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Un libro per voi: "Non voglio diventare una panchina rossa"

9 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Maria Grazia Cavallo


Per trent’anni, da corrispondente di guerra, Sandro Capatti ha descritto e raccontato il maledetto gesto di Caino che continua a replicarsi attraverso i secoli e in tutti i luoghi della terra. Da Bosnia, Iraq, Ucraina; ma anche da teatri di guerre dimenticate; Sudan, Etiopia, Eritrea, il giornalista ha documentato l’atrocità degli uomini che è sempre la stessa da millenni. L’umanità smarrita fra le sofferenze e il disorientamento degli ésodi, le carestie, la disperazione di chi sopravvive senza neppure comprenderne il perché, senza nemmeno sapere per chi e per quale futuro.

Con la stessa tenacia Capatti con il suo libro Non voglio diventare una panchina rossa[1] si è impegnato a volgere gli scatti della sua macchina fotografica verso un’altra “guerra” che si consuma latente – ma che sempre più spesso esplode – nelle nostre società, nella penombra protettiva delle case ridotte a gabbie, fra omertà, silenzi, e l’inspiegabile vergogna delle stesse vittime, fra lacrime impotenti di figli ridotti a orfani. Parliamo del femminicidio: la vera e propria sopraffazione di genere del più forte su chi è più fragile in quanto donna. La violenza di genere è un fenomeno che tuttora non sembra trovare argine nell’opera incessante dell’informazione. Né vi fanno barriera gli allertamenti di polizia e gli ammonimenti dei questori; né le misure dell’autorità giudiziaria; né le operose reti di volontariato e solidarietà; né i centri di ascolto e accoglienza. Come spiega la Convenzione di Istanbul questo drammatico fenomeno non è soltanto emergenziale, ma strutturale. Cioè innerva e intreccia ogni segmento e ogni istituto di tutte le società in tutto il mondo ed è perciò ancor più difficile da estirpare perché si è sedimentato in pregiudizi fino a diventare norma inconsapevolmente accettata e fatta propria come naturale.

E così continuiamo a contare, come grani di un rosario macabro e incessante, le donne ferite o uccise da uomini che non ne accettano l’indifferenza, sopraffatte da uomini che non ne accettavano l’indipendenza; donne che avevano provato a ribellarsi per non sentirsi oggetti nelle mani di chi pretendeva che a questo si riducessero.

In questa cornice si colloca l’impegno di Sandro Capatti a difesa delle donne, a contrasto della violenza di genere. L’ultimo libro fotografico del reporter ferrarese parla delle panchine rosse ormai conosciute come “simbolo e promemoria” di quanto sia ancora da combattere la “guerra” contro la violenza di genere.

È particolarmente significativo che un reporter di guerra e uomo di pace – attraverso questo intenso libro fotografico – voglia farci riflettere su questo dramma, una riflessione che contiene una doppia e preziosa coerenza. Sia perché, da un lato, Capatti è da sempre impegnato a sostegno di fragilità ed emarginazioni ed è particolarmente attento alle problematiche del genere femminile. Lo testimoniano la sua produzione fotografica (bellissimo, ad esempio, il precedente libro sulle pazienti oncologiche che il suo obiettivo trasforma in star e principesse), le conferenze, i progetti di forte impronta sociale a cui partecipa attivamente, gli incontri con studenti.

Per altro verso, questo spostamento del suo obiettivo fotografico sembra condividere il pensiero del celebre reporter di guerra britannico Don Mc Cullin. Il quale, dopo aver testimoniato le tragedie del Vietnam e di vari conflitti nel mondo, esorta i colleghi a concentrare l’attenzione anche verso quelle “guerre sociali per cui vale la pena di combattere” nella quotidianità delle nostre vite, nelle nostre comunità.

Capatti documenta il femminicidio seguendo proprio l’insegnamento di Mc Cullin: privilegia non il momento esplosivo della violenza, ma ciò che ne consegue. Cioè “il vuoto che l’esplosione lascia” e dunque “più che la guerra, le sue conseguenze”.

Ecco allora non le fotografie dell’orrore, dello scempio dei corpi; ma piuttosto il simbolo silenzioso della mancanza di quei corpi al proprio futuro, alle famiglie, alla società.

Ma perché le panchine rosse? L’idea di tingere una panchina del colore che evoca il sangue delle vittime di femminicidio fu dell’artista Tina Magenta. Era il 25 novembre 2016 quando quella prima panchina rossa venne collocata a Lomello (Pavia) con un gesto di forte valore simbolico, senza retorica e celebrazioni.

L’attribuire un significato diverso e nuovo ad un oggetto conosciuto, presente nelle strade, nei giardini, nelle piazze e d’uso quotidiano - tanto abituale da non esser quasi più visibile – richiama la risemantizzazione che anni prima, a Ciudad Juárez (in Messico), aveva dato alle scarpe rosse il nuovo significato di simbolo contro la violenza, oggi comprensibile in tutto il mondo.

Dal 2016 le panchine rosse cominciarono a diffondersi in tutta Italia grazie all’azione di Isa Maggi per gli Stati Generali Delle Donne HUB. Dal 2023, per impulso della Farnesina, le panchine rosse sono presenti in moltissime sedi diplomatiche italiane all’estero e sono diventate, per così dire, il monumento italiano più diffuso al mondo. Com’è proprio di tutti i simboli, esse trasmettono un messaggio immediato, emozionale prima che razionale: che, per così dire, “arriva e attecchisce facilmente”. Ciò perché la violenza agìta contro le donne in quanto tali è una realtà drammatica e coinvolgente ovunque.

Al contempo e purtroppo, il messaggio è così “forte” da rendere queste panchine anche “disturbanti” ‘poiché esigono attenzione e risposte di cambiamento sgradite a certe sottoculture, permeate di pregiudizi di genere. Non si reagisce in modo distratto e neutrale alla vista delle panchine rosse. Esse che non promettono momenti riposanti; non invitano all’allegria nonostante il rosso brillante (ma anzi, forse proprio per questo); non offrono la tregua momentanea di un ozio benefico, né l’incontro di persone in dialogo fra loro esclusivo, astratto dal contesto. Spesso raccontano una storia con poche struggenti parole. Spesso restano vuote, in segno di rispetto. Con quel colore così stridente rispetto ai contesti in cui sono collocate; così diverse dalle altre all’intorno, esse “alzano un alert”. Dapprima attirano l’attenzione, esigono una pausa di osservazione, interrogano. Poi invitano a riflettere e possibilmente ad impegnarsi.

Il messaggio visivo, come il simbolismo del colore e la storia che quelle panchine esprimono, arrivano fortissimi: tutte diverse, per le storie che raccontano, tutte uguali per la drammaticità del loro significato, per l’assertività di quanto denunciano e per l’impegno che esigono.

Fotografare le panchine rosse e diffonderne il messaggio – attraverso una raccolta di immagini corredate da riflessioni di psicologi, attivisti, giuristi, docenti ed anche di chi ha personalmente subìto e attraversato la sopraffazione di genere – significa portarle ovunque il libro possa arrivare: in luoghi pubblici e privati, nelle Scuole, nei Comuni, nelle sale d’attesa, nelle anticamere degli uffici … ben oltre i confini delle strade.

Per questo l’operazione artistico/educativa di Capatti, a cui potrebbe seguire anche una drammaturgia che ne amplierebbe l’intensità comunicativa, è innovativa ed importante.


Note

[1]Sandro Capatti (a cura di), Non voglio diventare una panchina rossa, Therapeia Edizioni. 2026

 

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