L'Editoriale della Domenica. Brasile: clan Bolsonaro sempre in fuga, ieri Jair, oggi Flávio
di Jacopo Bottacchi

Poco più di 48 ore. È questo il tempo che è servito a Flávio Bolsonaro, dopo l’annuncio della sconfitta al secondo turno, per realizzare la sua fuga in direzione Miami. Al caldo, 29 gradi ieri.
Se inizialmente i commentatori di una certa destra si erano affrettati a spiegare l’espatrio come conseguenza inevitabile di una persecuzione di Stato, nelle ore successive l’opinione pubblica - brasiliana, ma non solo - si è resa conto dell’assurdità di quella posizione, distanziandosi progressivamente dall’ormai ex candidato.
Riepiloghiamo i fatti
Flávio, come il padre Jair quattro anni prima, nella notte elettorale si era affrettato a non riconoscere la legittimità del voto. Era però stato ricondotto, rapidamente, a più miti consigli da colleghi di partito e alleati. La matematica sa essere spietata. Quando si perdono le elezioni per 4,4 milioni di voti, diventa difficile attribuire la sconfitta a poco più di 34.000 preferenze espresse durante le due ore aggiunte al voto, le ore contestate.
Ci sarebbe peraltro molto da dire anche su questo: la richiesta di proroga del Partido dos Trabalhadores arrivava a seguito delle azioni di alcuni amministratori locali della galassia bolsonarista, sospettati di aver volutamente intralciato le operazioni di voto, rallentando o bloccando la circolazione degli autobus nella giornata di domenica. Accuse difficili da dimostrare, nel dolo, ma che, se confermate, avrebbero un sapore vagamente golpista. Peraltro non ha aiutato l’estrema destra nemmeno essersi fatta a sua volta promotrice di analoga richiesta di proroga per alcuni comuni del sud e del sud-est, dove Bolsonaro era dato in vantaggio, giustificandosi con i disagi causati dal maltempo.
Venuta meno l’idea di ribaltare il risultato delle urne per via giudiziaria – nonostante siano annunciati nuovi ricorsi - Flávio ha deciso che le promesse di “cambiamento” e il suo progetto di paese valevano meno della propria autotutela. Dopo 24 anni protetto dal foro privilegiado - la possibilità di non essere giudicato dai tribunali ordinari – a febbraio Flávio avrebbe perso le tutele garantite alle più alte cariche dello Stato, Deputati e Senatori compresi.
Le accuse a suo carico sarebbero difficili da riassumere in un singolo articolo. Vale la pena citare solo le più recenti, ovviamente tutte da provare: riciclaggio di denaro, con il socio e amico Willer Tomaz, e il sospetto di aver ricevuto tangenti dal banchiere (attualmente in carcere) Daniel Vorcaro. Sono inoltre state annunciate indagini sull’eventuale finanziamento estero della sua campagna elettorale da parte di Rockbridge Network, rete fondata, tra gli altri, dal vicepresidente statunitense J.D. Vance. Una collezione di problemi legali che, volendo essere garantisti, lo avrebbe obbligato a spendere buona parte del suo tempo a difendersi nelle corti brasiliane, per dimostrare la sua innocenza.
Tutto prevedibile
La fuga non è arrivata a sorpresa: l’efficienza dell’operazione e il profilo dei soggetti coinvolti a livello internazionale lasciano immaginare che fosse già stata pianificata da tempo. L’ordine di consegna del passaporto, presentato dai sostenitori di Flávio come segno evidente della persecuzione ai suoi danni, era stato solo la naturale conseguenza di un’intervista rilasciata dal fratello prima del voto: Eduardo, già “rifugiato” negli Stati Uniti, confessava di aver suggerito a Flávio di andarsene dal Brasile qualora non avesse vinto.
Se nelle prime ore gli alleati erano sembrati intrappolati tra la necessità di distanziarsi dal candidato-fuggitivo, la possibilità di uscire dal controllo del clan Bolsonaro e il non voler contrariare una famiglia che - è giusto ricordarlo - ha appena raccolto quasi 60 milioni di voti, negli ultimi giorni il malcontento verso Flávio è diventato evidente.
A debilitare ulteriormente la posizione di Bolsonaro Jr. è arrivata anche la pubblicazione di una lettera, nella quale si autodichiara “vero presidente eletto del Brasile” (versione poi corretta con “leader”, sembra su pressioni del Dipartimento di Stato USA). Un documento che la Folha de S.Paulo, un giornale che non può essere sospettato di essere “di sinistra”, ha definito golpista e “patetico”.
Difficile prenderlo sul serio quando la prima versione riportava lo stemma “sbagliato” del Brasile, ovvero quello della vecchia Repubblica (chiamata allora Estados Unidos do Brasil, e non più utilizzato dal 1968), indizio di un utilizzo di AI generativa nella sua scrittura. Difficile, anche per i suoi stretti alleati, appoggiare la narrazione dello “stato di eccezione” e di elezioni truccate in Brasile quando il partito dei Bolsonaro, il PL, ha eletto la rappresentanza più numerosa sia alla Camera sia al Senato durante il primo turno. Difficile, soprattutto, non evidenziare la natura intrinsecamente golpista del bolsonarismo, che o vince, o grida al complotto.
Oggi sappiamo di più anche sulla logistica della fuga. Secondo alcuni media brasiliani, Flávio avrebbe utilizzato il passaporto italiano che ha dal 2023, a seguito dell’ottenimento della cittadinanza. Inoltre, anche le complicità argentine sono chiare: uno degli assistenti più fidati di Javier Milei avrebbe seguito tutte le operazioni, il van su cui si trovava la famiglia Bolsonaro sarebbe stato scortato all’aereo dalla Policía de Seguridad Aeroportuaria; infine, il jet privato che lo ha trasportato è di una società (coinvolta in uno scandalo di corruzione) vicina al Presidente.
Altrettanto chiare sono le complicità statunitensi, apparentemente attraverso l’intermediazione del Segretario di Stato Marco Rubio e di uno dei consiglieri di Trump, Jason Miller. Quello che è certo è che a Miami lo attendeva un visto, probabilmente umanitario, per permettergli di rimanere in Florida.
Una fine indecorosa per un patriota
La fine prevedibile che ha accomunato in questi anni molti esponenti di spicco del bolsonarismo. Tra cui, vale la pena ricordarlo ai lettori italiani, rientra anche Carla Zambelli, ex deputata federale ultraconservatrice, condannata in patria in due diversi processi: uno per aver hackerato il sistema del Consiglio nazionale di giustizia (per inserirvi accuse contro il giudice Moraes, all’epoca relatore del caso per il tentato golpe di Jair Bolsonaro) e l’altro per aver rincorso un uomo con una pistola a San Paolo alla vigilia delle elezioni del 2022. La signora Zambelli si trova a Roma, da libera cittadina, dopo 10 mesi di reclusione a Rebibbia: la giustizia italiana ha negato l’estradizione per la prima delle due condanne a suo carico, mentre resta aperta la decisione sulla seconda.
Il governo Lula al momento non sembra particolarmente interessato a infiammare il dibattito sulla fuga di Bolsonaro, nonostante le condanne pubbliche e un laconico commento del presidente, secondo cui “chi non ha nulla da nascondere, non ha nulla da temere”. Pesa sicuramente la volontà di evitare una nuova crisi diplomatica con l’amministrazione Trump: le elezioni di midterm sono ormai alle porte e i sondaggi non sono certamente a favore del presidente in carica.
Che si tratti di un momento di svolta epocale per la politica brasiliana -e forse non solo - sembra evidente. La presenza di un nuovo Bolsonaro alla corte di Washington difficilmente può lasciare tranquilli, visti i precedenti; l’ennesima fuga, tuttavia, potrebbe debilitare il bolsonarismo, anche se è difficile immaginarsi la sua scomparsa. C’è da augurarsi che i milioni di cittadini che hanno votato “per il cambiamento”, perché legittimamente stanchi dell’esperienza lulista o perché di orientamento conservatore, possano presto trovare migliori rappresentanti delle proprie istanze. Le manovre, a destra, sono già cominciate, con l’autocandidatura Tarcisio de Freitas, 51 anni, dal 2023 Governatore di San Paolo.
Poco meno di quattro anni fa i Bolsonaro avevano provato a ribaltare il risultato delle urne con un colpo di stato, oggi scappano, abbandonando al loro destino chi gli aveva dato fiducia, pretendendo comunque di “guidare l’opposizione” sotto il sole della Florida. I cittadini meriterebbero di meglio; ne ha bisogno la destra, ma anche e soprattutto la democrazia brasiliana.











Commenti