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Bosnia, cade un CH 47 Chinook italiano: quattro morti e 11 feriti

1 giorno fa
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 42 minuti fa

di Alberto Scafella

Frame da X che inquadra il momento in cui l'elicottero comincia a perdere quota
Frame da X che inquadra il momento in cui l'elicottero comincia a perdere quota

Un elicottero militare italiano CH 47 Chinook, impegnato nell'operazione Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina, è precipitato nel pomeriggio di giovedì 29 ottobre. Ancora da accertare le cose dell'incidente avvenuto nel villaggio di Gorice, nel comune di Brčko, nel nord del Paese. In un comunicato, il Ministero della Difesa ha confermato la morte di quattro militari, due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana (CRI). Vittime dell'incidente il sergente Simone Ruggia e il sergente Claudio Marchesi, militari dell’Esercito italiano in servizio al Comando aviazione dell'Esercito (Aves) di Viterbo, il tenente del Corpo militare volontario della Croce rossa italiana Franco Adriano Zecchillo e il sergente del Corpo militare volontario della Croce rossa Laura Procacci. 

A bordo del velivolo si trovavano complessivamente 15 persone. Gli undici feriti stanno ricevendo le cure necessarie e, al momento, nessuno di loro versa in pericolo di vita. La Difesa ha immediatamente disposto l’invio di un’équipe medica italiana per garantire ai feriti il massimo supporto e la migliore assistenza possibile.

Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, insieme a tutta la Difesa, si stringe con profonda commozione alle famiglie delle vittime, ai loro cari e ai colleghi, condividendo il dolore per una perdita che colpisce l’intera comunità della Difesa.


La notizia del CH-47 precipitato oggi in Bosnia-Erzegovina riporta alla memoria una realtà che chi non ha mai volato in una missione operativa difficilmente può comprendere fino in fondo. Tra il 1998 e il 2000 ho partecipato, come pilota dell’Aviazione dell’Esercito, alle missioni in Bosnia-Erzegovina. Erano anni nei quali il cielo non era necessariamente uno spazio sicuro. Si volava in un contesto instabile, con la consapevolezza che anche un elicottero potesse diventare un bersaglio. Non era un dettaglio, ma una componente concreta del rischio operativo.

La storia dei Balcani, del resto, porta con sé una ferita che non può essere dimenticata. Il 7 gennaio 1992, a Podrute, un AB-205 dell’Aviazione Leggera dell’Esercito, impegnato in una missione di monitoraggio della Comunità europea, fu abbattuto da un MiG-21 jugoslavo. Morirono quattro militari italiani — Enzo Venturini, Marco Matta, Fiorenzo Ramacci e Silvano Natale — insieme all’osservatore francese Jean-Loup Eychenne.

Non fu un incidente, ma un abbattimento. Un episodio che dimostrò quanto potesse essere pericoloso persino un volo svolto nell’ambito di una missione internazionale di monitoraggio. Podrute si trova nell’attuale Croazia.

Nel 1995 ho vissuto un’avaria totale motore insieme a Filippo Fornassi. Un evento che ti mette immediatamente davanti alla realtà del volo: la tecnologia è indispensabile, ma non elimina il rischio. In quei momenti contano la preparazione, la lucidità e il lavoro dell’equipaggio. Non ci sono discorsi eroici, soltanto decisioni da prendere in pochi istanti.

Filippo sarebbe morto anni dopo in un incidente di volo con un NH90 sul lago di Bracciano. Il suo ricordo rende ancora più difficile leggere notizie come quella arrivata oggi dalla Bosnia. Perché dietro ogni incidente non ci sono soltanto una macchina distrutta e un rapporto tecnico da compilare, si materializzano persone, famiglie, colleghi e legami che il tempo non cancella.

Naturalmente, sarebbe sbagliato attribuire al CH-47 precipitato oggi una causa precisa. Un incidente può dipendere da fattori tecnici, ambientali, operativi o da una combinazione di circostanze. Saranno le indagini a stabilirlo. C’è una lezione che vale per tutte le missioni militari: il rischio si può ridurre, mai cancellare. Per questo la sicurezza degli equipaggi richiede manutenzione scrupolosa, addestramento realistico, procedure adeguate e una valutazione onesta delle condizioni operative. Occorre verificare che i mezzi siano efficienti, che gli equipaggi siano preparati e che le missioni siano pianificate tenendo conto dei pericoli reali.

Non basta celebrare il coraggio dei militari dopo una tragedia. Bisogna mettere in campo, prima, tutto ciò che può evitare che accada. E quando un incidente si verifica, non servono rassicurazioni affrettate né spiegazioni improvvisate: servono fatti, verifiche indipendenti e risposte chiare.

La Bosnia, per chi ci ha volato, non è soltanto un nome sulla carta geografica. È un insieme di missioni, decisioni, emergenze e volti che rimangono nella memoria. È la consapevolezza che il pericolo può arrivare da un’avaria improvvisa, da condizioni ambientali difficili o, come dimostra Podrute, da un attacco deliberato.

Oggi il pensiero va agli equipaggi coinvolti nell’incidente in Bosnia, alle loro famiglie e a tutti coloro che stanno lavorando per ricostruire l’accaduto. A loro dobbiamo rispetto, verità e risposte.

Perché chi sale su un elicottero militare sa che il rischio fa parte del mestiere. Ma sa anche che non deve mai diventare qualcosa a cui ci si rassegna.

La sicurezza del volo non si misura dalle parole pronunciate dopo una tragedia, ma dalle decisioni prese prima che accada.

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