Drammi rimossi e ferite non viste della Grande Guerra
Soltanto sul finire del Novecento è stato riportato alla memoria e affrontato il tema del trauma psichico patito dai combattenti
di Maria Teresa Fenoglio

La Prima guerra mondiale, che si concluse con gravissime perdite, offrì alla vista del mondo anche ferite non tangibili ma non per questo meno terribili. Chi tornava dal fronte era spesso preda di manifestazioni psicofisiche che andavano dalla incontrollabilità muscolare a segni di paura panica e stati di stupor.[1] Questo insieme di segni e sintomi venne raccolto, come già accennato, nella dizione shell shock syndrome (sindrome da scoppio di granata). La definizione, comparsa nella rivista Lancet nel 1915, si deve all’ufficiale medico inglese Charles Myers, il quale osserva che, a soli sei mesi dall’inizio della guerra, comparivano tra i soldati in prima linea reazioni di un’intensità mai registrata prima. La nuova epidemia veniva ricondotta dai medici alle categorie in loro possesso, per cui si parlò di danni alla spina dorsale, commozione cerebrale o epilessia.
Va detto che in tutti gli eserciti sul campo, coloro che manifestavano questi sintomi erano esposti al disprezzo, accusati di simulazione e puniti dalle gerarchie militari, preoccupate in primo luogo che i soldati tornassero in fretta sul campo di battaglia. Solo in alcuni casi, come avvenne in Inghilterra, si tentarono delle cure in residenze protette, a cui comunque erano ammessi solo gli ufficiali. Le cure consistevano, oltre che nel riposo, in procedure adottate negli ospedali psichiatrici, compreso l’elettroshock. Tra tutte le residenze si distinse la Nellel House, una residenza privata convertita in convalescenziario, diretta da Lady Clementine, una nobildonna intelligente e sensibile che si occupò di rendere umana e gradevole la permanenza, contribuendo, forse più di ogni altra cura, al ristabilirsi di un qualche benessere nei ricoverati.
Della condizione del soldato della Prima guerra mondiale si trova larga testimonianza nella letteratura che ne tramanda gli elementi più profondi in chiave lirica e drammatica. In questi testi si ripropongono temi sui cui vale la pena riflettere anche oggi. Tra tutti, ricordiamo il romanzo di Erich Maria Remarque (1929), “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, con la descrizione delle ore passate dall’autore in una buca in cui un militare nemico lentamente moriva. Un’altra opera preziosa è “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline (1933), l’opera forse più dissacrante e profonda sull’animo umano in guerra, un vero ritratto di quello che lo psicoanalista Lacan definirebbe il reale della guerra. Anche molti autori italiani ci hanno lasciato testimonianze di quella terribile esperienza e a loro dobbiamo pagine memorabili, in grado di farci toccare con mano luoghi ed emozioni intrisi della precarietà dell’esistenza. Come scrisse il grande poeta e giovane fante Giuseppe Ungaretti:
“Si sta
come d’autunno
sugli alberi
le foglie.”
Note
[1]L'articolo è tratto dal libro dell'autrice Psicologia dell'emergenza, esperienze e riflessioni, Kiwi, 2024












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