessità di avvalorare una posizione politica o dalla necessità di audience e non per il rispetto che la sacralità della vita meriterebbe. Affermare che ogni vita, indipendentemente dalla religione anche se cristiano, merita rispetto è un principio cui non si può rinunciare se si vuole costruire condizioni di convivenza civile, ma questo principio sembra naufragare nell’assordante silenzio di Al-Fāshir ed anche questa parole sono destinante a cadere nel vuoto soffocate dalla libertà di “non stampa”.

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