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Il filo della pace: papa Leone XIV interviene su Vladimir Putin

18 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 ora fa

Il Pontefice ha lasciato il Policlinico Gemelli per rientrare in Vaticano

di Pier Giuseppe Accornero



Degente al policlinico «Gemelli», Papa Leone telefona a Putin; nel pomeriggio di sabato 17 ottobre 2026 lascia il «Gemelli» perché i medici lo giudicano «idoneo alla dimissione»; domenica 18 recita l’Angelus dalla finestra dell’appartamento papale.

Non rinuncia alla missione di pace e nel pomeriggio del 16 telefona al Presidente della Federazione russa Vladimir Putin e gli esprime la preoccupazione per la crisi umanitaria di Oleshky, località lungo la linea di fuoco nella regione di Kherson, sulla riva del fiume Dnepr, occupata dai russi, dove gli abitanti sono allo stremo. Riferisce la Sala Stampa vaticana: «Il Papa ha espresso viva preoccupazione per la grave situazione umanitaria a Oleshky, chiedendo una tregua per consentire l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura della popolazione civile. Leone XIV ha ribadito l’impegno della Santa Sede a favore del dialogo e della pace». Putin gli esprime «sinceri auguri di salute e pronta guarigione».

È la seconda telefonata con Putin dopo il 4 giugno 2025, un mese dopo l’elezione (8 maggio) di Robert Francis Prevost. Il Papa americano spinge per la pace tra Russia e Ucraina e invita i due presidenti Putin e Zelensky a dialogare, anche usando come spazio negoziale il Vaticano. Nella telefonata di un anno fa il Pontefice chiese alla Russia di compiere un gesto a favore della pace; sottolineò «l’importanza del dialogo per cercare contatti positivi e soluzioni al conflitto»; parlò «della situazione umanitaria, della necessità di favorire gli aiuti dove necessario, degli sforzi continui per lo scambio dei prigionieri». Missione, questa, al centro dell’azione umanitaria della Santa Sede rilanciata dalle recenti visite del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, per due volte a Mosca - la seconda, a fine settembre – e dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, per tre giorni in agosto nella capitale russa.

Nell’Angelus di domenica scorsa 11 ottobre il Papa - prima di annunciare l’intervento – richiama il drammatico bilancio di vittime, la distruzione delle infrastrutture nei due Paesi, le pesanti ripercussioni del conflitto sulle popolazioni più povere del mondo: «Il pane quotidiano di milioni di persone non può essere ostaggio della guerra». Tre giorni dopo la rimozione dell’adenocarcinoma polmonare Leone XIV celebra l’Eucaristia con il segretario peruviano nella sala appositamente adibita al decimo piano del policlinico con il personale medico e infermieristico «in quel momento libero dal servizio» e alcuni uomini della Gendarmeria vaticana. «Il Pontefice – riporta la Sala Stampa - ha ringraziato il personale, medici, infermieri, inservienti per il lavoro che svolge ogni giorno prendendosi cura dei malati e della loro fragilità e, in modo particolare, per quanto hanno fatto e fanno per lui». Il decorso postoperatorio è eccellente tanto che la dimissione è rapidissima, praticamente cinque giorni. Gli hanno recapitato lettere e disegni dei bambini di oncologia pediatrica del «Gemelli».

«Mai usare il pane come arma di guerra. La fame non è un’anomalia statistica, poiché è causata principalmente dalla mancanza di volontà politica e di solidarietà collettiva» dice nel messaggio per la Giornata mondiale dell'Alimentazione del 16 ottobre, indirizzato al direttore generale della Fao: «È essenziale un nuovo ordine alimentare globale in cui l’innovazione tecnologica sia subordinata al rispetto della dignità umana donata da Dio e al bene comune universale. Occorre dare prova di audacia morale: non accontentarsi di analisi astratte o di dichiarazioni superficiali». Parla dell’«imperativo etico urgente di riconvertire le risorse investite nell’industria bellica verso la ricerca agricola sostenibile e la rigenerazione dei terreni degradati».

Il paradosso è che il progresso accelera ma fame e povertà persistono: «Non si tratta di un problema tecnico o finanziario, ma piuttosto di una profonda crisi antropologica ed etica. Quando la tecnologia moderna viene impiegata in agricoltura in modi che privano il suolo della sua fertilità naturale o allontanano gli agricoltori dalle loro terre, spinti soltanto da motivi economici, ciò non può essere considerato un progresso, ma una forma di distruzione». Un altro pensiero forte: «È intollerabile che il pane sia considerato un privilegio e l’acqua una merce contesa». I mercati dei cereali sono capitalizzati in Borsa, «mentre i semi che germogliano finiscono nelle mani di monopoli che soffocano l’agricoltura. Garantire questo diritto è un obbligo di giustizia che vincola gli Stati e la comunità internazionale. Mentre le innovazioni accelerano la produzione, la distribuzione è trascurata. Riecheggia la preghiera che Gesù insegnò: «Padre nostro, dacci il nostro pane quotidiano». Commenta: «Impedire che il pane raggiunga una persona o distruggere i mezzi con cui viene prodotto costituisce una terribile offesa alla dignità umana. Per garantire che le esigenze alimentari siano soddisfatte, è necessario liberare la produzione di cibo dalla mentalità speculativa. Il pane non dovrebbe essere né uno strumento di pressione geopolitica né un bene finanziario volatile, né essere usato come arma di guerra».


 





 




























 

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