"Bisagno" un film e un convegno sul ‘primo partigiano d’Italia’
Proiezione e dibattito venerdì 6 novembre a Novi Ligure
di Alberto Ballerino

Più che mai nell’Italia di oggi, dominata da populismi e pulsioni egoistiche, è importante ricordare figure di alto profilo come Aldo Gastaldi, il celebre comandante ‘Bisagno’, una delle personalità più straordinarie espresse dalla Lotta di Liberazione, medaglia d'Oro al valor militare alla memoria. A lui viene dedicata la serata di venerdì 6 novembre a Novi Ligure, a partire dalle 21, nel Teatro Parrocchiale Sant’Antonio in viale Rimembranza 44, durante la quale sarà proiettato il documentario Bisagno di Marco Gandolfo, seguito da un dibattito a cui parteciperanno Aldo Gastaldi, nipote e omonimo del comandante, Franca Barella, figlia del comandante partigiano Franco Barella, nome di battaglia Lupo, Paolo Gesino (Comitato per la canonizzazione) e don Massimo Bianchi, vicario foraneo di Novi Ligure. L’incontro è organizzato dal Lions International di Novi Ligure con il patrocinio della Diocesi di Tortona.
Sottotenente del XV Reggimento Genio, Aldo Gastaldi, nato a Genova il 17 settembre 1921, morto a Desenzano del Garda il 21 maggio 1945 in un accidentale incidente stradale,[1] sale in montagna a pochi giorni dall’armistizio dell8 settembre e nel giro di pochi mesi, con il nome di Bisagno, diventa il comandante più amato della Resistenza in Liguria. Interpreta il ruolo non come potere, ma come servizio. Cattolico, con un carisma straordinario, è il primo ad esporsi ai pericoli e l’ultimo a mangiare, né si preoccupa di riservare a sé stesso i turni di guardia più pesanti. Si conquista così l’amore e la stima degli uomini e delle popolazioni contadine, senza il cui sostegno la lotta partigiana sarebbe stata impossibile.
Ricordato come ‘primo partigiano d’Italia’, il 24 aprile 2005 i suoi resti mortali sono stati portati al Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno. Con un editto arcivescovile del 31 maggio 2019, il cardinale Angelo Bagnasco ha avviato la causa di beatificazione e canonizzazione.
Suo nipote Aldo da sempre si impegna per mantenere viva la memoria e ha partecipato alla realizzazione del documentario di Gandolfo. “I miei genitori – dice - mi hanno dato nome e cognome dello zio. Non mi è mai stato fatto pesare in famiglia, ma io sentivo ugualmente questa figura ingombrante. Crescendo però mi sono reso conto di quanto rappresentasse a livello spirituale una guida insostituibile e ne vado orgoglioso. Ho conosciuto tantissimi partigiani che lo hanno conosciuto e ho potuto ascoltare un’infinità di racconti”.
Marco Gandolfo è la prima persona a cui è stato concesso l’accesso a buona parte dell’archivio di famiglia. “Mio padre lo ha custodito gelosamente, faticando tutta la vita per raccogliere documenti su suo fratello. Gandolfo è riuscito a fare emergere la figura di Bisagno in quello che veramente è stato. Per me rappresenta un documento bellissimo in cui traspaiono la spiritualità e l’umanità del protagonista, il suo modo di intendere la Resistenza e la libertà. È stata un’esigenza del cuore fare conoscere la figura di Bisagno, mi sono reso conto del bene che faceva in determinati contesti quando ho ripercorso tutto quello che avevo sentito, rivedendo i volti di chi raccontava questi episodi. Abbiamo avuto anche testimonianze di conversione da parte di coppie e persone che, dopo averlo conosciuto, hanno intrapreso un percorso di spiritualità molto profondo. Ho voluto partecipare attivamente per la prima volta alla stesura di qualcosa che minuziosamente e senza nessuna forzatura lo ricordasse veramente per quello che era, facendo parlare solo lui con le sue lettere e chi lo ha conosciuto. Il documentario è dedicato a mio padre che con il lavoro di una vita lo ha reso possibile. Questo è solo un punto di partenza, c’è ancora tantissimo da conoscere su Bisagno. È una figura abbastanza particolare nel panorama resistenziale”.
Originale anche il modo in cui è stato realizzato questo documentario. “Mi è piaciuta molto l’idea di Gandolfo di non fare mai parlare una voce narrante. Si sentono solo le persone che lo hanno conosciuto, non c’è nessuna interpretazione o versione dei fatti. Troviamo gli avvenimenti stessi raccontati da chi li ha vissuti, questo secondo me è un valore enorme. Si parte dalla sua vita da militare, iniziata a Casale Monferrato. Subito si apre come un libro alla sua mamma: abbiamo decine di lettere alla famiglia da questo primo momento fino alla fine della Resistenza. Si vede una maturazione umana e spirituale che inizia da militare e poi esplode negli anni della Lotta di Liberazione”.
Affascina l’idea di libertà che emerge dal documentario. “Bisagno aveva un concetto di libertà che, secondo me, rispettava veramente i dettami del Vangelo e che portò nelle fila partigiane da comandante. Viene eletto tale dai suoi uomini e fondamentalmente inizia la sua vita nella Resistenza a Cichero, il paese da cui la sua Divisione prenderà il nome. Il documentario parte da alcune testimonianze di commilitoni che diventeranno poi suoi partigiani, tra queste quella iniziale di Aurelio Ferrando, il partigiano Scrivia, che diventerà poi comandante della Divisione Pinan Cichero”.
Note
[1]L'improvvisa morte di Bisagno, avvenuta nei giorni convulsi che seguirono la Liberazione, ha suscitato diverse polemiche. In particolare, s'è ipotizzato un omicidio per la sua opposizione alle frange comuniste del movimento partigiano. La tesi dell'omicidio, tuttavia, non è mai stata provata ed è contestata da diverse testimonianze, che insistono sull'accidentalità dell'evento. Alla fine degli anni Novanta un documento firmato da ex capi partigiani di ogni tendenza politica (cattolici, socialisti, comunisti, liberali), oltre a contestare le tesi sul possibile omicidio, avviò le procedure per la traslazione della salma del Comandante nel Pantheon del Cimitero monumentale di Staglieno, a Genova.
In una dichiarazione congiunta sulla morte di Aldo Gastaldi Bisagno, il Presidente dell'Istituto della Resistenza Ligura Giacomo Ronzitti e il Presidente dell'Anpi Genova Massimo Bisca hanno confutato le illazioni in merito alle circostanze in cui si verificò la morte del valoroso partigiano genovese, comandante della divisione Cichero e figura tra le più illustre e significative dell’intero panorama resistenziale italiano, ricordando che "Aldo Gastaldi morì il 21 maggio 1945 per un banale incidente avvenuto nei pressi di Desenzano lungo la strada che costeggia il lago di Garda [...] Bisagno, per una brusca e improvvisa manovra dell’autista, cadde dal tetto della cabina del camion su cui era salito, finendo per essere mortalmente travolto dalle ruote del veicolo. Una morte assurda e beffarda per chi, nei venti mesi di lotta partigiana, aveva sfidato mille volte il pericolo, dando prova di un coraggio e una tempra morale fuori dal comune. Una morte la cui dinamica è attestata dalle indagini dei carabinieri di Desenzano e dalla testimonianza, depositata nell’Archivio dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, del partigiano che gli era accanto al momento della tragedia, insieme ad altre dichiarazioni coeve e relative a quell’incidente.
Una ricostruzione ostinatamente rifiutata però da coloro che, insinuando la tesi del complotto ordito dai “comunisti” al fine di sbarazzarsi di uno scomodo e carismatico personaggio quanto mai critico verso ogni forma di indottrinamento e propaganda partitica, ritengono si sia trattato di un deliberato omicidio, sotto forma di un incidente simulato.
Su quali basi viene operata questa contro-narrazione, che tira in ballo anche una supposta bevanda “avvelenata” offerta a Bisagno, durante una sosta? Quali sarebbero le fonti e i riscontri in grado di suffragare una ipotesi di simile portata e gravità? Nessun documento viene presentato a conferma di questa inverosimile ipotesi e questo per la semplice ragione dell’inesistenza di documenti in grado di avvalorare una tesi di questo genere. Tutto si basa solo ed esclusivamente su illazioni, voci prive di riscontro, supposizioni, allusioni, dicerie, deduzioni a senso unico, secondo un modo di procedere tipico di quella sindrome complottista riscontrabile oggigiorno in molti siti web e canali social".
Aggiungono Ronzitti e Bisca: "La storia si fa con i documenti e nel rispetto di rigorose metodologie scientifiche. I documenti vanno verificati, interpretati criticamente, opportunamente contestualizzati. In assenza di documenti non si fa storia, magari si potranno scrivere (talora pessimi) romanzi di fantasia Abbiamo più volte proposto un confronto tra storici sulla base di documenti e fatti verificabili. Ma nessuno ha mai risposto. Ma restiamo disponibili, poiché sarebbe ben triste che Bisagno venisse ricordato più per le circostanze della sua morte, e relative polemiche, che non per gli straordinari fatti della sua vita. Bisagno non merita questo affronto".











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