Rosario Livatino, nel dolore e nel perdono dei famigliari il ricordo del magistrato ucciso dalla mafia
Aggiornamento: 8 ore fa
di Pier Giuseppe Accornero

A trentasei anni di distanza dall'omicidio, gli assassini del giudice Rosario Livatino sono stati perdonati dalla famiglia. Da una parte Salvatore Insenga, cugino della vittima, dall'altra i mafiosi Paolo Amico, uno dei sicari, e il mandante Salvatore Calafato. Il luogo è l’aula Falcone e Borsellino del tribunale di Busto Arsizio (Varese) e all'incontro ha partecipato l'Arcivescovo di Milano Mario Delpini. Livatino fu assassinato il 21 settembre 1990, dichiarato beato nel 2021, e proclamato patrono dei magistrati il 7 ottobre scorso. L'incontro, resocontato dal quotidiano cattolico edito dalla CEI Avvenire (Gli assassini di Livatino perdonati dalla famiglia: «L'odio è un carcere senza sbarre») è stato promosso da don David Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio (Varese), e moderato da Gianni Borsa, presidente dell’Azione Cattolica ambrosiana.
Sulla figura di Rosario Livatino, il ritratto di Pier Giuseppe Accornero.
«Picciotti, che cosa vi ho fatto?» chiese, con il suo viso da ragazzo, il giudice Rosario Livatino «prima che fosse deturpato dai proiettili. Erano le parole di un profeta morente, che dava voce alla lamentazione del giusto che sapeva di non meritare quella morte ingiusta». Lo scrive Papa Francesco nella prefazione del libro «Rosario Angelo Livatino. Dal “martirio a secco” al martirio di sangue» di mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo emerito di Catanzaro, agrigentino, postulatore delle cause di due martiri della mafia: il beato don Giuseppe Puglisi ucciso a Palermo il 15 settembre 1993 e beatificato il 25 maggio 2013 e Livatino «sparato alle spalle» il 21 settembre 1990 e beatificato il 9 maggio 2021 ad Agrigento.
Il decreto del dicastero per il Culto divino e i Sacramenti
Il decreto è stato firmato il 7 ottobre 2026 e definisce il beato «patrono dei magistrati italiani», titolo che ha raccolto il sostegno unanime dei vescovi italiani: è lo speciale intercessore di quanti amministrano la giustizia. La Conferenza episcopale italiana (CEI) aveva espresso il proprio sostegno alla richiesta nell’assemblea del maggio scorso, riconoscendo in lui «un modello di riferimento e uno speciale intercessore» per i magistrati, come spiega il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente Cei: «Livatino si è distinto quale autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo servizio alla collettività è stato capace di contemperare nell’esercizio delle sue funzioni la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera».

Le riflessioni sul proprio ruolo di giudice
Livatino insisteva sulla necessità di un magistrato «serio, equilibrato, responsabile, capace di condannare, ma anche di capire». L'indipendenza, nella sua prospettiva, non può e non deve trasformarsi in isolamento dalla realtà: il giudice deve uscire dalla propria «torre eburnea» e mantenere uno sguardo attento a ciò che intorno a lui «si crea, si trasforma, si perde». Una concezione della funzione giudiziaria, nella quale la fedeltà alla legge non cancella la persona chiamata a risponderne davanti al giudice. Sostiene che chi domanda giustizia deve poter affidare al magistrato le proprie ragioni «come se fossero sue», non per confondere i ruoli o compromettere l'imparzialità, bensì per comprendere fino in fondo la vicenda umana sulla quale è chiamato a decidere. Il lui il diritto incontra la fede e per lui la giustizia non esaurisce l'orizzonte del cristiano, chiamato a misurarsi con il «superamento della giustizia attraverso la carità».
L'intervento di Papa Leone XIV
Il 25 ottobre 2025 Papa Leone lo indica come uno dei tre testimoni di «speranza e di giustizia, di umiltà e dedizione per lo Stato» italiano: Alcide De Gasperi, Salvo D'Acquisto e Livatino «primo magistrato nella storia a essere riconosciuto come martire», che annota nei suoi appunti di voler essere «sub tutela Dei, sotto la protezione di Dio» e – continua Loene XIV - testimonia che «la legalità non è solo un insieme di norme, ma uno stile di vita e un possibile cammino di santità». Il riconoscimento arriva 36 anni dopo la morte e 5 dopo la beatificazione. Il magistrato fu ucciso a 37 anni, «in odio alla fede» mentre va al lavoro sulla Canicattì-Agrigento.
La messa di Papa Wojtyla nel maggio del 1993
In quella circostanza, Giovanni Paolo II alla messa nella Valle dei Templi di Agrigento pronuncia un durissimo monito contro i mafiosi: «Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”. Non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!». E nell'udienza al Consiglio superiore della Magistratura, il 17 giugno 2014, Papa Francesco definisce Livatino «testimone esemplare, giudice leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana».
La "sentenza" di morte della Stidda
Il giovane magistrato muore per mano di quattro assassini della Stidda, la mafia agrigentina, lungo la statale che ogni mattina percorre sulla sua utilitaria da Canicattì - dove viveva con i genitori - al tribunale di Agrigento. Aveva rifiutato la scorta sebbene consapevole dei rischi cui era esposto: non vuole che «altri padri di famiglia» paghino a causa sua: ecco perché si trova solo e indifeso dai proiettili di quattro sicari. Il 22 dicembre 2020 Papa Francesco autorizza la promulgazione del decreto che ne riconosce il martirio «in odio alla fede».
Cosa c’entra la fede? ci si può chiedere. A ciò risponde il documento papale: «A eliminare Livatino fu la sua nota dirittura morale per quanto riguarda l’esercizio della giustizia, radicata nella fede. Durante il processo penale emerse che il capo provinciale di Cosa Nostra Giuseppe Di Caro, che abitava nel suo stesso stabile, lo definiva con spregio “santocchio” per la sua frequentazione della Chiesa. Dai persecutori era ritenuto inavvicinabile e irriducibile a tentativi di corruzione proprio per il suo essere cattolico praticante».











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