Fin che c'è guerra c'è solo guerra Affari su una montagna di morti
di Savino Pezzotta

Ogni epoca produce le proprie idolatrie. La nostra ha trasformato in verità apparentemente indiscutibili parole come crescita, competitività, sicurezza, deterrenza, difesa. Le ripetiamo come formule salvifiche senza più interrogarle. Eppure proprio dentro queste parole si nascondono molte delle tensioni che alimentano i conflitti contemporanei.
Si continua a rappresentare la guerra come una parentesi eccezionale che interrompe la normalità dell’economia. I fatti raccontano invece una storia diversa. Dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Sudan alla Repubblica Democratica del Congo, i conflitti mostrano quanto economia e guerra siano sempre più intrecciate.
Distruzioni e crisi umanitarie
La prima operazione necessaria consiste nel mettere in discussione alcune categorie che consideriamo naturali. Dove finisce la pace e dove comincia la guerra? Siamo davvero in pace quando le economie combattono quotidianamente per il controllo dell’energia, delle materie prime, delle infrastrutture logistiche e delle tecnologie strategiche? Siamo davvero in pace quando il linguaggio economico adotta le stesse metafore del linguaggio militare: conquistare mercati, difendere posizioni, presidiare territori, eliminare concorrenti?
La separazione netta tra economia e conflitto appare meno evidente di quanto siamo abituati a credere. La guerra in Ucraina, oltre alla dimensione militare, coinvolge direttamente infrastrutture energetiche, approvvigionamenti industriali e sicurezza economica europea. Nel Medio Oriente, i conflitti che coinvolgono Israele, Gaza, Iran, Libano e Yemen si intrecciano con il controllo delle rotte commerciali e dei flussi energetici globali.
Nel Sudan, una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee, il controllo del territorio coincide anche con il controllo di risorse economiche, miniere e corridoi commerciali. Il conflitto continua a essere classificato tra quelli ad alta intensità.
Nella Repubblica Democratica del Congo, invece, il conflitto interessa una delle aree più ricche al mondo di minerali strategici utilizzati nelle batterie, nell’elettronica e nelle infrastrutture digitali. Coltan, cobalto e terre rare collegano direttamente i consumi delle società avanzate ai territori attraversati dalla guerra.
Qui emerge una contraddizione radicale del nostro tempo. Le tecnologie che promettono sviluppo, innovazione e transizione ecologica dipendono spesso da filiere che attraversano regioni segnate dalla violenza. La guerra non è esterna alla globalizzazione. Ne costituisce uno dei lati nascosti.
Ma è osservando il riarmo mondiale che appare con maggiore chiarezza il carattere strutturale dell’economia di guerra.
Secondo il più recente rapporto dello SIPRI, nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, il livello più elevato mai registrato dall’istituto svedese e l’undicesimo anno consecutivo di aumento. In appena un decennio, la spesa globale per armamenti e apparati militari è cresciuta del 41%.
Le spese militari rappresentano oggi circa il 2,5% del PIL mondiale, mentre la spesa militare media pro capite ha raggiunto i 352 dollari per abitante.
I cinque maggiori spenditori del pianeta, Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India, concentrano da soli il 58% dell’intera spesa militare mondiale.
L'Hit parade delle spese militari
Gli Stati Uniti restano il principale investitore militare con 954 miliardi di dollari, seguiti dalla Cina con 336 miliardi e dalla Russia con 190 miliardi. Particolarmente significativo è il dato dell’Ucraina, che nel pieno del conflitto ha destinato alle spese militari circa 84,1 miliardi di dollari, equivalenti al 40% del proprio PIL, una quota eccezionalmente elevata.
Parallelamente, i Paesi della NATO hanno avviato una nuova fase di espansione delle spese per la difesa. Dopo il vertice dell’Aia del 2025, gli alleati hanno assunto l’obiettivo di arrivare entro il 2035 a investimenti complessivi pari al 5% del PIL in difesa e sicurezza. Nel solo 2025 gli alleati europei e il Canada hanno aumentato le proprie spese di quasi il 20% rispetto all’anno precedente.
Questi numeri non indicano soltanto che il mondo si sta armando. Rivelano qualcosa di più profondo: la guerra è ormai diventata un settore economico strategico, un motore industriale, un volano per l’innovazione tecnologica e un elemento ordinario della programmazione pubblica.
È qui che occorre interrogare criticamente il concetto di sicurezza.
Se il mondo investe quasi tremila miliardi di dollari all’anno negli apparati militari e continua a essere attraversato da conflitti, emergenze climatiche, insicurezza alimentare, migrazioni forzate e disuguaglianze crescenti, forse il problema non riguarda soltanto la quantità di sicurezza prodotta, ma il modo in cui la definiamo.
La sicurezza coincide davvero con la capacità di armarsi?
Oppure coincide con la capacità di garantire salute, istruzione, casa, lavoro dignitoso, tutela ambientale e coesione sociale? La parola sicurezza appare neutrale. In realtà è uno dei principali terreni di contesa politica del nostro tempo. Lo stesso vale per la parola difesa. Difendere cosa? Un territorio? Un apparato economico? Un sistema di alleanze? Oppure la vita concreta delle persone? Dietro una parola apparentemente ovvia si nascondono significati differenti che raramente vengono discussi.
Quando concetti come crescita, competitività, deterrenza e sicurezza cessano di essere oggetto di dibattito e si trasformano in dogmi, diventano autentiche forme di idolatria concettuale. Non descrivono più il mondo. Cominciano a governarlo.
È all’interno di questa idolatria che prospera l’economia di guerra. Le tensioni attorno ai semiconduttori, alle terre rare, all’energia, alle rotte marittime e alle infrastrutture digitali dimostrano che i conflitti del XXI secolo si combattono simultaneamente nei campi di battaglia, nelle miniere, nei porti, nei centri logistici e nei mercati finanziari.
Per questo la nonviolenza non può essere ridotta a una testimonianza morale. Deve diventare una proposta politica ed economica. Nonviolenza significa ridefinire la sicurezza come benessere condiviso. Significa investire nella cooperazione internazionale anziché nella competizione permanente. Significa riconvertire progressivamente l’economia militare verso finalità civili, rafforzare i servizi pubblici, garantire trasparenza nelle filiere globali e ridurre le disuguaglianze che alimentano la violenza. Soprattutto, significa liberare la politica dall’incantesimo delle categorie che rendono la guerra apparentemente inevitabile.
La pace non coincide con il silenzio delle armi
Una società può essere formalmente in pace e vivere immersa nella violenza della precarietà, dello sfruttamento e dell’esclusione. Allo stesso modo la guerra non comincia con il primo bombardamento. Comincia quando l’accumulazione viene considerata più importante della giustizia, quando la competizione sostituisce la cooperazione e quando il nemico diventa una condizione necessaria per organizzare l’economia.
La vera sfida del nostro tempo non consiste soltanto nel fermare le guerre in corso. Consiste nel costruire un’economia che non abbia bisogno della guerra, della minaccia e della paura per prosperare. Perché il contrario della guerra non è la vittoria. È una società che non trae il proprio benessere dalla vulnerabilità degli altri. È una civiltà capace di sostituire la logica della conquista con quella della cura. Ed è forse questa, oggi, la definizione più concreta e radicale della nonviolenza.











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