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Sicurezza. Strani fermi di polizia e comportamenti limite su minori

12 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Le denunce di decine di genitori

A Roma, i genitori di alcuni studenti del Liceo classico Pilo Albertelli, scrive il quotidiano il Manifesto, hanno deciso di rendere noto in una lettera le violente (presunte) della polizia avvenute sabato scorso. E in un crescendo di adesioni, le duecento firme iniziali sono diventate cinquecento, coinvolgendo anche decine di insegnanti. La sintesi che ne offre il quotidiano non presenta margini di ambiguità: è un segnale di forte preoccupazione per i fatti che hanno contrassegnato nello scorso fine settimana le manifestazioni nella capitale e in altre città italiane.


Enne episodi

Troppi, evidentemente, per non creare sconcerto in quella parte dell'opinione pubblica che registra la sterzata verso un clima di repressione che non distingue più le situazioni, che non le analizza e finisce per adottare per le manifestazioni legittime, autorizzate e pacifiche l'equazione partecipazione=violenza come metro di valutazione univoco e unilaterale che giustifica l'intervento muscolare delle forze dell'ordine, con gravi ripercussioni sui livelli di democrazia interna.

E si tratta di situazioni che sul piano mediatico sono tutte presentate dal governo nell'interesse della sicurezza dei cittadini, sebbene provochino un evidente malessere nella convivenza civile, se le famiglie non temono di contestare la "stretta" nella gestione delle piazze, come accade a Roma, e non solo, se con la memoria si ritorna a vecchi e recenti interventi dinanzi agli istituti scolastici. Dunque, parliamo dello stesso governo che fa sempre baricentro sulle parole della Presidente del Consiglio. La stessa che ancora ieri, mercoledì 28 ottobre, data cara a chi arriva da una precisa storia politica che ha avuto un'apicale vocazione all'esercizio della presa del potere con la violenza, reagisce un giorno sì e un altro ancora deliberatamente a caldo. Una scelta, che può piacere o meno, finisce per privilegiare l'istinto che per inerzia non può che rotolare lungo l'asse del confronto politico e sociale con modalità primitive nemiche della riflessione e della ponderatezza che si richiedono a chi ha la responsabilità di un Paese.

L'ultimo intervento a gamba tesa nei confronti della magistratura - "vergogna", urlato a reti unificate - sulla scarcerazione di un sospettato, è l'emblema di quanto Palazzo Chigi abbia scarsa sintonia con il principio della separazione dei poteri, nel solco di una campagna di delegittimazione che prosegue con ancora più marcata durezza dall'esito del referendum sulla giustizia, sfavorevole all'esecutivo.

Enne episodi dunque, quasi tutti simili di un campionario di denunce da parte di quei genitori che nel pomeriggio di sabato scorso si sono ritrovati ostaggio inizialmente del timore misto a preoccupazione che il silenzio dei loro figli fosse il preludio a qualcosa di più grave.


L'esposto di un genitore

Si legge in una denuncia-esposto di un genitore di un capoluogo italiano, sulla vicenda che ha riguardato il figlio, adolescente, studente, fermato nel primo pomeriggio da agenti di polizia, portato e trattenuto in una caserma, al quale per ore è stato impedito di telefonare a suoi famigliari, perché "non era possibile"... Questo nell'era in cui persino le pietre comunicano tra di loro. Soltanto ore dopo il fermo, e su loro telefonata, i genitori riuscivano a scoprire che il figlio era in stato di fermo. Altre ore per capire dove fosse, in una continua alternanza di paure e tensioni.

Ma non era finita, commenta il padre. Ancora ore di attesa per il rilascio. Lunghi minuti spezzati poi dal singolare "suggerimento" di nominare un avvocato, senza che fosse spiegato per rispondere di che cosa. A meno che non lo fosse per l'abbigliamento, corrispondente e perfettamente in linea al clima autunnale. Il che potrebbe "spiegare" anche le iniziative successive della polizia - foto e impronte digitali - prese in assenza dei genitori, quindi contra legem. E se qualcuno se lo fosse perduto, in contrasto con i diritti costituzionali, che (ancora) definiscono i limiti in cui deve agire l'autorità giudiziaria.

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