Un libro per voi: "L'ultimo turno" Né giallo, né noir, romanzo sociale
di Stefano Garzaro

Questa raccolta di commenti – che sarebbe esagerato definire recensione – nasce dalla reazione di un lettore convinto di essere ospite di un genere letterario, ma che in verità scopre di trovarsi al piano sbagliato. Nel risvolto del libro L'ultimo turno di Chris Pavone,[1] romanziere di Brooklin di gran moda anche in Italia, il contenuto è classificato “giallo”. In questo caso, è un giudizio schiettamente falso.
Infatti, si parte dunque convinti di leggere un giallo. I lettori di gialli concedono agli autori un certo numero di pagine in cui non succede nulla, pagine utili a costruire l’ambiente, l’atmosfera, a inquadrare i vizi dei personaggi. I lettori sperano tuttavia che l’autore non esageri a emulare i romanzieri ottocenteschi, che descrivono la tundra cespuglio per cespuglio o la foresta equatoriale foglia per foglia. Oppure di evitare quanto avviene in Manuel Vázquez Montalbán, che nelle sue opere peggiori tira dritto anche duecento pagine
prima di inserire il fattaccio, quando ormai metà dei lettori ha mollato.
In quale punto Pavone piazza il caso che fa scattare il giallo? Dopo decine di pagine, anzi, centinaia di pagine, ci si rende conto che quell’avvio criminale non c’è, e forse non ci sarà mai, ma che nel frattempo l’atmosfera torbida ci ha inghiottiti abilmente fin dalla prima pagina. Comprendiamo così che L’ultimo turno non è un giallo, ma un romanzo sociale, un’analisi di costume sotto forma narrativa, se a tutti i costi vogliamo stampare un’etichetta. E allora – nonostante il bruciore di essere caduti nella trappola del marketing – andiamo avanti lo stesso, perché la tensione del romanzo è attendibile, la vicenda solida, l’esplorazione delle isole della New York ricca e trumpiana coinvolge anche noi.
Siamo al Bohemia, il palazzo più prestigioso dell’Upper West Side, dove si nascondono, ma non troppo, finanzieri, celebrità, critici d’arte, vedove dorate, l’élite della New York che considera l’amministrazione socialista di Zohran Mamdani pari a una pustola. Le storie si intrecciano attorno a Emily Longworth, stupenda moglie di un trafficante d’armi di successo, un ragazzone che rifornisce sia la patria sia il nemico, accumulando talmente tanto denaro da non riuscire a contarlo. Emily, che spesso viene scambiata per l’attrice Alexandra Daddario dai turisti a caccia di selfie, affezionata alle sue origini borghesucce, ma soprattutto per lavarsi la coscienza dall’essersi lasciare comprare dal giovane farabutto, ogni tanto si veste casual, prende la metro, e va a servire i pasti alla mensa dei barboni.
A pochi piani da lei, nel Bohemia di acciaio, alluminio e specchi, soffre nel corpo e nell’animo Julian Sonnenberg, critico d’arte fuori allineamento, ricco ma non troppo, anch’egli in conflitto con la propria coscienza, ma senza il coraggio di raggiungere il punto di rottura.
Tra sotterranei, corridoi e ripostigli si agita la classe inferiore, portieri, sorveglianti, manutentori, pulitori, pedagoghi, personale di servizio nero, ispanico, slavo. Dietro la familiarità di facciata tra i ricchi inquilini e i loro collaboratori, cova l’attesa della rivalsa. Mai dare del tu alla servitù, perché non sai come andrà a finire.
I personaggi di Pavone sono ritratti in modo coerente. Alcuni, come il buon custode Chicky, fanno da cerniera tra i derelitti e i ricchi benevoli, fra le gang di strada e quelle eleganti che spacciano armi ai piani alti. Sono figure spigolose, metalliche, che hanno arpioni al posto delle mani, e con una coscienza alterabile a scheda programmata. Gli americani trumpiani sono proprio così? Non tutti i dettagli di Pavone sono credibili, ma forse noi, figli di Manzoni e di Dostoevskij, esageriamo nel pretendere immagini con sedici milioni di sfumature, come ci consentirebbe l’infografica.
In Pavone sono affascinanti le descrizioni degli ambienti, borghi separati da confini sociali invisibili quanto netti, club, circoli, slum, vagoni della metro che corrono nell’afa sotterranea. Luoghi e circostanze non prendono forma da una descrizione di natura classica, ma per accumulo di marchi, loghi, prodotti di consumo sia alla moda sia considerati perdenti, cioè destinati ai marginali. È dall’accumulo di queste etichette che prendono identità le classi sociali, senza ricorrere all’antropologia o all’urbanistica.
Per cui, giunti al finale, si viene violentemente spiazzati dalla piega assassina della narrazione. Il lettore insorge: me la butti proprio qui? Quando non ce n’è più bisogno? Maledetto marketing, che ammaestra i testi mettendo i lucchetti alla tastiera degli autori. Il sanguinoso complotto finale infatti non aggiunge nulla, se non la solita banalità dei triangoli diabolici. La storia del Bohemia starebbe in piedi ugualmente da sé: forse con quella trovata venderà qualche copia in più, ma in compenso perde dignità.
La classificazione “gialla” del risvolto di copertina, oltretutto, è infelice, perché semmai qui si tratta di noir, visto che nel Bohemia non si fanno strada commissari solerti e curiosi, disposti a mandare al fresco gli assassini e a rendere giustizia alla società borghese. Nella topografia di Pavone la giustizia non sta proprio di casa.
Pavone nel suo romanzo sociale – se accettiamo questa targhetta – attraverso i dialoghi dei suoi personaggi lancia segnali d’allarme, sebbene frammentati e non molto originali, ma che vale la pena amplificare.
Negli Usa la lotta di classe – spesso di etnie – oggi è acutissima. Ma è un conflitto anarchico, senza strategia, non organizzato da un’idea collettiva, da un manifesto condiviso; l’unica ideologia che ha una risposta a qualsiasi domanda è quella trumpiana. È una rissa che non porta a nessun risultato. Anzi: il divario fra classi e etnie procede sempre più scandaloso, con lo 0,1% della popolazione statunitense che detiene il 15% della ricchezza totale del Paese.
L’America non solo ha bruciato l’utopia degli anni Settanta del Novecento, cioè il sogno di diventare modello mondiale di democrazia, ma si è infettata di disuguaglianza e di violenza in modo irreversibile. È un’America che non ha mai scontato il peccato originale della distruzione dei nativi. Che non ripudia la soluzione western dei conflitti attraverso la Colt, che si tratti di una porzione di marciapiede per lo spaccio o del corridoio navale per i propri cargo: è un compiacimento di violenza che invade il cinema, in cui gli eroi teste di cuoio con sede a Langley, Virginia, eliminano trafficanti ispanici e cacciatori di cellule terroristiche islamiche in patria, ma soprattutto a casa loro. È una società che trasmette violenza fin dagli omogenizzati, dove le risse giovanili per i maschi di ogni classe sono una tappa educativa obbligatoria, dalla strada al college.
Un’America che conserva le armi nella credenza a portata dei bambini, che corrompe la fede in superstizione e magia, che coltiva l’odio razziale, di classe, di religione, di sigla sul cappellino. Che trasforma le condanne a morte in spettacolo da circo. Che ignora la diplomazia e calpesta il diritto internazionale. Che distrugge la natura entro il proprio territorio, ma soprattutto fuori. Un Paese che conta il 4 per cento della popolazione mondiale, ma che detiene il 35,7 per cento della ricchezza globale, con una popolazione e un governo che amministrano talmente male la propria economia, da perdere il conto del debito pubblico e di rischiare a ogni passo rischia la bancarotta globale.
Quanto si reggerà in piedi questa America? Pavone ci fa assistere al lamento di un killer morente, che spara intorno a sé alla cieca, e che crede di sentirsi vivo finché ascolterà il proprio rumore.
Note
[1]Chris Pavone, L'ultimo turno, Feltrinelli 2026, 432 pagine, 19 euro











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