Serata al cinema: "Silent Friend", sotto lo sguardo del Ginkgo Biloba
di Maria Teresa Fenoglio

C’è una vena segreta che attraversa Silent Friend, il film di Ildikó Enyedi: scorre negli alberi, nelle piante, nei corpi umani, e affiora quando qualcuno trova il tempo e la disposizione per ascoltarla. Il cinema può avvicinarci a questa esperienza attraverso la luce, il suono, la durata delle immagini. Qui lo fa con una profondità sensoriale che coinvolge lo spettatore fino a modificare, per un momento, il suo modo di percepire.
Il grande Ginkgo Biloba - un albero antichissimo - del giardino botanico nella città universitaria tedesca di Marburgo è spettatore di tre epoche e tre percorsi di scoperta. La più antica, ambientata nel 1908, vede una giovane donna affrontare le resistenze di un ambiente accademico maschile per poter studiare botanica. Approdata per caso alla fotografia, esplora le forme delle piante, cercando un proprio modo di conoscere e rappresentare il vivente.
Nel 1972 un giovane di origine contadina, innamorato di una studentessa, si prende cura del geranio che lei gli affida. Quell’incarico diventa un’esperienza inattesa di attenzione e scoperta, nella quale il legame con la ragazza si intreccia a quello con la pianta.
Nel 2020 un neuroscienziato di Hong Kong, giunto all’università come ospite, rimane isolato durante la pandemia. La sua ricerca sulla percezione e sulla mente dei neonati si apre a un nuovo interrogativo: la possibilità di entrare in relazione con il grande ginkgo, che diventa oggetto di un esperimento e presenza silenziosa nelle sue giornate.
Intorno al grande albero le esistenze umane si avvicendano, mentre la vita vegetale continua secondo ritmi che ci sfuggono. Per accostarvisi occorre sostare: guardare una foglia, attendere una variazione, prestare attenzione a ciò che sembrava immobile. Anche lo spettatore viene accompagnato in questo apprendistato della sensibilità, attraverso un uso eccezionalmente evocativo della fotografia.
L’albero nella sua imponenza introduce personaggi e spettatori in un linguaggio segreto, una possibilità di comunicazione che portiamo anche dentro di noi e che abbiamo in gran parte disimparato. Il corpo sembra conservarne una memoria: nella risposta a una presenza, nel raccoglimento, nella sensazione di appartenere a qualcosa che eccede la nostra singola vita. Il film invita a riscoprire questa disponibilità, lasciando aperto il mistero di ciò che incontriamo.
A questa finezza dell’ascolto si oppone la volgarità dell’umano, che a sua volta attraversa le diverse epoche. È particolarmente dolorosa nell’interrogatorio di ammissione della giovane scienziata: l’autorità accademica esercita il proprio potere attraverso domande che la umiliano e la riconducono alla sua condizione di donna. La stessa presunzione di giudicare ritorna quando viene cacciata dalla pensione perché bollata come donna di malaffare. La sua autonomia, il suo desiderio di conoscere, diventano motivo di sospetto. Chi la giudica è tanto sicuro delle proprie categorie da non sentire il bisogno di comprenderla.
La stessa chiusura sociale circonda lo scienziato cinese emarginato perché sposta i confini del consueto, salvo poi contagiare nella sua ricerca l’umile guardiano. E la volgarità affiora nella derisione che colpisce il giovane che si prende cura con successo del geranio dell’amica. In lui le scoperte date dall’ascolto si aprono proprio dentro la goffaggine e l’apparente inadeguatezza di stare nel mondo dei coetanei.
La volgarità che permea il mondo prende forma nella pretesa di sapere già chi sia l’altro, che cosa valga, quale posto debba occupare, quale ruolo debba giocare. Può appartenere alle istituzioni, al perbenismo, alle relazioni quotidiane, ovunque restringa l’esperienza e mortifichi la curiosità, rendendo impossibile l’incontro.
I protagonisti, ciascuno a proprio modo, cercano invece un accesso a quella vena segreta, procedendo attraverso intuizioni, esperimenti, errori, attrazioni di cui non comprendono subito il significato. Nel loro protendersi verso le piante essi esprimono il nostro profondo desiderio umano di contatto e appartenenza.











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