Un libro per voi: "Livio Pivano, il prefetto della Liberazione"
La presentazione giovedì 15 ottobre alle 17 nel Broletto in piazza della Libertà. Con l'autore Alberto Ballerino ne discuteranno il presidente della Fondazione Cra Paolo Arrobbio, il presidente di Città Futura Renzo Penna, il presidente provinciale dell’Anpi Roberto Rossi e il direttore della Biblioteca dell’Isral Cesare Manganelli.

L’organizzazione federalista dello Stato e l’Unione Europa come vie per assicurare la pace e la democrazia in contrasto ai nazionalismi e ai loro impulsi autoritari. Sembrano espressioni di un pensiero politico più che mai immerso nell’attualità e invece sono di Livio Pivano, prefetto della Liberazione di Alessandria e coraggioso avversario di Mussolini in Parlamento dopo la morte di Matteotti. Un grande personaggio a cui però Alessandria non ha riservato nessun giusto riconoscimento, relegandolo nell’oblio. Un vulnus colmato oggi in parte dal prezioso lavoro di Alberto Ballerino, pubblicato su iniziativa di Città Futura, Anpi e Isral con il sostegno fondamentale della Fondazione Cra e l’apporto della Società di storia, arte e archeologia di cui l’autore è il presidente.

Il personaggio visto con la lente di Alessandria
Questo lavoro, figlio di ricerche durate molti anni, ci consegna l’immagine di un uomo dalle mille sfaccettature che attraversa la storia del Novecento da protagonista tanto in ambito locale che nazionale. Mazziniano, amico di Cesare Battisti, pluridecorato della Grande Guerra, leader dei Combattenti, imprenditore di successo, antifascista, federalista: la sua vicenda personale appartiene a una tradizione civile e politica che attraversa i momenti fondativi dell’Italia moderna, dal Risorgimento alla Resistenza e alla nascita della Repubblica. Allo stesso tempo, per capire Pivano, bisogna conoscere la storia di Alessandria. Non la città in senso geografico ma come laboratorio politico in cui mazziniani e democratici avevano costruito nel corso dell’Ottocento una cultura civile robusta e originale che arriva fino all’inizio del Novecento con le giunte nate in alleanza con il partito socialista a guida riformista di Paolo Sacco.
Questa è la terra da cui Pivano trae la propria formazione ideale e senza la quale la sua traiettoria non può essere capita fino in fondo. Al centro di questa tradizione sta l’idea che lo seguirà per tutta la vita: patriottismo e libertà sono inscindibili. Qui sta la ragione della rottura definitiva con il fascismo dopo il delitto Matteotti che lo porta a scontrarsi direttamente con Mussolini in Parlamento e a organizzare l’ultima grande manifestazione contro la nascente dittatura ad Alessandria con decine di migliaia di persone in piazza Garabaldi: un’iniziativa clamorosa riportata anche dal Corriere della Sera.
Durante il Ventennio, sulla base della opposizione combattentistica al Regime, coagula attorno alla sua figura di leader riconosciuto uomini di diverse sensibilità, dai liberali ai socialisti ai repubblicani. Aderisce al Partito d’Azione ed è, insieme al comunista Walter Audisio, il protagonista ad Alessandria della grande manifestazione nel centro cittadino con cui la città reagisce alla notizia della caduta di Mussolini il 25 luglio 1943. Animatore della resistenza delle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà in provincia, viene arrestato due volte e nella seconda occasione si salva con incredibile sangue freddo, ingannando i suoi carcerieri e fuggendo dalla caserma di Valenza in cui era stato rinchiuso.
Dagli ideali risorgimentali alla Resistenza per gli Stati Uniti d’Europa
Scelto dal CLN come prefetto, ottiene la resa definitiva dei tedeschi a Valenza dopo una lunga e difficile trattativa. Non disgiunta dall’uomo politico è la figura dell’imprenditore di successo, che accetta il rischio di assumere molti perseguitati dal fascismo nella propria fabbrica, posta dietro l’ospedaletto infantile. Dai valori del Risorgimento, e in particolare dal pensiero di Cattaneo e dalla Giovine Europa di Mazzini, viene anche il suo europeismo che dal 1915 in avanti sviluppa in modo originale, attento anche alle posizioni di grandi intellettuali come Luigi Einaudi e Carlo Rosselli, fino a raggiungere una più matura definizione negli anni della Resistenza con riflessioni scritte in clandestinità e pubblicate nel dopoguerra. Il suo percorso lo porta a una conclusione lucida: il fascismo non è un’anomalia italiana o tedesca, ma il frutto avvelenato del nazionalismo, di quella statolatria che esalta la sovranità assoluta degli stati a scapito della dignità degli individui e della pace. Finché le nazioni non accetteranno di subordinare parte della propria sovranità a un ordinamento federale sovranazionale, il rischio di nuove catastrofi rimarrà aperto.
Come sottolinea nella prefazione il presidente provinciale dell’Anpi Roberto Rossi la “biografia non si esaurisce nel ritratto di un uomo, per quanto straordinario: è la storia di una tradizione, di una città, di un modo di essere italiani ed europei che merita di essere conosciuto, studiato e – in un momento in cui il progetto europeo attraversa nuove difficoltà – riportato alla luce”.











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