La profezia di Padre Pellegrino e le sfide non rinviabili per la Chiesa
di Guido Tallone

“Silenzio e Parola”: con queste due componenti della comunicazione Michele Pellegrino – Vescovo e cardinale di Torino dal 1965 al 1977 – ha svolto la funzione del Docente Universitario, ha annunciato il Vangelo, ha guidato la Diocesi subalpina e ha testimoniato con la vita quanto “predicato”.
Faccio parte dei tanti che sono cresciuti grazie a questo “scomodo” e formativo magistero e sono stato formato anche dai suoi preziosi e indispensabili silenzi carichi di insegnamenti. Silenzio e Parola: un inscindibile intreccio che ha permesso a Pellegrino di intuire prima e di vivere dopo la certezza che solo chi salda il “dire” con il “fare” diventa credibile e in grado di rendere il suo “fare” un vero e proprio “dire” autorevole e denso di saggezza.
Gli esempi di questo suo parlare anche con la vita sono infiniti. Nominato Arcivescovo di Torino si fece chiamare “Padre” per fermare alla radice i rischi che il titolo di cui era detentore esprimesse forme di sterile autorità e di potere lontano dal servizio. Nominato Cardinale ha chiesto a Paolo VI di ripensare il guardaroba cardinalizio (quello previso nel 1967) perché “La gente o ride o si scandalizza se mi vede vestito così”. Ed è sempre lui che parla: “le scarpe rosse, usate forse una sola volta nella luna di miele, aspettano a Roma l’acquirente (allora le pagai 20.000 lire), custodite rispettosamente in una scatola di cartone. […] il falso ermellino fu trasformato in un copriletto e le due mozzette in gonne. A una che la indossava le amiche espressero la loro ammirazione: «Che magnifico rosso cardinale!»”. Spero proprio che la proprietaria non abbia violato il segreto…”. (D. e R. Agasso, Michele Pellegrino, Edizioni Paoline, pag. 93).
Al petto Padre Pellegrino porta una semplice croce di legno: per accendere – in chi lo incontra – quella voglia di sobrietà che non elogia la povertà (la quale va sempre contrastata quando sconfina nella miseria), ma che non deve essere infangata dallo sfarzo, dall’accumulo eccessivo di cose che non si possono usare o dall’ostentazione di finte e false ricchezze. Bello anche il suo farsi alunno all’Università della Strada del Gruppo Abele per capire in profondità la sofferenza delle ragazze coinvolte (con o senza consenso) nel giro della prostituzione torinese. Oggi tutti parlano e quasi tutti sanno tutto. Lui – Docente Universitario – riconosce i limiti del suo sapere e per capire la donna segnata dalla mercificazione del suo corpo chiede aiuto, interroga, tace e ascolta chi ne sa più di lui.
Nella primavera del 1969 Pellegrino invia una lettera ai detenuti il giorno successivo alla rivolta nel carcere delle Nuove a Torino e si rivolge loro con questo appellativo «Fratelli carissimi». Due parole. Una sintesi che traccia una svolta storica nella vicinanza della Chiesa torinese al mondo carcerario; ma che consolida – purtroppo – “i venti del mugugno e dell’insofferenza anche nel suo mondo, da parte di chi viveva – e ancora oggi vive – la Chiesa come un monolite impermeabile ai cambiamenti sociali, rigida e chiusa nella sua tradizione di millenni “.[1]
Nel celebrare il ricordo di Padre Pellegrino nel quarantennale della sua morte (10 ottobre 1986 e dopo lunghissimi anni di assoluto silenzio perché impossibilitato a parlare), credo che il nostro preciso dovere di riconoscenza verso di lui sia quello di attuare – nell’oggi – quella sua instancabile voglia di profezia che ha percorso tutta la sua vita. Perché il profeta non è chi indovina il futuro, ma chi intuisce come le scelte o le omissioni di oggi condizionano il domani.
E anche oggi sono tante le domande che i cattolici si pongono e che rivolgono alla propria chiesa. Tutte legittime. Alcune più intense, altre più addette ai lavori e forse un po’ nostalgiche. Altre ancora, poi, sono di straordinaria attualità anche se – da anni – sono senza risposta.
Provo a presentarne alcune con la speranza che la memoria viva di Padre Pellrgrino ci aiuti a costruire quella profezia che ci permette di raggiungere la freschezza evangelica.
1. Lo scriveva don Milani nel 1965: “Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.” (Lettera ai cappellani militari). E, da allora, è aumentato il numero di chi “non capisce” perché un assistente spirituale debba, nel 2026, essere un militare a tutti gli effetti: con stelle, salari e obblighi militari. La “Rete sinodale Uscire dal sistema di guerra” ha scritto al Presidente della CEI Matteo Zuppi e al Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, una richiesta molto chiara: “Riteniamo, quindi, sia arrivata l’ora di una testimonianza evangelica limpida e radicale per superare la presenza strutturata dei presbiteri nell’esercito, con il gesto unilaterale di uscita dall’attuale sistema dei cappellani militari. L’assistenza spirituale al personale militare può essere assicurata da cappellani “senza stellette” non inquadrati nelle Forze armate.” (Lettera dell’11 febbraio 2024 e firmata da molte sigle appartenenti al mondo anche cattolico).
La Terza Assemblea sinodale delle Chiese in Italia – Il lievito di Pace e di giustizia pubblicato il 25 ottobre 2025 ha evocato, al punto 24 del suo Documento, una riflessione al proposito. Ma sul tema dei cappellani militari come parti integrante del sistema Forze armate italiane, non è andato oltre a deboli auspici che rischiano di cadere nel vuoto e che sono formulate così: “che la CEI promuova, secondo le proprie competenze, nelle sedi opportune una riflessione pastorale sulla natura e sull’orientamento del servizio di assistenza spirituale alle Forze dell’Ordine e alle Forze Armate.”.
Affermazioni che si presentano ancora come insufficienti e che rischiano di dare molta enfasi al Silenzio – per restare al binomio proposto da Padre Pellegrino – facendo venir meno il coraggio di una Parola forte e chiara.
2. Seconda sfida: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche in Italia. “Perché voi italiani ritenete indispensabile, sul piano formativo e per gli studenti, l’insegnamento della religione cattolica a scuola – mi ha domandato Jean Joseph, cugino che dirige una scuola pubblica ad Ajaccio, in Corsica – e poi chiedete ai ragazzi se vogliono entrare un’ora dopo o se vogliano uscire da scuola un’ora prima per non seguire questa lezione; oppure se preferiscono lo studio individuale (quando c’è la lezione di religione) o se preferiscono seguire una lezione di “alternativa alla religione cattolica?”.
Domanda diretta e anche un po’ imbarazzante. Che ci ricorda come anche il tema della religione cattolica nelle scuole pubbliche italiane possa e debba essere ripensato alla luce delle mutate condizioni storiche e culturali in cui viviamo. Per tante ragioni: a partire da quella della laicità dello Stato a quella della rinuncia, da parte della chiesa cattolica, di privilegi o di corsie preferenziali che interrompono cammini di uguaglianza nel Paese.
È vero: sono tanti i docenti di religione cattolica consapevoli di queste contraddizioni e che svolgono il loro ruolo con competente laicità e con saggia capacità di ascolto degli alunni. Ciò non toglie che anche in queste precise scelte politiche si annidino forme di privilegio che rischiano di indebolire la credibilità di una Chiesa che quando presta attenzione al controllo sociale e all’accordo con gli interessi dominanti, perde in freschezza evangelica e smarrisce la libertà esistenziale che la figura di san Francesco non solo ci ricorda poeticamente, ma che ci chiede di attuare.
3. Terza sfida. I sacerdoti cappellani assunti dalla struttura amministrativa dell’Ospedale per svolgere la loro “missione spirituale”. Con il massimo rispetto per chi svolge questo servizio nelle nostre strutture sanitarie. È fuori discussione che siamo in presenza di una modalità di presenza “datata” (ai tempi delle lunghe degenze, delle difficoltà nei trasporti, di comunità civili a grande maggioranza cattolica) e chiede di essere superata e ripensata.
Quando Michele Pellegrino “ripensa” la presenza dei sacerdoti in Fiat e ritira i cappellani del lavoro dagli stabilimenti o quando interrompe i pellegrinaggi della FIAT a Lourdes organizzati dall’azienda automobilistica, è profondamente convinto che “ripensare” il modo di costruire vicinanza con gli operai è il solo sistema per testimoniare fedeltà al Vangelo e al mondo dei lavoratori. Ed ecco il suo pensiero: “Se l’operaio vede nella Chiesa un centro di potere politico ed economico, allora sarà necessario che la Chiesa si liberi sempre più da ogni compromissione di queste genere”. Ed ecco la domanda: in che modo oggi le comunità cristiane devono costruire vicinanza ai malati, ai deboli e ai vulnerabili?
Linguaggi profetici da costruire, da inventare, da declinare in un oggi che non può adagiarsi a parole costruite per ieri e che chiedono il coraggio di innovazione e di rinnovamento.
A quarant’anni dalla morte Padre Michele Pellegrino ci consegna e ci chiede – con gradualità e coraggio – di non far venire meno il coraggio e la forza della profezia. Un compito e un dono che ci proviene dalla sua presenza ancora in mezzo a noi.
Note











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