"Bollo ciao, ciao, ciao...", intanto aumentano i ticket sanitari
di Giancarlo Rapetti

“Il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune". Così scriveva Alessandro Manzoni, nel capitolo XXXII dei Promessi Sposi. Citazione che non può non venire in mente oggi, quando si ascoltano, da tutti partiti, i discorsi in materia fiscale in questo anno elettorale. Il governo si è scatenato: rilancia e rinverdisce, e altri ne promette, bonus di ogni tipo. Le opposizioni non sono da meno: la loro critica si condensa nel “è poco, è tardi”, che sembra proprio un inseguimento gregario del campione in fuga.
Evvai con lo statalismo...
I bonus, tutti diversi, hanno una caratteristica comune: sono parziali, complicati, soggetti a condizioni le più svariate. Tutto ciò non è per caso: i beneficiari devono percepire che quel bonus non è una regola generale, ma è diretto proprio a loro, come singoli, o come categoria, devono sentirlo come un favore esclusivo, da ricambiare poi nell’urna elettorale. Per carità, niente di nuovo sotto il sole. Chi non è giovanissimo, ricorda il mitico Comandante Achille Lauro, e la famosa scarpa sinistra prima e quella destra dopo le elezioni. Non so neanche se la notizia sia verificata, ma fa parte acquisita dell’immaginario collettivo della Prima Repubblica, anni Cinquanta, a Napoli e dintorni. Non è cambiato niente, solo la scala e la complessità del modo di procedere, al quale nessuno sembra volersi opporre, neanche sul piano delle idee.
Va riconosciuto a questo Governo, però, un tasso di fantasia non indifferente: l’idea di far mettere un tetto ai prezzi dei carburanti da parte di un’impresa che versa dividendi allo stato azionista è un capolavoro funambolico. Ma il mercato dei carburanti è in libera concorrenza, oppure no? Non lo sappiamo più. Sappiamo che si è scatenata la corsa delle categorie a chiedere interventi autoritativi a proprio favore. Il mercato va bene fin che conviene, poi intervenga lo statalismo. Evvai!
Dove l’illusorietà o l’illusionismo fiscale raggiungono il parossismo è nel caso del bollo auto, e della sua parziale eliminazione. Va innanzitutto riconosciuta al Governo, presumibilmente al Ministro dell’Economia, l’accortezza contabile: aver individuato la soglia di equilibrio tra il maggior numero di soggetti “beneficiati” e il minimo danno fiscale. Se la soglia dei kW per l’esenzione fosse stata più alta, il mancato gettito sarebbe cresciuto molto di più del numero dei gratificati. Insomma, una manovra eseguita con attenzione tecnica e intelligenza politica.
Considerazioni nel merito
I Fratelli d’Italia si alternano a reti unificate per ribadire lo stesso semplice concetto: “Il bollo era un’imposta brutta e cattiva e noi, i buoni, l’abbiamo eliminata. La sinistra cattiva, in odio a noi buoni, vorrebbe mantenerla”. Un messaggio diretto e potente, nel mondo della propaganda. Nel mondo reale, si potrebbe cominciare a domandarsi: ma questa imposta, quali spese andava a finanziare? Se fosse stata inutile, e quindi la sua eliminazione indolore, vorrebbe dire che non finanziava nessuna spessa, e allora dove finivano i soldi? Li intascava qualcuno? Nel qual caso il qualcuno dovrebbe essere chiamato a restituirli. Se invece, com’è verosimile, e verificabile nel Bilancio dello Stato (e delle Regioni), finanziava spese, occorre rispondere alla domanda: come sarà sostituito il gettito perduto? In astratto ci sono tre possibilità: introdurre nuove imposte o aumentare le aliquote di quelle esistenti; tagliare le spese corrispettive; finanziare le spese con nuovo debito. Solo verificando la scelta, e valutandone gli effetti, si può decidere se l’operazione è o meno conveniente, e per chi.
Cominciamo dalla prima opzione, l’aumento compensativo di altre imposte o l’introduzione di nuove imposizioni: su altri beni, o sul reddito. Qui si apre un interessante capitolo: esiste una teoria fiscale secondo cui dovrebbe essere tassato solo il reddito, per due motivi: il primo che solo il reddito consente di pagare le imposte; il secondo che i beni o i servizi sono acquistati con il reddito già tassato e quindi tutte le altre imposte sarebbero un doppione.
Come spesso accade, il principio filosofico si scontra con la realtà dell’economia e della società. Probabilmente in nessun paese al mondo esiste la sola tassazione sui redditi, anzi in paesi come la Francia e gli Stati Uniti l’incidenza delle imposte sui beni, per esempio immobili, è maggiore che da noi. Il motivo è semplice: i redditi sono i più difficili da accertare, i beni sono i più facili. I redditi possono essere nascosti o elusi, i beni no. Per accertare un bene non è necessario percorrere i meandri della titolarità, basta che il bene esista.
Tra reddito e imposte
Per essere più chiari: una casa, un autoveicolo, possono essere intestati ad una persona fisica, ad una società di leasing, ad una società di comodo, alla nonna nullatenente; è irrilevante, qualcuno pagherà. Sui redditi, è molto più complicato: a parte evasione ed elusione, anche fisiologicamente determinare il reddito imponibile risulta complesso. Difficilmente, e giustamente direi, il lavoratore autonomo accetterà che il suo imponibile sia calcolato con gli stessi parametri di quello del lavoratore dipendente: il primo è soggetto a rischi di varia natura, il secondo, di norma e fatte salve le fasce di maggiore responsabilità, alle cinque del pomeriggio “lascia cadere la cazzuola” o comunque rischia molto meno.
Solo una scelta politica può stabilire quali sono i costi di produzione del reddito da scalare dall’imponibile. In più, lo stesso argomento che spinge i governi a rifuggire dalle imposte sulle cose, dovrebbe essere proprio quello che dovrebbe spingere verso di esse: l’imposta sui beni diffusi, quelli che hanno tutti o quasi tutti, consente di raccogliere gettito importante con incidenza limitata sul singolo contribuente, proprio perché la platea è molto estesa.
A chi fa piacere che siano eliminate le imposte sulle cose? Ovviamente agli evasori delle imposte sui redditi. Dopo averla scampata una volta, evitano anche di pagare per le cose acquistate con il reddito nascosto al fisco: il mondo fiscale perfetto per loro, quello in cui pagano solo gli altri. Si dirà: ma se sono tassate le cose pagano di nuovo anche i contribuenti “onesti” (per scelta o per obbligo). Vero, ma pagano anche i contribuenti “onesti”; se ci sono unicamente le imposte sul reddito, pagano solo i contribuenti “onesti”. La prima che ho detto non è l’ottimo, ma il meglio possibile. Per rendersi conto che il discorso non è astratto, basta guardare la notizia recentemente ripresa: il 18% dei contribuenti paga il 65% dell’Irpef.
Il "partito" del debito pubblico
Per onor di cronaca, va detto che il Viceministro dell’Economia e delle Finanze con delega alle finanze Maurizio Leo, ha annunciato (non è la prima volta) l’intenzione del Governo di alzare da 50 a 60 mila euro il limite dello scaglione in cui scatta l’aliquota Irpef del 43%, misura caldeggiata, dall’opposizione, da Luigi Marattin. Se scartiamo l’ipotesi che l’esecutivo sia in ansia da prestazione elettorale e in confusione, dobbiamo ritenere che non abbia intenzione di scaricare sull’Irpef il mancato gettito del bollo auto.
Entrano quindi in gioco le altre due opzioni. L’aumento del debito sarebbe il preferito di Salvini e Conte, come dichiarano e come hanno dimostrato nelle passate esperienze di governo. Questo contrasterebbe con la politica di moderato rigore dei conti pubblici finora perseguita, oltre che dichiarata. Sarebbe un’opzione peggiore della precedente: l’aumento del debito non solo scarica i costi di oggi sulle generazioni future, ma costa immediatamente, attraverso il causato impennarsi dell’inflazione, la peggiore delle imposte regressive che non guarda in faccia nessuno. Anche qui, va onestamente riconosciuto che non sembra sia questa l’intenzione del Governo: il famoso decimale, anzi frazione di decimale, che impedisce il rientro nel parametro del 3% di deficit, sembra messo lì apposta per autolimitarsi.
Aleggia dunque lo spettro della terza opzione, il taglio della spesa. Quale spesa? Non quella per i bonus e gli incentivi elettorali, non quella dei mille rivoli, non quella delle spese obbligatorie per prassi o per contratto, non quella per le pensioni, sulle quali molto è già stato fatto, grazie a Santa Elsa Fornero, reliquia bestemmiata, ma nei fatti sempre venerata. La spesa tagliabile riguarda le voci corpose della spesa pubblica, che sono la sicurezza-difesa, la sanità, la scuola.
Quando si taglia, si taglia nel buono
Sgomberiamo il campo da un equivoco: il taglio di spesa non si ottiene dal recupero di efficienza, il famoso “spendere meno, ma spendere meglio”. Come sanno gli addetti ai lavori, il recupero di efficienza è un processo necessario, ma lungo e complicato, che si scontra con una miriade di difficoltà oggettive e soggettive. Quando si taglia, si taglia nel buono. Ammettiamo che su di una spesa di cento, novanta sia spesa utile, e dieci la parte inefficiente. Se si taglia dieci, si toglierà nove di spesa utile, e uno di spesa inefficiente. Ci troveremo a disposizione non più novanta, ma ottantuno.
Quale dei tre settori strategici dello stato sociale sarà più colpito? Indizi gravi, precisi e concordanti fanno ritenere che il più a rischio, anche se non esclusivamente, sia la sanità. Il settore è in evidente crisi, e la crisi ha prodotto uno strano meccanismo: anziché agire per difenderlo, migliorarlo e rilanciarlo, si è ingenerata la convinzione che sia perduto, è subentrata una inespressa rassegnazione. La più grande conquista sociale del XX secolo sta per essere abbandonata. “Bollo ciao”, cantano i Fratelli d’Italia, miscelando un po’ di dissimulata nostalgia con un po’ di cattiva politica fiscale. Diremo ciao anche a un po’ di risonanze magnetiche e di terapie oncologiche, ma che sarà mai: intanto prima o poi tutti dobbiamo morire. Siccome l’ultima a morire è la speranza, speriamo ancora che il buon senso trovi il coraggio per sfidare il senso comune.











Commenti