Un libro per voi: "La moglie del Partito. Vita di Rita Montagnana"
Aggiornamento: 2 ore fa
a cura di Stefano Garzaro

Oggi, martedì 6 ottobre alle 18, presso la Sala Conferenze, Palazzo San Celso (Polo del ‘900) a Torino, l'Istoreto (Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti") in collaborazione con Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, presenta il libro di Aldo Agosti e Marina Cassi, La moglie del Partito. Vita di Rita Montagnana Togliatti.[1]
Ne discutono con gli autori la direttrice di Istoreto Barbara Berruti e lo storico Carlo Greppi.
Si può condensare in dieci battute la vita di una grande donna del Novecento come Rita Montagnana? Pur sapendo di farle torto, ci proviamo ugualmente: Rita nasce a Torino nel 1895; nel 1917 è l’anima della rivolta del pane in città e degli scioperi contro la guerra; nel 1921 è tra le fondatrici del Partito comunista; nel 1924 sposa Palmiro Togliatti, che tre anni dopo diventerà segretario generale del partito; durante il fascismo conosce l’esilio in vari paesi europei, fino a stabilirsi in Russia; partecipa alla guerra civile in Spagna; nel dopoguerra, rientrata in Italia, è eletta all’Assemblea costituente; fonda l’Unione donne italiane (Udi) e suggerisce la mimosa come simbolo dell’8 marzo; nel 1958 si ritira dalla politica e si dedica all’assistenza del figlio malato; muore a Torino nel 1979.
Molto più appassionante di questa sintesi è la biografia La moglie del Partito di Aldo Agosti, storico di lungo corso, e della giornalista Marina Cassi. È un’opera accurata e completa, nonostante la scarsa collaborazione del soggetto indagato. Rita Montagnana, infatti, ha lasciato un vasto archivio su molti aspetti della vita del partito, trascurando però qualsiasi informazione sulla propria vita personale.
La storia di Rita Montagnana ha un’origine di natura topografica: parte infatti dalla casa di due piani che tuttora si allunga in via Monginevro 68, nel Borgo San Paolo a Torino. Quartiere e abitanti si sono plasmati a vicenda: il borgo, denso di piccole fabbriche e di botteghe artigiane sorte a fine Ottocento all’ombra delle officine delle ferrovie, mostrava allora un forte carattere proletario. Un quartiere originale anche nel disegno urbanistico, una ragnatela incastrata nella scacchiera torinese pronta a stimolare solidarietà e confronto ideale.
La famiglia Montagnana – ebrei piccolo borghesi, ma non ricchi – è formata da Moise, originario di Fossano, dalla moglie Consolina Segre, di Saluzzo, e dai sette figli. L’educazione si fonda sullo studio, la cultura, la fratellanza, la libertà di fede e di pensiero. Ragazze e ragazzi sono spinti a contare su di sé e perciò a imparare un mestiere: Rita è sarta, Clelia maestra, Mario meccanico e così via. Tutti sono contagiati dalla febbre politica: Rita è giovanissima quando fonda la Casa socialista di via Barge, che sarà definita un oratorio laico; quando può, la ragazza parte per Vercelli a sostenere le mondine in sciopero contro il proprietario terriero, che è suo zio. La sorella Clelia, da parte sua, arringa il popolo nei comizi pacifisti durante la rivolta del pane del 1917, e siccome la polizia non tollera l’idea di una donna che fa comizi, mette in galera il fratello minore, Mario. Il ragazzino, che ha già esperienza carceraria per aver distribuito volantini contro la guerra, percorrerà anch’egli la sua strada nel Partito comunista, e dopo la guerra sarà chiamato assieme a Rita a scrivere la Costituzione: due eletti all’Assemblea costituente provenienti dalla stessa famiglia costituiscono certamente un record.
La giovinezza di Rita è un vortice di attività: accanto alle donne nelle fabbriche e nelle risaie piemontesi, nei circoli antifascisti in esilio in Europa, fino alle responsabilità politiche a Mosca durante gli anni del fascismo. Sono battaglie vissute a fianco di Palmiro Togliatti, il dirigente del Comintern che Rita sposa nell’aprile 1924, e che diventerà segretario del Partito comunista italiano.
Vestendo i panni della militante senza mai sfoggiare quelli della dirigente, Rita è schierata ogni volta dalla parte delle donne, anche in polemica con i suoi stessi compagni. Ai vertici del partito temono la sua coscienza critica, specie per ciò che riguarda la parità di genere. Ecco come Rita striglia la Segreteria nazionale nel 1949, accusandola di non intervenire sulle mancanze della segreteria piemontese: «Ho l’impressione che a quasi tutti i compagni del regionale dia noia [la mia azione] per far andare avanti le compagne, per farle entrare nei comitati direttivi in ogni campo, farle trattare senza prepotenza, senza far sentire loro l’inferiorità che i compagni sono convinti che le compagne abbiano».
È una Rita Montagnana adorata dalla base, fenomeno che la spinge suo malgrado verso l’isolamento politico e personale. Quella condizione prende corpo in modo drammatico nel dopoguerra, quando il suo matrimonio con Togliatti va in frantumi. Per la verità, già a Mosca Togliatti è stato protagonista di nuovi amori che hanno congelato il rapporto con Rita, ma quando nel 1948 il segretario non nasconde più la sua relazione con la giovane Nilde Iotti, per Rita l’esistenza si fa ingrata. A ciò si somma lo sciacallaggio della stampa di destra, che cerca di costruire lo scandalo della compagna sedotta e abbandonata, come in un fotoromanzo dei più triviali.

Rita, discreta fino all’eccesso, è costretta a tener testa anche a quelle meschinità. Non ha pace neppure dopo la morte di Togliatti, avvenuta prematuramente nell’agosto 1964. Affronta Piero Capello, giornalista del settimanale “Gente”, già volontario della Repubblica sociale, che la incalza subito dopo il funerale: «Per voi borghesi esistono cose che hanno una grande importanza. Per noi comunisti non ne hanno nessuna. Togliatti era un uomo complicato, pieno di sfumature, ricco di interessi e di umanità. Ridurlo alla figura di uno che lascia la moglie per un’altra, magari molto più giovane, mi sembra piuttosto banale».
Tra i rari documenti autobiografici conservati ve n’è uno del 1945, riferito a un ricordo di vent’anni prima: poche frasi che testimoniano con naturalezza come il destino politico di Rita e dei suoi compagni fosse pane di tutti i giorni. Nel 1925, subito dopo la nascita del figlioletto Aldo, Rita viene incaricata da Antonio Gramsci, allora segretario generale, di seguire la scuola di partito per corrispondenza esaminando i questionari, correggendo i compiti. In quel modo, la giovane madre riesce a non slegarsi dall’attività. Nel ricordo di Rita, Gramsci è visto come un fratello: «Mio figlio aveva pochi mesi. Qualche volta mi sentivo urtata dall’atteggiamento di alcuni compagni che frequentavano casa nostra: non mi parlavano che del bambino, della casa, come se la politica non mi dovesse più interessare. Gramsci aveva verso di me un contegno diverso. Una volta che rimase presso di noi alcuni giorni, trascorse con me quasi tutto il mattino mentre io preparavo il pranzo. Egli si intrattenne con me, mi diede in cucina una buona lezione di storia del Partito».
Memorie simili ci riportano al punto di partenza, alla casa torinese di via Monginevro 68 dove gli operai affamati in sciopero erano certi ogni volta di ricevere un piatto di minestra. È il cancello del cortile che Battista Santhià, contadino trapiantato in fabbrica, varcava a qualsiasi ora della giornata per curare l’orto dei pomodori e sfrondare l’albero di prugne.
Oggi tuttavia quella casa appare anonima a chi non ne conosce la storia: nemmeno una targa infatti ricorda ai passanti che là sono cresciuti ben due artefici della Costituzione.
Note
[1]Aldo Agosti e Marina Cassi, La moglie del Partito. Vita di Rita Montagnana Togliatti, Laterza, Bari-Roma 2026, 288 pagine, 24 euro










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