Lo sguardo oltre le sbarre: "Vita, Carcere, Teatro"/2
Il sovraffollamento delle carceri in Italia è letteralmente fuori controllo e ciò accresce le condizioni di vita sovrumane in cui versano i detenuti. Una condizione dunque sempre più complicata, che offende gli stessi cittadini italiani, che si ritrovano complici di uno stato di degrado in cui versa il sistema carcerario nella patria di Cesare Beccaria. Una mostra realizzata a Torino ci riporta a contatto di questo scenario e delle difficoltà nel recupero dei detenuti in Italia.
di Luisella Fassino

Oggi nelle carceri italiane ci sono oltre sessantamila persone e le storie che vi entrano sono molto diverse: criminalità professionale, certamente sì, ma anche povertà, marginalità, fragilità familiari e sociali e, in misura impressionante, dipendenze. I dati aiutano a comprendere la dimensione del cambiamento sociale, all’interno del carcere. Secondo la Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze, al 31 dicembre 2024 i detenuti tossicodipendenti erano 19.755, pari al 32% dell’intera popolazione carceraria. Tra le persone entrate in carcere nel corso dello stesso anno, la percentuale saliva addirittura al 39%. Nel Nord-Ovest raggiungeva il 41% dei detenuti presenti. Numeri che rendono impossibile parlare seriamente di carcere senza parlare anche di cura.
Dal 21 agosto del 2026 è entrata in vigore una nuova legge che introduce, a determinate condizioni, una specifica forma di detenzione domiciliare per persone tossicodipendenti o alcoldipendenti che intraprendano un programma terapeutico socioriabilitativo residenziale. In via generale, la misura può riguardare pene, anche residue, non superiori a otto anni, con limiti differenti per alcune tipologie di reato. Il principio è importante: riconoscere che, quando esiste una dipendenza, la risposta non può necessariamente esaurirsi nella semplice reclusione. Ma una legge, da sola, non basta a creare comunità terapeutiche, posti disponibili, operatori, strutture e percorsi di accoglienza. Ed è proprio questo uno dei problemi: le risorse sembrano del tutto insufficienti rispetto alla dimensione del bisogno. C’è poi una contraddizione ancora più difficile da ignorare. La droga non rimane necessariamente fuori dall’istituto penitenziario.
La storia di Youssef
A questo punto del dibattito compare la testimonianza di chi ha vissuto dentro le mura di un carcere. Youssef, raccontando la propria esperienza, ha descritto il carcere di Fossano come un luogo nel quale si era sentito trattato con umanità. Con una punta di ironia lo ha definito un “albergo a quattro stelle”: maggiore possibilità di riabilitarsi attraverso il lavoro e lo sport, l’opportunità di cucinare i pasti e coltivare un orto, soprattutto un ambiente nel quale la droga non circola, situazione, a suo dire, non sempre riscontrabile altrove.
Youssef ha trascorso undici mesi nel carcere torinese e cinque in quello di Fossano. È una testimonianza personale e come tale va considerata. È parrucchiere. Durante la detenzione ha sempre cercato di lavorare e racconta con orgoglio di essersi impegnato a essere puntuale, preciso e costante in ogni attività che gli veniva assegnata, conquistando la fiducia dei propri compagni di carcere e del personale di custodia. Oggi ha un sogno molto semplice: aprire un giorno un negozio di parrucchiere tutto suo. Ma prima bisogna arrivarci. Perché i problemi del carcere non finiscono davanti al suo portone. A volte cominciano proprio quando quel portone è alle spalle.
Pena scontata, libertà formalmente restituita, ma...
Fuori potrebbe non esserci nessuno ad aspettare: nessun affetto, nessuna famiglia, nessuna casa, nessun lavoro. Talvolta neppure un posto nel quale trascorrere la prima notte da persona libera. Ed è in questo spazio che incontriamo le realtà che più mi hanno colpita durante la mattinata: il volontariato. Associazioni che gestiscono social house, aiutano a trovare casa, cercano opportunità di lavoro, accompagnano nei rapporti con le istituzioni, ricostruiscono relazioni e normalità. Perché anche trovare un'occupazione può non bastare.
Uno stipendio di 1.300 euro al mese rappresenta certamente una conquista importante, ma in una città come Torino può non essere sufficiente per pagare un affitto e sostenere autonomamente tutte le spese della vita quotidiana. Ed ecco, ancora una volta, le associazioni. Persone che ogni giorno mettono a disposizione tempo, professionalità, risorse proprie e capacità di ascolto per arrivare là dove troppo spesso il sistema pubblico non riesce ad arrivare. Non dovrebbe essere necessario affidare al volontariato il compito di colmare sistematicamente le carenze delle istituzioni, eppure sono proprio questi volontari, molto spesso, a impedire che una persona appena uscita dal carcere precipiti nel vuoto. Offrono una casa. Cercano un lavoro. Accompagnano. Ascoltano. E, soprattutto, continuano a vedere una persona anche quando sarebbe molto più semplice vedere soltanto il reato che quella persona ha commesso.
Nel dibattito pubblico capita ancora di ascoltare chi propone, più o meno esplicitamente, una soluzione semplice e brutale: chi ha sbagliato va rinchiuso e la chiave, possibilmente, va buttata via. È uno slogan efficace, una propaganda giustizialista. Ma non risolve ciò che succede il giorno in cui quella persona, avendo terminato di scontare la pena, torna nella società. Punire e rieducare non sono concetti alternativi.
La nostra Costituzione li tiene insieme. Chi ha commesso un reato deve risponderne: la vittima ha diritto alla giustizia, la società ha diritto alla sicurezza. Ma se vogliamo parlare seriamente di sicurezza dobbiamo chiederci che cosa accade dopo.
Perché il reinserimento non è buonismo, è anche prevenzione della recidiva. È impedire che una persona, una volta uscita, ritrovi esattamente le stesse condizioni che l’avevano accompagnata verso il reato. È il punto nel quale la pena dimostra di avere avuto un senso e ha svolto la fondamentale funzione di rieducazione. Ed è qui che il lavoro delle associazioni e dei suoi volontari assume un valore enorme: un lavoro silenzioso, poco visibile, concreto, che supplisce spesso alle carenze delle istituzioni e che merita rispetto e gratitudine.
Mi piace allora chiudere con le parole di don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII: “L’uomo non è il suo errore.”
FINE
Note
[1] La precedente puntata in https://www.laportadivetro.com/post/lo-sguardo-oltre-le-sbarre-vita-carcere-teatro--1
La mostra “LA SOGLIA” Vita, Carcere, Teatro - fotografie di Paolo Ranzani sarà presente fino al 2 novembre presso i giardini Sambuy – Piazza Carlo Felice - Torino











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