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Legalità e giustizia sociale sono due facce indissolubili della convivenza civile

1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min

Dietro le devastazioni e i saccheggi non c'è un'unica storia, ma un intreccio di opportunismo, bisogno di appartenenza, cultura del consumo e ricerca di visibilità. Una sfida che riguarda anche la politica e la capacità della società di offrire prospettive alle nuove generazioni.


di Vito Rosiello


I saccheggi avvenuti a Milano pongono una domanda, per alcuni versi già posto su questo sito[1] che va oltre la cronaca e l'ordine pubblico: perché alcuni giovani arrivano a trasformare la strada in uno spazio di sfida, distruzione e appropriazione? Per comprenderlo non basta definirli delinquenti o liquidare tutto come disagio giovanile. Occorre provare a capire chi sono, che cosa li spinge e quale riconoscimento cercano attraverso comportamenti così estremi.

I protagonisti di questi episodi non costituiscono necessariamente un gruppo omogeneo. Accanto a chi può essere mosso da ragioni politiche, ci sono persone attratte dall'occasione di rubare, dalla trasgressione, dall'adrenalina o dalla possibilità di mettersi in mostra davanti ai coetanei. Attribuire a tutti la stessa motivazione sarebbe semplicistico. Ma alcuni elementi meritano attenzione.

Il primo riguarda il rapporto con il consumo. In una città come Milano, simbolo di moda, ricchezza e successo economico, gli oggetti diventano spesso strumenti di riconoscimento sociale. Vestiti firmati, scarpe e telefoni non rappresentano soltanto beni materiali, ma anche status e appartenenza. In una società che misura troppo spesso il valore delle persone attraverso ciò che possiedono, il divario tra aspirazioni e possibilità può alimentare frustrazione. Per alcuni, il saccheggio diventa una forma di appropriazione immediata; per altri, distruggere una vetrina conta più del bottino, perché il gesto stesso offre una sensazione di potere e di sfida verso un mondo percepito come inaccessibile.

C'è poi la ricerca di visibilità. Nell'epoca dei social network, un'azione compiuta in strada può trasformarsi in un video virale. Essere ripresi mentre si infrange una regola, si sfida la polizia o si partecipa a un'azione collettiva può diventare un modo per ottenere attenzione e approvazione. La trasgressione si trasforma così in spettacolo e la violenza rischia di diventare una forma di autorappresentazione. Non è necessariamente la causa dei disordini, ma può amplificarli e renderli imitabili.

Il gruppo svolge un ruolo altrettanto importante. In mezzo agli altri diminuisce la percezione della responsabilità individuale, cresce la pressione a conformarsi e il rischio può essere vissuto come una prova di coraggio. Quello che un ragazzo difficilmente farebbe da solo può diventare accettabile quando viene compiuto da decine di persone. L'appartenenza, anche temporanea, offre protezione, identità e la sensazione di contare qualcosa. Per giovani che faticano a trovare un ruolo riconosciuto nella società, il gruppo può diventare un luogo in cui conquistare rapidamente uno status, anche attraverso la sopraffazione.

Non si può escludere che, per alcuni, questi comportamenti si inseriscano in un più ampio sentimento di frustrazione verso una società percepita come diseguale, incapace di offrire prospettive e dominata dal denaro. Precarietà, difficoltà economiche, insuccesso scolastico e mancanza di fiducia nelle istituzioni possono contribuire a creare un terreno di disagio.

Ma sarebbe sbagliato trasformare queste condizioni in una spiegazione automatica: la maggioranza dei giovani che affronta difficoltà personali e sociali non saccheggia negozi. Il disagio può aiutare a comprendere un contesto, ma non cancella la responsabilità individuale.

È altrettanto importante distinguere la protesta dalla violenza. Manifestare contro il carovita o denunciare le disuguaglianze è un diritto; devastare negozi, aggredire persone e danneggiare beni significa colpire anche cittadini e lavoratori che non hanno alcuna responsabilità nelle ingiustizie denunciate. Non ogni saccheggio è una rivolta politica, così come non ogni giovane presente in una manifestazione condivide le azioni di chi compie reati.

Esiste però una questione politica. Una città non si governa soltanto con la repressione, così come il disagio sociale non può diventare un alibi per la violenza. Servono entrambe le cose: certezza delle regole e politiche capaci di intervenire sulle disuguaglianze, sulla precarietà, sull'abbandono scolastico e sulla mancanza di prospettive che colpisce una parte delle nuove generazioni.

È qui che la sinistra è chiamata a una responsabilità precisa. Deve saper condannare senza ambiguità i saccheggi, difendere chi lavora e subisce i danni, ma anche rifiutare l'idea che basti criminalizzare un'intera generazione per risolvere il problema. Sicurezza e giustizia sociale non sono alternative: senza sicurezza, i quartieri e le persone più vulnerabili pagano il prezzo più alto; senza opportunità, istruzione, lavoro dignitoso e spazi di partecipazione, si lascia terreno fertile alla marginalità e alla ricerca di identità attraverso la sopraffazione.

Una sinistra credibile non può limitarsi a spiegare le cause sociali della rabbia, né può abbandonare il tema della sicurezza a chi propone esclusivamente risposte punitive. Deve dimostrare che la legalità è una condizione della convivenza e che la giustizia sociale è uno strumento per renderla più solida. Significa investire nella scuola pubblica, contrastare la povertà educativa, creare opportunità di lavoro dignitoso, sostenere le famiglie in difficoltà e restituire ai giovani spazi reali di cultura, sport e partecipazione democratica.

La sfida è costruire una società nella quale il valore di una persona non dipenda da ciò che possiede, dalla paura che riesce a incutere o dal numero di visualizzazioni che conquista. Una società nella quale il futuro non sia un privilegio riservato a chi può permetterselo e nella quale il riconoscimento personale non debba passare attraverso la distruzione di ciò che appartiene agli altri.

Condannare la violenza è necessario. Impedire che diventi l'unica forma di visibilità per chi si sente escluso è una responsabilità politica ancora più grande. La sicurezza difende la convivenza; la giustizia sociale costruisce le condizioni perché quella convivenza abbia un futuro. È da questo equilibrio, non dalla contrapposizione tra ordine pubblico e diritti sociali, che dovrebbe ripartire una sinistra capace di parlare al Paese e alle nuove generazioni.


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