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I due 4 novembre dell'Italia, dal Piave all'alluvione di Firenze

12 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

L'armistizio fu firmato il 3 novembre del 1918 a Villa Giusti e prevedeva che la "immane carneficina", come Benedetto XV aveva bollato la Grande guerra, potesse continuare fino alle 15.00 del giorno successivo. Il 4 novembre, fu reso noto il famoso bollettino della vittoria firmato dal generale Armando Diaz, e si sottolinea "firmato", perché furono in molti a confondere il participio passato del verbo come nome, e con quello battezzarono molti neonati. E divenne epica, nell'ardore nazionalistico dell'epoca pagato con un tributo di almeno 650 mila morti e almeno un milione di feriti, la metà con menomazioni permanenti, la frase del bollettino che incorniciava la disfatta dell'Impero Austro-Ungarico, oramai in disfacimento: "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza."

L'Italia era uscita vittoriosa dalla Prima guerra mondiale in cui la Monarchia dei Savoia e i gruppi di potere industriali e finanziari l'avevano trascinata con il mito della Quarta guerra di Indipendenza al grido di "Trento e Trieste", legittima aspirazione per completare l'unità del Paese, ma un'aspirazione dietro la quale si nascondevano anche interessi di classe, progetti monopolistici, prospettive di arricchimento da parte di pochi sulla pelle di centinaia di migliaia di "sudditi" in massima parte sradicati dalle campagne, poveri e analfabeti, gettati nella fornace di una guerra di cui spesso non sapevano chi fosse il nemico.

L'Italia in guerra non fu soltanto quella, la meno ricordata nella trasmissione apologetica della storia. Ci fu anche l'altra, sinceramente patriottica, borghese, convinta che fosse necessario scontrarsi per superare una società ancorata ad antichi privilegi e realizzare un nuovo ordine mondiale e di classe. Visionari che non avevano torto, anche se gli eventi diedero loro risposte opposte. In primis, con la trasfigurazione dei nazionalismi in fascismi.


L'Italia del 4 novembre 1918, festa oggi della Forze Armate, è stata anche l'espressione di una coesione interna, ricercata con affanno e non sempre omogenea, in cui lo Stato maggiore guidato da Armando Diaz, ebbe un ruolo rilevante, forse più dello stesso governo. E in quel contesto, è un elemento positivo che va attribuito senza che si ceda alla retorica, ai militari dell'epoca, al "grigioverde" attestatosi sulla linea del Piave, all'indomani della rotta Caporetto; una disfatta frenata anche con i plotoni di esecuzione (le decimazioni), cioè con un sistema feroce di disciplina messo in atto da tutti gli eserciti su quei teatri di guerra, che proprio per questo non possiamo ritenere un'eredità disumana univoca della gestione del generale in capo Luigi Cadorna, incapace sì di guardare al soldato oltre l'orizzonte di "carne da macello", ma sicuramente in buona compagnia. Il film Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick con un mirabile Kirk Douglas, lo si può ritenere una preziosa tessera di quel mosaico che negli anni racconta le distorsioni psico-politiche della Grande Guerra e di tutte le guerre più in generale.

Dal Piave ad un altro grande fiume, l'Arno, che il 4 novembre del 1966, sessant'anni fa, esondò portando con sé centinaia di metri cubi di fango e di nafta, con picchi di quasi 5 metri in più zone di Firenze, effetto di una impressionante caduta di pioggia nell'arco di alcune ore, che aveva travolto gli argini del torrente Bisenzio e del fiume Ombrone. Le vittime furono 35 e immensi i danni subiti dal patrimonio culturale fiorentino e nazionale.


@Unesco-Domenique Roger in Wikipedia
@Unesco-Domenique Roger in Wikipedia

In quelle ore e in quei giorni, gli italiani si ritrovarono precipitati nuovamente nell'incubo dell'impotenza dinanzi alle catastrofi naturali, emozione provata da un Paese tutt'altro e purtroppo disabituato a quegli eventi, eppure ancora privo di un servizio di Protezione civile, che prese l'abbrivio soltanto dieci anni dopo, con un altro terribile dramma, il terremoto del Friuli e concretamente con il sisma che sconvolse nel 1980 l'Irpinia.

Ma, altrettanta immediata in quel 4 novembre 1966, fu la reazione per contrastare una rassegnazione generale che avrebbe potuto mettere in ginocchio un'intera comunità; invece, in ginocchio nel fango, con grande senso di abnegazione, si misero migliaia di giovani provenienti da tutte le parti d'Italia, a Firenze per aiutare persone e salvare materiale prezioso e cose affettive. Quei giovani sono passati alla storia come "gli angeli del fango" e oggi quella testimonianza di solidarietà continua a incarnare il meglio della nostra gioventù, come lo furono i ragazzi del '99, chiamati a fermare la discesa austro-ungarica sul Piave.

Due 4 novembre diversi, comunque importanti per la nostra storia. (mi.r.)

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