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Quando perdere una donna significa perdere lo specchio di sé

2 giorni fa
Tempo di lettura: 7 min

di Maria Teresa Fenoglio


Di fronte alla violenza contro le donne - l'ultimo episodio di ieri, 18 settembre, a Roma, la professoressa Isabella Marsilio, accoltellata da uno studente di tredici anni, rientra per effetto transitivo nel capitolo - sappiamo ormai indicare alcuni grandi terreni sui quali intervenire: l’educazione affettiva fin dalla scuola, il contrasto alla cultura patriarcale, una rete di protezione più efficace, la possibilità per una donna minacciata di trovare rapidamente sicurezza, sostegno economico e un luogo dove vivere.

Tutto necessario. Ma rimane forse meno esplorata una domanda: che cosa accade dentro la relazione, molto prima dell’esplosione della violenza? Che cosa rende, per alcuni uomini, la perdita della compagna non soltanto dolorosa, ma intollerabile?

Per provare a rispondere occorre entrare in quella zona complessa nella quale si incontrano la storia personale dei due partner, i loro bisogni affettivi, le aspettative che ciascuno deposita nell’altro e, insieme, i modelli culturali del maschile e del femminile.[1]


Abbiamo bisogno dello sguardo dell’altro

L’amore contiene sempre una componente di rispecchiamento. Ci vediamo anche attraverso gli occhi della persona amata. Essere scelti, desiderati, ammirati ci conferma nel nostro valore. Heinz Kohut ha attribuito un’importanza fondamentale a questa esperienza. Nella sua psicologia del Sé, il bambino costruisce progressivamente un senso sufficientemente stabile di se stesso anche grazie allo sguardo di figure capaci di riconoscerlo, valorizzarlo e rispondere ai suoi bisogni di rispecchiamento. Quando questo processo riesce, diventiamo gradualmente meno dipendenti dalla conferma continua proveniente dall’esterno; quando rimane fragile, lo sguardo dell’altro può continuare a svolgere nell’età adulta una funzione molto più essenziale.

Non è di per sé patologico. Tutti abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti. Il problema nasce quando l’altro non è più semplicemente qualcuno che ci ama, ma diventa colui o colei che deve continuamente restituirci una determinata immagine di noi stessi. Una donna può allora rappresentare, per il suo compagno, molto più della persona amata: può diventare la prova del suo valore, della sua desiderabilità, della sua forza, persino del suo posto nel mondo. In questo senso, perdere la compagna può significare perdere lo specchio.


Due fragilità possono incontrarsi

Ma una relazione non nasce nel vuoto. Anche la donna porta nel rapporto la propria storia, i propri bisogni di riconoscimento, le proprie zone vulnerabili. Jürg Willi ha usato una parola interessante: collusione. Non nel senso comune di accordo consapevole, ma per indicare un incastro inconsapevole attraverso il quale due partner trovano nell’altro qualcosa che sembra rispondere alle proprie antiche mancanze e paure. In La collusione di coppia, Willi descrive proprio il modo in cui due persone possono organizzare la loro relazione intorno a un conflitto di fondo condiviso, assumendone ciascuna un polo diverso.

Possiamo allora immaginare un uomo la cui autostima abbia particolarmente bisogno di ammirazione e conferma e una donna che trovi una parte del proprio valore personale nell’essere indispensabile all’altro. Lui ha bisogno di sentirsi importante per lei. Lei ha bisogno di sentirsi importante perché riesce a sostenerlo, comprenderlo, forse perfino salvarlo. Sono due bisogni diversi che, per un certo tempo, si alimentano reciprocamente.

È qui che può comparire la figura tradizionalmente definita della “crocerossina”: non semplicemente una donna debole o sottomessa, ma spesso una donna attiva, capace, empatica, convinta che dietro l’aggressività, la gelosia o la svalutazione dell’uomo esista una sofferenza che lei, diversamente dagli altri, riesce a comprendere. “Con me è diverso.” “Io so perché reagisce così.” “Ha avuto una vita difficile.” “Se lo lascio proprio adesso, lo distruggo.” L’identità della donna può progressivamente intrecciarsi con la propria funzione di cura. Essere necessaria diventa anch’esso un modo di sentirsi riconosciuta.

Questo aiuta a comprendere perché alcune relazioni che dall’esterno appaiono evidentemente distruttive possano essere tanto difficili da interrompere. Non perché la donna “voglia” la violenza, ma perché separarsi significa anche rinunciare al posto occupato per anni nella vita dell’altro e all’immagine di sé costruita dentro quella funzione.


Dall’amore al possesso

Otto Kernberg ha mostrato quanto amore e aggressività possano intrecciarsi nella vita della coppia e come relazioni interiorizzate molto antiche vengano riattivate nel rapporto amoroso. Nel suo Relazioni d’amore affronta esplicitamente narcisismo, aggressività, idealizzazione e conflitti che si riaccendono nell’intimità.

Ma esiste una differenza decisiva tra avere bisogno dell’altro e riconoscerlo come persona separata. È qui che il pensiero di Jessica Benjamin offre forse una delle chiavi più importanti. Per Benjamin, una relazione matura presuppone riconoscimento reciproco: poter percepire l’altro non soltanto come qualcuno che risponde ai nostri bisogni, ma come un soggetto dotato di un proprio centro di esperienza. Il suo libro Legami d’amore ruota proprio intorno alla difficoltà di accettare l’autonomia dell’altro e al rischio che la relazione scivoli verso dominio e sottomissione.

Io ho bisogno del tuo riconoscimento, ma devo contemporaneamente riconoscere che tu esisti indipendentemente da me. È un’acquisizione psichica tutt’altro che semplice. Finché la relazione funziona, la differenza può restare quasi invisibile. La prova arriva quando l’altro dice no. Quando desidera qualcosa che noi non desideriamo. Quando stabilisce un confine. Quando investe altrove le proprie energie. E soprattutto quando dice: non voglio più stare con te. È allora che si misura la capacità di riconoscere davvero l’altro come soggetto.


La ferita della separazione

Ogni separazione comporta una ferita narcisistica. Essere lasciati significa inevitabilmente confrontarsi con l’esperienza di non essere più scelti. Si può soffrire enormemente. Si può provare rabbia, umiliazione, disperazione, desiderio di riconquistare l’altro. Tutto questo appartiene alla normale esperienza umana della perdita. Ma nella maggior parte delle persone, prima o poi, prevale una consapevolezza dolorosa: l’altro ha il diritto di non amarci più. Nelle relazioni segnate dal possesso e dal controllo questo passaggio può invece fallire.

La donna che fino a quel momento ha sostenuto l’immagine dell’uomo, rassicurato la sua autostima, organizzato la vita familiare, assorbito le sue fragilità e magari tollerato progressivamente gelosia e controllo improvvisamente si sottrae. Non restituisce più l’immagine attesa. Lo specchio smette di riflettere. La separazione può essere allora percepita non soltanto come perdita affettiva, ma come crollo di una funzione necessaria al proprio equilibrio.


Imparare a stare soli

Qui Winnicott aggiunge un passaggio essenziale. In un celebre scritto del 1958, La capacità di essere solo, considera proprio questa capacità uno dei segni importanti della maturità affettiva. Il testo è raccolto nell’edizione italiana di Sviluppo affettivo e ambiente.

La sua intuizione contiene un paradosso molto fecondo: la capacità di essere soli nasce inizialmente dall’esperienza di poter essere soli in presenza di qualcuno di affidabile. Un bambino può gradualmente stare con se stesso perché ha interiorizzato la sicurezza fornita da una relazione sufficientemente stabile. Con il tempo quella presenza diventa una risorsa interna. Essere capaci di stare soli, dunque, non significa non avere bisogno degli altri. Significa non averne bisogno al punto da sentirsi inesistenti quando si allontanano. Questa distinzione è fondamentale nella vita amorosa.

Una relazione adulta può essere intensa, necessaria, perfino trasformativa, ma deve lasciare sopravvivere due soggetti. Posso amarti profondamente senza fare di te il garante della mia esistenza. Quando questa capacità è fragile, la solitudine può essere vissuta non come mancanza dolorosa ma tollerabile, bensì come vuoto, abbandono, disintegrazione. E allora il “non posso vivere senza di te”, che nel linguaggio romantico appare come la massima dichiarazione d’amore, può contenere qualcosa di più inquietante: se tu te ne vai, io non so più chi sono. È proprio qui che il tema del “perdere lo specchio” acquista tutta la sua forza.


Educazione affettiva: riconoscere l’altro, sopportare il limite

Forse è proprio su questo terreno che l’educazione affettiva dovrebbe spingersi più lontano. Non soltanto insegnare il rispetto, il consenso, il riconoscimento della violenza o spiegare ai ragazzi che la gelosia non è amore. L’educazione affettiva dovrebbe essere anzitutto educazione al riconoscimento dell’altro come soggetto separato. Significa imparare che l’altro possiede desideri, bisogni e decisioni che possono non coincidere con i nostri. Amare significa poter dire: ho bisogno di te, ma tu non mi appartieni. Il tuo desiderio non è sotto il mio controllo. Puoi contraddirmi. Puoi deludermi. Puoi avere una parte della tua vita alla quale io non partecipo. Puoi persino smettere di amarmi. Ma educazione affettiva significa anche educazione alla tolleranza della frustrazione.

Una parte della maturità psichica consiste nel poter sopportare che la realtà non corrisponda ai nostri desideri. Poter ricevere un “no” senza viverlo come un’umiliazione insopportabile. Accettare un limite senza doverlo distruggere. Sopportare che una persona amata non soddisfi sempre le nostre attese. È esattamente ciò che viene messo alla prova nel momento della separazione. Essere lasciati ferisce. Può suscitare rabbia, vergogna, senso di fallimento e disperazione. Ma la possibilità di attraversare queste emozioni senza trasformare la perdita in vendetta dipende anche dalla capacità di tollerare la frustrazione e di mantenere vivo il riconoscimento dell’altro come persona autonoma. E dipende dalla possibilità di stare soli.

Non nell’isolamento, non nell’autosufficienza narcisistica, ma nella capacità di conservare un senso di sé anche quando viene meno lo sguardo della persona amata. Da questo punto di vista la prevenzione della violenza comincia molto prima delle prime relazioni sentimentali. Comincia quando un bambino impara che non può ottenere tutto ciò che desidera, che l’altro non è sempre disponibile, che un rifiuto non distrugge il proprio valore, che la rabbia provocata da un limite può essere pensata, nominata e contenuta.

Forse abbiamo insistito molto sull’importanza di imparare ad amare e troppo poco su quella di imparare a perdere. Imparare a perdere significa poter continuare a riconoscere l’altro anche quando non ci riconosce più nel modo in cui vorremmo. Significa poter restare soli senza sentirsi annientati. È allora che si vede se l’altro è rimasto davvero un soggetto o se era diventato soltanto uno specchio.


La relazione è reciproca. La violenza no.

Parlare di questi incastri richiede però una precisazione essenziale. Una coppia si costruisce in due. I partner possono rafforzare reciprocamente bisogni, illusioni, dipendenze, ruoli. Una donna può aver bisogno di sentirsi indispensabile. Può aver perdonato troppe volte. Può aver creduto di poter guarire l’altro attraverso l’amore. Può aver accettato progressivamente comportamenti che inizialmente avrebbe respinto.

Ma la reciprocità della relazione termina dove comincia la responsabilità della violenza. Colpire, perseguitare, minacciare, controllare, uccidere sono atti di chi li compie. Comprendere l’incastro non significa distribuire la colpa. Significa cercare di capire come una relazione possa lentamente trasformarsi fino al punto in cui uno dei due non riesce più a concepire l’altro come una persona separata. La capacità di sopportare che lo specchio nel quale ci riconoscevamo si volti altrove, senza distruggerlo e senza distruggere se stessi, è forse una delle forme più profonde della maturità affettiva.


Note

[1]Benjamin, J. (1988/2015). Legami d’amore. I rapporti di potere nelle relazioni amorose. Raffaello Cortina.

Benjamin, J. (2018/2019). Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo. Raffaello Cortina.

Kernberg, O. F. (1995/1995). Relazioni d’amore. Normalità e patologia. Raffaello Cortina.

Kohut, H. (1971/1976). Narcisismo e analisi del Sé. Boringhieri.

Lasch, C. (1979/1995). La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive. Bompiani.

Willi, J. (1975/2001). La collusione di coppia (6ª ed.). FrancoAngeli.

Winnicott, D. W. (1965/1974). Sviluppo affettivo e ambiente. Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Armando.

Quinodoz, J.-M. (1991/1992). La solitudine addomesticata. Borla.

 

 


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