Centralità della scuola nella trasformazione sociale del Paese
Riflessioni all'indomani delle dichiarazioni della Presidente del Consiglio e le precisazioni del ministro dell'Istruzione
di Marcello Croce

L’annuncio di un decreto-legge sulla scuola, che segue alle recenti Indicazioni Nazionali 2026 presentate dal ministro Giuseppe Valditara, dovrebbe prima di tutto servire a scoperchiare la pericolosa svolta storica di un’istituzione – la scuola – che è uno degli organi vitali della nazione. Causa di questa svolta e della sua criticità è l’esistenza di quasi un milione (l’11 per cento del totale della popolazione scolastica) di figli di immigrati, bambini della primaria e adolescenti della secondaria. Il primo fattore di criticità è rappresentato dall’apprendimento della lingua italiana.
Sbaglierò, ma questo vuol dire che siamo tornati alle origini storiche della nostra scuola nazionale, al 1861, perché anche allora l’insegnamento della lingua rappresentò la base del piano di unificazione politico-culturale della penisola. Anche se meglio sarebbe parlare, nel nostro caso, di integrazione: su un presupposto che però non è per niente scontato, perché integrare vuol dire far appartenere a qualcosa che possiede già una propria forma spirituale, una propria configurazione. Esiste questo, in un paese consumato da una perenne guerra civile ideologica?
L'integrazione fa rima con rivoluzione
Non è un caso. davvero, che il dibattito in questi anni sia stato trattenuto essenzialmente nei termini e nei limiti dell’accoglienza. Ridurre l’intera questione alla sola accoglienza significa però ignorare la complessità del problema, come se il suo sviluppo nel tempo potesse avere un corso spontaneo e naturale; e non invece, com’è, un impatto dai tratti almeno socialmente e culturalmente conflittuali.
Forse il pesante calo di natalità, qui da noi, ha contribuito a nasconderne gli effetti. Ma occorre acquisire la consapevolezza, da parte di tutti, che si tratta invece di una rivoluzione non solo demografica, ma primariamente culturale, paragonabile almeno a quella che dopo gli anni Sessanta investì la nostra penisola (immigrazione interna e consumismo).
Oggi questa rivoluzione prende il nome di integrazione e presenta aspetti e problemi di portata rivoluzionaria, che certo a loro volta presuppongono le alte tensioni in corso da anni in Europa e nel resto del mondo, in una fitta interazione. Che il compito della scuola, perciò, abbia direttamente a che fare con questa rivoluzione culturale significa allora che questa istituzione ne rappresenta davvero l’epicentro, il punto critico.
Da decenni la scuola italiana (una delle istituzioni più prestigiose al mondo) aveva perso la consapevolezza storica del suo compito. L’inutile e persistente rimaneggiamento degli esami alla fine dei corsi, i tocchi e ritocchi apportati ai suoi ordinamenti di indirizzo e ai suoi programmi non facevano che mostrare la crescente crisi di senso. La rivoluzione consumista e la rivoluzione del Sessantotto (accomunate) ne avevano disperso definitivamente l’animus risorgimentale ancora percepibile fino ad allora. La scarsa remunerazione degli insegnanti ne rispecchiava l’emarginazione sociale.
A questo riguardo, e per quanto detto, va messo in chiaro che il compito dell’integrazione rimette al centro la scuola nella società italiana. Epicentro della rivoluzione demografica e culturale dell’Italia di questi anni, la scuola diventa allora il criterio di misura della consistenza morale e culturale dell’intera comunità degli italiani. Altrimenti detto, anche se il termine può dispiacere a taluni, della famosa identità.
Cosa si deve intendere, con questa parola spesso enfatizzata e spesso vilipesa? In linea di principio, l’identità consiste nei saperi tradizionali ripartiti dalle discipline scolastiche e contemporaneamente nella nostra lingua. Il punto più sensibile è rappresentato dalla parte dei saperi umanistici, poiché se si presuppone (ma a torto) che le scienze esatte siano culturalmente indifferenti perché oggettive, sarebbero solo le prime ad aprire problematiche di natura culturale e spirituale (anche religiosa).
Ma che cosa significa integrazione?
C’è chi la concepisce solo come l’inserimento dentro un comune contenitore (il territorio), e pertanto l’integrazione diverrebbe semplicemente una questione anagrafica. Ma questo sarebbe un gravissimo errore, perché finirebbe coll’ignorare il senso vero, politico e spirituale, della relazione. La relazione umana implica sempre e comunque il pensiero. E non solo quello che consiste nei contatti immediati, nell’affettività e nell’amicizia, nei rapporti di lavoro.
L’appartenere a un popolo suppone che la relazione sia originariamente interiore (non sentimentale), vale a dire sia, entro i confini di un territorio, una condivisione morale. Proprio questa condizione di condivisione giustifica allora la pretesa di giustizia sociale, per esempio la richiesta di diritti. Solo se si condivide si può esigere.
Il problema della scuola è dunque quello di motivare nei giovani immigrati una tale condivisione, trasmettendone i fondamenti. Chiaro, questo implica prima di tutto la collaborazione dei famigliari, dal momento che la parte adulta ha origine da una diversa cultura, virtualmente talora ereditariamente conflittuale. Soprattutto nel pervasivo significato religioso. Chiaro, le religioni oltrepassano sempre la sfera dello Stato: né lo Stato può identificarsi in una religione o in una razza. Tuttavia la libertà dei culti dovrà ora imparare a convivere e conciliarsi, attraverso la scuola, con un mondo culturale evoluto nei secoli e nei millenni di storia di questa penisola.
Non si tratta perciò di operare un’impossibile integrazione fra culture diverse (a cominciare dalle lingue), ma di attuare un processo di assimilazione rivolto prevalentemente ai minori. Nulla toglie, specialmente riguardo agli immigrati di origine europea ma non solo, che i minori nati in Italia o cresciutivi da piccoli preservino la memoria vivente della loro cultura originaria; anzi, è cosa auspicabile, perché trarrebbe fondamento dai legami profondi di vita, quelli della famiglia. E dove possibile sarebbe opportuno che la scuola italiana sapesse anche valorizzare tali legami culturali, almeno entro la dimensione europea.
Ma per ciò che riguarda soprattutto le culture di origine africana (nord Africa o centro Africa che sia) occorre scoraggiare, a mio avviso, la possibilità che si radichi un fenomeno di (auto)ghettizzazione delle minoranze, favorito da forme di resistenza da parte degli adulti, anche dovute alla conservazione di usi e costumi precedenti.
Le misure adottate dal Decreto-legge da cui siamo partiti dovrebbero consistere nella limitazione a un 30 per cento di studenti di origine non italiana per classe, a partire da quelli che non sanno leggere e scrivere l’italiano. Se lo scopo è quello di impedire il costituirsi di classi “separate” (di basso profilo culturale) può essere la buona strada. Ma è chiaro, se la politica non percepisce l’importanza della posta in gioco, e ritiene di affrontare il problema solo con singole misure preventive, sarà la scuola a soffrire della più grave crisi della sua storia a partire dall’unificazione.











Commenti