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G8, Genova 2001: quando a colpire e a ferire fu anche lo Stato

22 set
Tempo di lettura: 3 min

di Maria Teresa Fenoglio


@Ares Ferrari - Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo in Wikipedia
@Ares Ferrari - Immagine messa a disposizione da w:it:Camillo in Wikipedia

Nell’intervista pubblicata da La Porta di Vetro, Katia Zanotti torna sui fatti del G8 di Genova e pone una domanda che riguarda anche il presente: che cosa accade a una democrazia quando chi dovrebbe garantire il tuo diritto a manifestare dissenso  diventa il tuo persecutore?[1] La risposta riguarda sì la sfera politica, ma anche quella psicologica. Perché a Genova alla violazione dei diritti si accompagnò quella dei corpi, compromettendo in modo determinante, come avviene tra un genitore e un figlio abusato, la fiducia di base nel rapporto fra cittadini e istituzioni.

Il movimento composito che nel luglio del 2001 attraversò la città era composto da migliaia di persone intenzionate a discutere di disuguaglianze, debito dei paesi poveri, ambiente, lavoro, potere delle grandi istituzioni economiche. Per molti, partecipare significava sentirsi parte di una comunità capace di immaginare un mondo differente. Anche per questo la violenza di quei giorni ebbe effetti che andarono oltre le persone direttamente aggredite.


La scoperta del trauma psicopolitico

La morte di Carlo Giuliani, le cariche, l’irruzione nella scuola Diaz, quanto avvenne nella caserma di Bolzaneto, non si possono ridurre a un generico “scontro” fra manifestanti e forze dell’ordine. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha qualificato come tortura i trattamenti inflitti a un partecipante durante l’irruzione alla Diaz e ha rilevato gravi carenze nella risposta penale a quelle violenze. È un accertamento giuridico preciso a fronte di innumerevoli dolenti testimonianze, prima fra tutti la raccolta di referti sanitari raccolti quel giorno dal 118 (in “Obbligo di referto”), che aiuta a capire perché la memoria di Genova continui a essere così dolorosa.

Per la prima volta, proprio in riferimento a Genova,  si è parlato di trauma psicopolitico (Adriano Zamperini). Il termine indica una ferita che, generata da un evento politico, investe il modo in cui una persona abita il mondo comune. Chi subisce violenza teme sempre una nuova  aggressione, ha ricordi intrusivi, prova rabbia o vergogna. Genova tuttavia ha aperto nelle coscienze una domanda di natura collettiva, dolorosa e inquietante: se lo Stato mi colpisce, mentre esercito un diritto, a chi posso affidarmi?


L'irruzione alla Diaz

Si tratta di una protezione che di solito diamo per scontata. Le istituzioni democratiche non ci mettono al riparo da ogni pericolo, ma entro un certo limite offrono regole, limiti al potere, possibilità di chiedere aiuto e di ottenere giustizia. A Genova, questa scontata garanzia si incrinò. Una scuola in cui si dormiva divenne il luogo di un’irruzione violenta; l’arresto, si tramutò in esposizione all’arbitrio: la minaccia proveniva questa volta da chi aveva il compito di proteggere.

Il trauma legato a questo salto di paradigma non ha investito soltanto chi era alla Diaz o a Bolzaneto, ma chi ha visto le immagini, chi ha atteso notizie di un figlio o di un’amica, chi è tornato a casa chiedendosi se fosse ancora possibile manifestare senza mettere a rischio la propria incolumità. Non tutti hanno reagito allo stesso modo: alcuni hanno continuato a impegnarsi, altri hanno preso le distanze dalla politica, altri ancora hanno custodito per anni una rabbia che non trovava ascolto. Chiamare tutto questo “trauma” non significa attribuire una diagnosi a un’intera generazione; significa riconoscere che la violenza pubblica modifica anche i legami, le appartenenze e le aspettative verso il futuro. A cui si aggiunge la ferita prodotta dal mancato riconoscimento del danno. Le sentenze sono indispensabili, ma il loro tempo è lungo e il loro linguaggio non esaurisce ciò che le persone chiedono.


Il comportamento della politica

Zanotti osserva che la politica non ha chiesto scusa. In quell’assenza molti possono aver sentito non solo che quanto era accaduto non sarebbe stato pienamente riparato, ma che la propria esperienza restava contestata, minimizzata o lasciata sola.

La memoria non è un esercizio celebrativo. Raccontare Genova vuol dire ricostruire i fatti, distinguere le responsabilità, ascoltare chi c’era senza inchiodarlo al ruolo di vittima. Soprattutto vuol dire ritrovare ciò che animava quel movimento prima che la repressione occupasse tutto lo spazio del racconto: le domande ancora aperte sulla giustizia globale, gli incontri incontri, la capacità di creare legami.

Venticinque anni dopo, il punto non è stabilire se ogni manifestazione di oggi sia o possa diventare una nuova Genova. Il punto è chiederci quali garanzie rendano possibile dissentire senza paura e quanto siamo disposti a difenderle anche quando non condividiamo le idee di chi scende in piazza. Una democrazia si misura anche da questo: dalla capacità di proteggere il conflitto, accertare gli abusi compiuti in suo nome e riconoscere il dolore che hanno lasciato.


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