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Robot-soldati e soldati-robot, visione "indolore" della guerra

1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min

di Lanfranco Peyretti


Tra le tante notizie di nuove stupefacenti conquiste tecnologiche è recente quella della realizzazione di robot umanoidi che superano gli umani nelle principali prove atletiche come la corsa e altre non ben precisate. Dobbiamo allora aspettarci che verranno organizzate le Olimpiadi dei robot umanoidi? Non possiamo escluderlo, perché forse è conveniente per qualcuno alimentare il mito della tecnologia in sé, oppure conquistare prestigio per il proprio paese rispetto ai competitori. Però fuori di queste ipotesi sembra poco probabile che si spendano prima tanti soldi in ricerche e poi per organizzare competizioni senza un più rilevante ritorno significativo e tangibile.


L'utopia che non regge

Ricordando che a pensar male si fa peccato ecc. (Giulio Andreotti) bisogna riconoscere che qui il peccato è troppo facile: è di pensare che quei robot atleti possono in un minuto indossare una divisa da soldato. Armi implacabili quasi interamente automatizzate ne esistono già tante e sono in particolare i droni nelle diverse dimensioni e versioni, ma tra il volare e lo spostarsi sul terreno ci sono rilevanti specificità di impiego. Il drone è più veloce, può fermarsi in volo in attesa di inseguire e colpire, ma la velocità ne limita l’agilità e la fermata non è illimitata ed è rischiosa. Il robot soldato offre più elasticità di utilizzo; può imitare perfettamente il comportamento umano del soldato nemico sul suo stesso terreno, nascondersi in agguato, inseguirlo, in definitiva essere imbattibile e micidiale più del drone, ma soprattutto non ha bisogno del coraggio, perché al massimo rischia la distruzione.

Entrambe le armi si integrano e si assomigliano nella mostruosa caratteristica di poter essere dotate della descrizione dettagliata del contesto operativo generale e di saper ulteriormente rilevare alla perfezione la particolare situazione reale locale, e di eseguire ciecamente su questa base istruzioni di comportamento estremamente articolate e raffinate, elaborate da un’IA nel quadro dello standard previsto per quel contesto. L’arma riceve un’istruzione precisa: individua un possibile obiettivo nemico, verifica attraverso l’IA se c’è sufficiente probabilità (spesso è vigente un indice basso o bassissimo) che lo sia (un uomo, una casetta, un carro agricolo, un carro armato, un bus, un treno...) e poi colpisci.

L’operatore che mette in campo queste armi, anche da remoto, non è chiamato in causa né eticamente, né praticamente, perché si limita a dotarle inizialmente del programma previsto, integrato con dettagli accertati. Caratteristica terribile che accomuna il drone e il robot soldato è che l’uomo soldato nemico non può arrendersi né all’uno né all’altro. Non previsto. Un ottimista a oltranza che guarda solo molto lontano potrebbe dire che le armi automatizzate trasformeranno la guerra in un mero scontro tecnologico e industriale che, pur provocando un gigantesco spreco di risorse materiali ed energetiche, non spreca sangue. Se mai fosse vero (non lo è perché il fine ultimo della guerra è annientare il nemico, non le sue macchine), le guerre arriverebbero ad assomigliare, in scala moltiplicata, allo scontro tra gli Orazi e i Curiazi che, pur cruento, aveva lo scopo di delegare la lotta a pochi protagonisti, invece che a tanti deputati per ruolo. Un’utopia che non regge.


Ora si impone una radicale riflessione

Il soldato-robot o robot-soldato, come volete, è una novità? Materialmente sì, ma sostanzialmente no. È impossibile non individuare negli eventi bellici già noti la figura dell’uomo-soldato-robot che, pur non avendo né scheletro né corazza metallica né schede elettroniche in corpo, aveva il cervello totalmente condizionato dalla manipolazione subita, impressa nelle sue sinapsi, rafforzata dalla costrizione attuata sul campo da impedirgli ogni scostamento dalle regole di ingaggio stabilite. Un automa umano. L’obbedienza cieca poggia sul principio che non bisogna avere né paura né pietà, altrimenti è la sconfitta, che è il peggio. Il valore supremo della religione del potere sovrasta ogni altro principio. Modello, ma non unico, di automa umano è il soldato nazista educato all’obbedienza cieca.

Però, perché guardare solo al passato? L’archetipo ha fatto scuola. Purtroppo non sono pochi gli allievi diligenti e zelanti. Non è il caso di fare una rassegna, esposta a inevitabili critiche e accuse di giudizio non equilibrato, di arbitrari accostamenti, ma per comoda semplificazione è inevitabile pescare nell’attualità e scegliere il caso del comportamento della quasi totalità dei soldati israeliani che occupano e bombardano Gaza e la Cisgiordania, per tentare un approfondimento. Restando col cono di attenzione sui soldati israeliani, tra le tante notizie che fanno rabbrividire noi e il mondo ve ne sono altre che passano nella comunicazione in seconda linea. Sono le numerose diserzioni, trattate caso per caso fuori dei tribunali, per evitare pubblicità. Sono i numerosi casi di piloti che si sono rifiutati di bombardare i civili. I soldati “stressati” vengono a sciare sui nostri monti; tanti sono in cura psichiatrica (in proposito, le dichiarazioni del ten. colonnello israeliano Tuly Funt); sono le decine e decine di suicidi tra i soldati. Allora la manipolazione non può essere sempre granitica, seppur amplissimamente compiuta; non può essere sempre assoluta e definitiva.

L’essere umano, al contrario del robot similumano, può conservare negli interstizi tra le sinapsi cerebrali un pulviscolo etico che provoca pruriti sino a essere indotto a tradire il valore supremo della religione del potere! Caso particolare è quello della soldatessa che ha gli incubi notturni per aver ucciso bambini. Quella soldatessa ha ucciso definitivamente anche la propria natura di possibile madre o potrà avere prima o poi il pensiero di esserla? Avvertirebbe lo stridore immenso tra ciò che ha fatto e quel pensiero? la distanza incommensurabile da cui sono divisi? Il concetto di obbedienza non si frantumerebbe nella sua mente e nel suo cuore? Maturerebbe in lei un desiderio di infinita espiazione o non reggerebbe alla pazzia?

Dopo che avremo visto il film NAZA, che in ebraico vuol dire “effetti collaterali”, avremo altri spunti su cui pensare.


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