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Un libro per voi: La "Prodigiosa giovinezza", vita di Piero Gobetti

5 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

a cura di Michele Ruggiero


"[...] Era divorato dalla tristezza. Incolmabile. Passò prima da Genova... Alla stazione venne a salutarlo Eugenio Montale, di cui aveva pubblicato il capolavoro Ossi di seppia. A quanto pare, fu l'unico a vederlo partire." Partiamo dal fondo, dal febbraio 1926, da uno degli ultimi passaggi del volume Prodigiosa giovinezza. Biografia politica di Piero Gobetti", scritto da Giovanni Capurso, un professore, secondo la sua autodefinizione "per passione, storico e meridionalista", che in poco più di cento pagine trascina il lettore a guardare da vicino l'affascinante mosaico della vita dell'intellettuale torinese, mentre si è nell'ultimo quarto che celebra il Centenario della sua morte.

Con precisione calligrafica nella ricostruzione storica, e leggerezza nell'esposizione della personalità di Gobetti e delle sue relazioni culturali e politiche, Capurso viaggia nella Prodigiosa giovinezza di un uomo che si conquista un posto di rilievo nella storia del nostro Paese in appena sette anni di vita pubblica. Un elemento non secondario questo dello spazio temporale, da tenere sempre a mente, per valutare il peso specifico di Piero Gobetti nella temperie culturale e politica italiana del primo dopoguerra, e il grado di sedimento che si è depositato nella coscienza della comunità antifascista negli anni successivi alla sua morte. Non a caso, annota l'autore, citando Norberto Bobbio a pagina 21, "se Benedetto Croce e Antonio Gramsci, due tra i maggiori protagonisti della cultura italiana del Novecento, fossero morti a venticinque anni sarebbero stati ricordati, il primo, come giovane studioso di storia locale troppo presto strappato agli studi, il secondo come sicura promessa di un giornalismo insieme colto e polemico".

Piero Gobetti si eternizza così in una giovinezza tanto prodigiosa per la sua attività intellettuale quanto divorante e frenetica per lui e per chi gli si stringe attorno nel condividere passione, ambizione, entusiasmo per ogni avventura editoriale che si rivela essere immancabilmente la fine di un nuovo inizio. Lo è addirittura la fine dell'adolescenza, un'età in cui, oggi come ieri, non si ha certo la pretesa di influenzare la società. Non Gobetti, che all'opposto è convinto di influenzare e convincere tutti coloro con cui entra a contatto. Lo è con i suoi pari, si legge a pagina 16, di cui diventa, un capo senza niente di autoritario, dirà uno dei suoi amici, perché "la sua era la forza della superiorità morale e spirituale, del garbo e della gentilezza, ma anche della risolutezza", altrettanto con i senior, i grandi, in primis l'intellettuale meridionale Gaetano Salvemini, verso il quale nutre una grande ammirazione, ricambiata addirittura con la proposta nel 1919 di cedergli la direzione del suo giornale L'Unità (pagina 26).

La linea biografica seguita da Capurso si attiene e non si discosta dalla scia cronologica di Gobetti. Ma per quanto ciò possa apparire estremamente piano, quasi privo di sfumature, rivela al lettore il vero valore aggiunto del lavoro per la comprensione stessa del personaggio, la cui vita è passata sotto i riflettori in parallelo alla complessità di eventi, per quanto noti e drammatici a livello individuale e sociale, che seguono la nascita e l'avvento del fascismo, e senza che lo stesso lettore si ritrovi distratto dalla mole di documenti proposti e delle numerose testimonianze di quanti lo incrociarono, lo conobbero, ne raccolsero la vivacità e il suo desiderio di esplorare la vita in tutte le sue pieghe politiche ed affettive. Ed è questo il pregio maggiore del libro che nel racconto esprime quella stessa vivacità che fu appunto di Gobetti, attingendo dal suo enorme ventaglio di interessi: precoce direttore di Energie Nove, collaboratore de l'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci nella Torino di inizio anni Venti dei Consigli di fabbrica, organismo da lui venerato perché, scrive nel saggio La Rivoluzione liberale, al suo interno "l'operaio sente la sua dignità di elemento indispensabile della vita moderna" (pagina 34).

Il 1920 è l'anno spartiacque a Torino per il pendolo del rapporto tra movimento operaio e imprenditoria, con il primo che ingaggia un duro braccio di ferro nello scontro di classe, sostenuto da uno sciopero prolungato il cui esito politico si traduce in una storica sconfitta propedeutica a schiudere le porte alla reazione padronale e allo squadrismo fascista che tracima nell'intera penisola o quasi.

Si è al passaggio dal cosiddetto biennio rosso al biennio nero (1921-1922) che Capurso fa rivivere con l'azione e le analisi politiche di Gobetti sullo sfondo delle violenze fasciste, degli assalti alle Leghe, alle Camere del Lavoro, alle redazioni dei giornali di orientamento socialista, e della nascita (12 febbraio 1922) del primo numero de La Rivoluzione liberale, rivista "erede morale e spirituale de l'Unità [di Salvemini] e de La Voce [di Prezzolini], che immediatamente raccoglie firme importanti della cultura e della politica italiana, dal meridionalista Giustino Fortunato al leader nel Partito comunista d'Italia Antonio Gramsci e al fondatore del Partito Popolare don Luigi Sturzo (pagina 46).

La Rivoluzione liberale non si limita ad essere però l'arma con cui il prodigioso giovinetto combatte l'irruente fascismo che prende il potere con la Marcia su Roma otto mesi dopo. Le sue pagine diventano un cenacolo di proposte e opinioni che ripropone il lato più espressamente sociopolitico di Gobetti, già emerso negli anni precedenti: l'attenzione alle condizioni di arretratezza del nostro Meridione. Ad esso Capurso dedica un nutrito capitolo, tra i più completi in assoluto del libro, con cui l'autore sottopone all'attenzione del lettore insieme con la profondità del pensiero gobettiano, quanta difficoltà comporti la comprensione fuori da schemi ossificati di analizzare la questione meridionale anche per la stessa rivista. Difficoltà che non si traducono soltanto in limite intellettuale, ma nella dolorosa constatazione che i rapporti di forza tra agrari e masse contadine e bracciantili sono definitivamente squilibrati a favore dei primi per l'irruzione sulla scena politica del fascismo, che ha abortito anche l'utopia di una rivoluzione della terra (pagina 62).

La parte intimistica nel libro è come una parentesi e s'affaccia nella sua interezza soltanto l'11 gennaio 1923 con il matrimonio tra Piero e Ada Prospero, l'amica-confidente dal settembre 1918, l'allora "bruna e silenziosa, seria e appassionata, tutta presa insieme dall'amore per lui e dal fervore per le sue idee e i suoi progetti". Appunto idee e progetti che seguono e inseguono Piero Gobetti, anche nel viaggio di nozze immerso e lanciato verso l'incontro con una fila di intellettuali, persone "gigantesche e remote", da Giovanni Amendola a Giuseppe Prezzolini, Adriano Tilgher, Luigi Pirandello, Benedetto Croce (pagina 64) per promuovere La Rivoluzione liberale, che in quell'anno si trasforma "da rivista eclettica in organo di battaglia".

Il preludio ai primi guai giudiziari, cioè agli arresti del 6 febbraio e del 29 maggio, e alle perquisizioni domiciliari, in una parola, alla persecuzione, fisica e politica, che dava forma e sostanza all'indicazione di Benito Mussolini: "Si renda impossibile la vita all'insulso Piero Gobetti", e che ritroviamo anche nella cautela e nella prudenza espresse degli amici nei carteggi, "comunque meno sprezzanti nei confronti del regime", e nel ritrosia dei finanziatori alle sue iniziative editoriali (pagina 72).

Le elezioni del 6 aprile 1924 trovano ancora una volta Piero Gobetti lucido e di una precisione chirurgica nell'indicare le vere ragioni che trascendono il terrore fascista, pur importante, nel successo del Listone: l'assenza di "una opposizione organizzata, tenace, intransigente" in grado di contrastare Mussolini, sempre più circondato da un consenso dal basso che assicurava, rispetto al passato, anche la complicità nella violenza dei cittadini (pagina 76).

E sono le ragioni per le quali lo sdegno e l'orrore per l'assassinio di Giacomo Matteotti si fermano alla denuncia e non confluiscono in un movimento di opposizione coeso e determinato a rovesciare il governo, al netto della valutazione dell'Aventino e del giudizio di Gobetti sulla resistenza passiva parlamentare. Le stesse ragioni che portano il fascismo e Mussolini a rovesciare sugli oppositori nuove dosi di violenza in cui incorre anche Gobetti il 5 settembre 1924, davanti alla redazione della rivista, colpito con impeto omicida da un manipoli di camice nere.

Ma l'aggressione non ne svuota la carica ideale. A fine '24 Gobetti dà vita all'ennesima rivista, una rivista letteraria, Il Baretti, dedicata all'intellettuale del Settecento Giuseppe Marco Antonio Baretti, "critico letterario, giornalista, traduttore e drammaturgo, costretto a diventare esule per volontà dei Savoia". Intanto, il governo fascista diventa regime. L'annuncia lo stesso Mussolini il 3 gennaio 1925 nel discorso del "bivacco". Da quel momento, il destino dell'Italia si tinge irrimediabilmente di un nero fosco. Sequestri di giornali e pubblicazioni, e arresti, contraddistinguono il giro di vite che il regime impone con l'acquiescenza della Monarchia, di Casa Savoia, nel Paese. Gobetti osserva e comprende l'irreversibilità della situazione politica. Nell'estate del 1925 viaggia a Londra e a Parigi con Ada, incontra alcuni antifascisti esuli e si propone di insediare la sua casa editrice nella capitale francese, tuttavia il cuore lo induce a un estremo tentativo di rimanere in Italia (pagina 92). Inutilmente.

L'attività di Gobetti si avvia a fine corsa. A novembre il prefetto di Torino sopprime le pubblicazioni della rivista e della casa editrice. A gennaio dell'anno nuovo scrive a Giustino Fortunato: "Parto per Parigi dove farò l'editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è interdetto". Il 3 febbraio "lascia la sua casa, una moglie e un figlio di quaranta giorni in una notte pallida e anonima di inverno" per consumare i suoi ultimi giorni di vita da esule, in una stanza di ospedale, tra sconosciuti. Il prezzo per la sua coerenza e il suo amore per la libertà e l'Italia.


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