Collegno-Rivoli: Metro e territorio, storie di abbandoni nel torpore colpevole della politica
di Vito Rosiello

Ieri, sabato 10 ottobre, da Collegno a Rivoli, il territorio della zona ovest di Torino è tornato a far sentire la propria voce. Con la manifestazione «Uniti per la metro», cittadini, amministratori, lavoratori, sindacati e rappresentanti delle attività economiche hanno percorso corso Francia per chiedere il completamento della linea 1 della metropolitana fino a Cascine Vica. La grande partecipazione racconta la dimensione di una protesta che va ben oltre il destino di un singolo cantiere. È la mobilitazione di un territorio che si sente penalizzato da un'infrastruttura rimasta incompiuta, mentre commercianti, residenti e lavoratori continuano a sopportare le conseguenze di una situazione diventata insostenibile. Dietro gli striscioni e gli slogan c'è una richiesta precisa: non bastano più le dichiarazioni di solidarietà, gli incontri istituzionali e gli annunci di nuovi finanziamenti. Servono risorse certe, tempi verificabili e responsabilità politiche chiaramente individuate.
Il mistero delle opere incomplete
Il prolungamento occidentale della linea 1, dall'attuale capolinea di Fermi a Cascine Vica, rappresenta un'infrastruttura fondamentale per collegare meglio Collegno e Rivoli al sistema della mobilità torinese. Il progetto prevede circa 3,4 chilometri di percorso sotterraneo e quattro nuove stazioni: Certosa, Collegno Centro, Leumann e Cascine Vica. Quest'ultima dovrebbe diventare anche un punto di interscambio con il trasporto su gomma e con il traffico automobilistico. Il progetto definitivo della tratta fu approvato nel febbraio 2015. I lavori presero avvio nel 2019, con l'obiettivo di completare l'opera nel 2023. Nel frattempo, rallentamenti, pandemia e aumento dei costi dei materiali hanno determinato revisioni delle previsioni di ultimazione.
Il problema, però, non è soltanto lo slittamento delle scadenze. Quando un'opera pubblica accumula anni di ritardi, il costo reale non si misura più esclusivamente nei bilanci: si misura anche nel tempo sottratto ai cittadini, nelle difficoltà degli spostamenti quotidiani, nella viabilità compromessa e nelle attività commerciali costrette a convivere con recinzioni e cantieri. L'investimento pubblico già sostenuto supera i 200 milioni di euro. Eppure, nonostante una parte significativa delle opere sia stata realizzata, la metropolitana non è ancora arrivata a Cascine Vica. Perché non vi è stato in questi anni un do di petto della classe politica, uno scatto di orgoglio per alleviare le condizioni di vita di quel territorio? È un altro dei tanti misteri della storia politica del nostro Paese.

Blocco dei lavori e crisi dell'impresa appaltatrice
La situazione è precipitata nel 2026 con la crisi di Italiana Costruzioni Infrastrutture (ICI), l'impresa incaricata di una parte rilevante dei lavori civili e strutturali. Dopo le difficoltà finanziarie emerse nel 2025, la situazione aziendale si è ulteriormente aggravata. Nel luglio 2026, a seguito degli sviluppi della procedura concorsuale, Infra.To (la società pubblica che si occupa della realizzazione del progetto) ha risolto il contratto con l'impresa, rendendo necessario individuare un nuovo soggetto per completare le lavorazioni rimaste in sospeso.
Le conseguenze sono state pesanti: l'interruzione delle attività affidate all'impresa, nuove incertezze sui tempi di conclusione e difficoltà per lavoratori, subappaltatori e fornitori. Anche il territorio si è trovato a fare i conti con un ulteriore prolungamento dei disagi.
La crisi aziendale costituisce il fattore immediato del blocco, ma non esaurisce le questioni da affrontare. Occorre verificare quando siano emerse le prime criticità, quali strumenti di controllo fossero disponibili e quali misure siano state adottate per limitare le conseguenze del dissesto.
È su questi aspetti che deve concentrarsi una ricostruzione seria delle responsabilità, senza attribuire colpe personali in assenza di elementi documentati.
I 70 milioni mancanti e il rimpallo delle responsabilità
Oggi la questione più urgente riguarda le risorse necessarie per completare l'infrastruttura. Le stime aggiornate indicano un fabbisogno aggiuntivo di circa 70 milioni di euro, legato all'aumento dei costi e alle spese necessarie per riaffidare le lavorazioni residue. I sindaci di Collegno, Grugliasco e Rivoli, insieme al sindaco metropolitano e di Torino, Stefano Lo Russo, hanno chiesto al Governo di intervenire per assicurare il finanziamento e la continuità dell'opera. Tra le proposte avanzate figura anche la nomina di un commissario straordinario con poteri adeguati ad accelerare le procedure.
Il Consiglio comunale di Torino, il 5 ottobre, ha approvato all'unanimità un ordine del giorno per sollecitare il finanziamento statale e la nomina del commissario. Un segnale politico importante, che tuttavia non equivale allo stanziamento delle risorse né garantisce una data certa per la conclusione dei lavori.
Il nodo è proprio questo: il territorio ha bisogno di decisioni operative, non soltanto di convergenze formali.
Le amministrazioni locali sostengono di non disporre delle risorse necessarie per coprire i maggiori costi e chiedono al Governo di assumersi la propria parte di responsabilità. Al Governo spetta chiarire se e quando intenda garantire i fondi richiesti. È legittimo discutere di competenze e ripartizione degli oneri finanziari. Non è invece accettabile che il confronto istituzionale si traduca in un cantiere fermo senza una prospettiva concreta.
Le responsabilità politiche: oltre le giustificazioni
La vicenda della metropolitana tra Collegno e Cascine Vica impone una riflessione sulle responsabilità politiche e amministrative. Sarebbe semplicistico attribuire ogni ritardo esclusivamente alla crisi dell'impresa appaltatrice, così come sarebbe scorretto sostenere, senza prove, che il suo dissesto fosse interamente prevedibile o evitabile.
La gestione di un'opera pubblica non si esaurisce nella firma di un contratto e nella verifica formale dello stato di avanzamento. Richiede una capacità continua di prevenire i rischi, controllare i tempi, aggiornare i costi e predisporre alternative quando emergono criticità.
La critica politica deve quindi tradursi in domande concrete rivolte a tutti i livelli istituzionali coinvolti nelle diverse fasi dell'opera: chi doveva controllare? Quando sono stati individuati i rischi? Quali alternative sono state predisposte? Perché manca ancora un calendario credibile per uscire dall'emergenza?
Sono queste le domande alle quali la politica deve rispondere, senza nascondersi dietro le procedure o dietro le responsabilità altrui.
Il conto più pesante sulla pelle di cittadini e commercianti
Mentre le istituzioni discutono di risorse, competenze e procedure di affidamento, le conseguenze ricadono quotidianamente sulla popolazione. Corso Francia è uno degli assi viari più importanti della zona ovest. La presenza prolungata dei cantieri ha inciso sulla circolazione, sugli spostamenti quotidiani e sull'accessibilità delle attività economiche. Secondo i dati riferiti durante la mobilitazione, sono circa 750 gli esercizi commerciali interessati dall'area dei lavori e circa 20mila le persone che gravitano lungo il percorso.
Dietro questi numeri ci sono negozianti che devono mantenere aperte le proprie attività in condizioni difficili, lavoratori che hanno perso il posto o attendono le retribuzioni e famiglie che continuano a subire le conseguenze di un'opera pensata proprio per migliorare la mobilità.
È un paradosso evidente: un'infrastruttura concepita per ridurre il traffico e favorire il trasporto pubblico finisce, durante la sua realizzazione, per imporre un peso prolungato al territorio. Un disagio può essere giustificato quando è temporaneo, necessario e accompagnato da tempi certi; diventa molto più difficile da accettare quando le scadenze saltano ripetutamente e nessuno è in grado di indicare con sicurezza quando finirà.
Le priorità non possono essere dribblate
La manifestazione del 10 ottobre ha riportato al centro dell'attenzione una questione che rischiava di essere assorbita dalle procedure burocratiche e dal confronto tra istituzioni. Ora, però, la mobilitazione deve produrre risultati verificabili. Le priorità sono chiare: reperire le risorse necessarie, accelerare la nuova procedura di affidamento, garantire la continuità delle lavorazioni e predisporre un cronoprogramma pubblico, realistico e aggiornato. Un eventuale commissario straordinario potrà essere utile soltanto se sarà accompagnato da poteri effettivi, risorse disponibili, obiettivi misurabili e obblighi di rendicontazione. Cambiare il nome del responsabile del procedimento, senza rimuovere gli ostacoli finanziari e amministrativi, non sarebbe sufficiente.
Il Governo deve chiarire la disponibilità dei fondi richiesti; le amministrazioni locali devono continuare a esercitare pressione e a informare i cittadini; Infra.To deve rendere comprensibili lo stato delle opere residue, i costi e le tappe necessarie per ripartire.
Ogni livello istituzionale deve rendere conto delle proprie decisioni e dei risultati ottenuti. La zona ovest non chiede un favore. Chiede che un investimento pubblico di rilevanza strategica venga portato a termine, che i soldi già spesi non rischino di perdere parte della loro utilità e che chi ha responsabilità istituzionali dimostri, con atti concreti, di essere in grado di governare l'emergenza.
Dopo anni di attese, la vera misura del successo non sarà il numero dei comunicati stampa, delle riunioni o delle manifestazioni. Sarà la ripresa effettiva dei lavori, la riapertura delle strade e, finalmente, il primo treno della metropolitana in arrivo a Cascine Vica.











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