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Guerriglia metropolitana, se le domande superano le risposte

5 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Le domande superano le risposte. Anzi per onestà intellettuale potremmo dire che di risposte autentiche non se ne hanno proprio dinanzi alla complessità delle questioni che ci vengono rimandate dalla cronaca.  Protagonista in negativo è ancora una volta è la violenza di piazza con il suo corollario di rabbia sfociato tra sabato e domenica in saccheggi e violenze a Roma, Bologna, Torino e Milano, e i mattinali di polizia occupati da lunghi elenchi di arresti, tra cui decine di minorenni. E, purtroppo, una cronaca che registra ai Pronto soccorso numerosi agenti feriti, alcuni in modo grave.

Per contrasto colpisce, ma non troppo, poiché perfettamente aderente all'incapacità mostrata in quattro anni di propaganda spacciata per politica, la reazione di pancia dei vertici governativi che ignorano le proteste contro il carovita, l'aumento dei costi energetici e lo schiacciamento dei salari, per dirottare l'attenzione sull'inasprimento di risposte securitarie e repressive al nichilismo (sempre più diffuso in Europa) di chi vive la società priva di prospettive, prigioniero in un tunnel in cui non vede la luce al fondo. Seconda preoccupazione del governo, oggi come ieri, e non in ordine di importanza, è la necessità di garantirsi davanti all'opinione pubblica l'alibi di rispettare il principio del diritto al dissenso. Un diritto vanificato da risposte amorfe sul piano sociale, destinato a diventare nient'altro che un feticcio fine a sé stesso, una presa in giro se non si affronta con un progetto credibile il degrado a sfondo ambientale, climatico, economico e di valori, che si registra in un pianeta avvelenato da guerre regionali che unite formano la famosa terza guerra mondiale a pezzi evocata da Papa Francesco.

Dunque, difficoltà a interpretare la violenza che non ha punti di contatto con quella del passato e che non segue canoni tradizionali dal profilo ideologico distinguibile e netto. E ciò ci porta alla domanda delle domande: perché si è arrivati a questo punto? Forse hanno un peso specifico gli sconvolgimenti migratori degli ultimi decenni in Occidente? D'istinto viene da replicare che gli episodi di violenza non abbiano una connotazione etnica. La protesta vede coagularsi giovani che si muovano privi di bussola, se non quella di arrecare il maggiore danno possibile a terzi, a un mondo che non sentono più loro, perché non sanno più che fare e a chi rivolgersi.

Si arriva così al problema dei problemi che riguarda tutti noi: l'esistenza di modelli dozzinali di riferimento, prodotti diretti della rete, dei social, che per definizione sono individualistici e violenti, e privi di una connotazione etica. Di qui, un individualismo e una pulsione alla violenza che diventano il combinato disposto per costruire un'aggregazione spontanea che si esprime nella devastazione contro tutti e totto. A questo punto, il problema diventa molto più ampio e apre una faglia insanabile, come è già stato osservato, perché per ragioni finanziarie ed economiche censurare le reti equivarrebbe, come in passato, a chiudere i luoghi oggi più potenti di estrazione e concentrazione della ricchezza. Ma, sempre rispetto al passato del Novecento, con una differenza sostanziale che teneva paradossalmente insieme ideologie contrapposte: gli imprenditori avevano e hanno comunque una loro etica, magari mutata nel tempo, ma non nel tutto inesistente. Oggi quella stessa etica si è ridotta al solo calcolo dell’utilità economica e del guadagno, che arriva a calpestare, senza sollevare il benché minimo senso di colpa, il benessere e, qualche volta, la vita di uomini, donne, adolescenti e bambini. E a svuotare di significati e poteri gli stessi sistemi democratici.


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