Lo sguardo oltre le sbarre: "Vita, Carcere, Teatro"/1
Una mostra a Torino ci riporta a contatto della difficile situazione penitenziaria e di recupero dei detenuti in Italia
di Luisella Fassino

Di recente, in veste di incaricata dal mio ordine professionale, quello dei Consulenti del Lavoro, sono stata invitata a partecipare a una tavola rotonda organizzata da Breaking Jail in occasione della presentazione della mostra “La Soglia”[1], presso il “Giardino Forbito”, il gazebo di piazza Carlo Felice a Torino nato come presidio urbano polifunzionale per contribuire alla rigenerazione del Giardino Sambuy. Un luogo pensato per recuperare uno spazio della città e ricostruire relazioni.
Forse non poteva esserci scenario più appropriato per parlare di un’altra forma di rigenerazione, certamente più complessa: quella delle persone. Il mio compito era illustrare la legge Smuraglia e le agevolazioni riconosciute alle imprese che offrono opportunità di lavoro a persone detenute, semilibere o ammesse al lavoro all’esterno. Ma il mio intervento aveva anche lo scopo di rappresentare una difficoltà molto concreta: far incontrare domanda e offerta di lavoro, soprattutto in quei settori nei quali alcune professionalità sono sempre più difficili da reperire, come nell’ambito del lavoro artigiano e nell’edilizia.
Si tratta di un incontro faticoso che, nonostante l’allettante previsione di interessanti misure di accompagnamento economico, richiede di abbattere il muro della diffidenza e della paura che trattiene molte imprese dall’accogliere al proprio interno persone che hanno sbagliato, hanno scontato la propria pena, o la stanno ancora scontando, e sono intenzionate a ricostruirsi un percorso di rientro sociale.
Che cosa significa restituire una persona alla società
In realtà, nel corso della mattinata, il diritto del lavoro è diventato soltanto uno dei tasselli di una questione molto più ampia: che cosa significa davvero rieducare una persona e restituirla alla società dopo il carcere? La risposta, almeno sulla carta, esiste già. L’articolo 27 della nostra Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L’ordinamento penitenziario affida all’istruzione, alla formazione, al lavoro e ai rapporti con il mondo esterno una parte fondamentale di questo percorso rieducativo. Parole importanti. Poi, però, bisogna entrare in carcere, o fermarsi semplicemente sulla porta, in attesa che si riapra per qualcuno e chiedersi quanto quei principi riescano davvero a diventare vita quotidiana. All’interno di alcuni istituti di pena, soprattutto grazie alla presenza del mondo cooperativo, sono nati veri insediamenti produttivi. Si impara la panificazione e si producono pane e prodotti da forno, si preparano conserve e altri generi alimentari, si lavora nella sartoria, si allevano le api e si coltivano orti, si realizzano manufatti. Non sono semplicemente attività con cui occupare il tempo, ma vere e proprie opportunità di impiego durante il periodo della detenzione.
Lavorare significa imparare un mestiere, rispettare orari e responsabilità, recuperare autonomia e mantenere un rapporto con quella normalità alla quale, prima o poi, si dovrà tornare. Ma significa anche qualcosa di molto più concreto. Chi è in carcere continua ad avere necessità economiche e il detenuto che non ha una famiglia all’esterno in grado di sostenerlo economicamente, spesso non dispone di altra risorsa se non il reddito derivante dal lavoro svolto nell’istituto. Il problema è che il lavoro non c’è per tutti e, elemento emerso dalle testimonianze, non sempre viene assegnato proprio a chi ne avrebbe maggiore bisogno.
Il linguaggio che racconta la realtà delle nostre carceri
Chi viene adibito alle pulizie viene chiamato, nel gergo, “lo scopino”. Una parola che può sembrare insignificante, ma che racconta quanto sia facile che una persona, insieme alla libertà, perda anche una parte della propria identità.
Accanto al lavoro, molte associazioni portano all’interno degli istituti altre opportunità: corsi di formazione, attività musicali, laboratori teatrali, momenti culturali e percorsi ludici che consentono ai detenuti di esprimersi, apprendere e mantenere un rapporto con interessi e capacità che il carcere rischia altrimenti di comprimere. Sono attività che hanno un valore educativo e relazionale importante, ma che non sempre è facile frequentare con continuità.
Può sembrare paradossale, ma talvolta proprio chi ha la possibilità di lavorare in carcere fatica a partecipare a questi percorsi, perché gli orari delle attività formative o culturali coincidono con quelli del lavoro. E per chi non ha alcun sostegno economico dall’esterno, rinunciare anche solo a qualche ora di lavoro può significare rinunciare a una parte delle poche risorse di cui dispone.
Si crea così una contraddizione concreta: da una parte il lavoro, indispensabile per l’autonomia e il reinserimento; dall’altra la formazione, la cultura, la musica e il teatro, attività che rappresentano altrettanti strumenti di crescita, rieducazione e fiducia in sé stessi. Opportunità diverse, entrambe importanti, che però non sempre riescono a trovare spazio nella stessa giornata.
Il tema degli spazi
Quando la vita quotidiana si svolge disponendo di pochi metri quadrati, il principio del trattamento conforme a umanità smette di essere una formula giuridica e diventa qualcosa di estremamente concreto.
Tre metri quadrati. È difficile parlare di dignità senza provare, almeno per un momento, a immaginare che cosa significhi vivere per mesi o per anni in uno spazio simile. Non è un problema nuovo.
L’8 gennaio 2013, con la sentenza pilota Torreggiani e altri contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo riconobbe nel sovraffollamento delle carceri italiane un problema strutturale e sistemico, tale da determinare trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte chiese all’Italia di dotarsi di rimedi effettivi per affrontare una situazione che non riguardava pochi casi isolati, ma il sistema penitenziario nel suo complesso. Da allora molto è stato fatto, anche attraverso l’introduzione di rimedi specifici.
Eppure, più di tredici anni dopo, continuiamo a parlare di sovraffollamento, scarsità delle opportunità lavorative, difficoltà nell’accesso ai percorsi formativi, dipendenze e insufficienza delle risorse destinate al reinserimento. Ed è forse proprio questo il punto. Quello che manca dentro il carcere spesso è lo stesso che manca fuori. Se non riusciamo a costruire un percorso durante la detenzione, difficilmente quel percorso comparirà miracolosamente il giorno in cui il cancello si apre.
Dal dibattito è emerso come la popolazione detenuta è profondamente cambiata rispetto agli anni Ottanta. Allora i detenuti erano circa ventimila e il mondo penitenziario era segnato dalla presenza dei protagonisti degli anni dell’eversione e di una criminalità professionale che aveva caratteristiche molto diverse da quelle di oggi, alternando la propria esistenza fra le mura di un carcere e la bella vita fuori, grazie ai proventi delle proprie azioni criminose. Questa popolazione carceraria era lontanissima dall’idea che il lavoro e l’istruzione, potessero essere gli strumenti della loro rieducazione al vivere civile.
Continua/1
Note
[1]La mostra “LA SOGLIA” Vita, Carcere, Teatro - fotografie di Paolo Ranzani, sarà presente dal 4 ottobre al 2 novembre presso i giardini Sambuy – Piazza Carlo Felice - Torino











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